LA PERSONALITA’ E IL CONFLITTO – Harry Stack Sullivan
HARRY STACK SULLIVAN
La personalità, le relazioni e l’origine interpersonale del conflitto
Introduzione: un autore fondamentale ma spesso dimenticato
Quando parliamo di Harry Stack Sullivan, entriamo in una zona molto particolare della storia della psicoanalisi e della psichiatria del Novecento. Sullivan è uno di quegli autori che non vengono sempre citati quanto Freud, Jung, Klein o Winnicott, ma che hanno lasciato un’impronta profondissima nel modo in cui oggi pensiamo la personalità, le relazioni, l’ansia, la sofferenza psichica e perfino la psicoterapia.
La sua importanza è enorme, perché sposta il centro della comprensione dell’essere umano: non più soltanto l’inconscio come teatro pulsionale chiuso dentro l’individuo, ma la persona come essere essenzialmente relazionale, costruito e trasformato all’interno dei rapporti con gli altri.
In Sullivan, l’essere umano non è un’isola. La mente non si sviluppa in solitudine. La personalità non è una struttura isolata. Essa prende forma nel campo delle relazioni interpersonali.
La vita di Sullivan: le radici di una sensibilità relazionale
Per capire davvero Sullivan bisogna partire dalla sua vita, perché in lui biografia e teoria non sono mondi del tutto separati.
Harry Stack Sullivan nasce nel 1892 a Norwich, nello Stato di New York, in un contesto rurale, figlio di immigrati irlandesi cattolici. La sua infanzia sembra essere stata segnata da isolamento, solitudine, difficoltà di appartenenza e da un senso di estraneità rispetto al mondo che lo circondava.
Era un ragazzo brillante, molto intelligente, ma anche emotivamente isolato. Questo elemento biografico è importante, perché molta parte della sua sensibilità teorica sembra nascere proprio dalla percezione dolorosa della solitudine umana, del bisogno di legame e delle ferite prodotte dalle relazioni fallite o insufficienti.
La svolta clinica
Sullivan si formò in medicina e poi in psichiatria in un’epoca in cui la psichiatria era ancora fortemente segnata dall’approccio biologico, custodialistico e descrittivo.
I pazienti gravi, soprattutto quelli psicotici, venivano spesso considerati incomprensibili, irrecuperabili o comunque poco accessibili a un autentico lavoro psicologico.
Una parte decisiva della grandezza di Sullivan sta proprio qui: egli fu uno dei primi grandi clinici a prendere sul serio il mondo soggettivo dei pazienti psicotici, specialmente degli schizofrenici. Non li vedeva soltanto come corpi malati o come casi da classificare. Cercava invece di comprenderli come persone, come esseri umani che soffrivano all’interno di una particolare organizzazione dell’esperienza relazionale.
La nascita della psichiatria interpersonale
Questo dato è centrale. Sullivan non fu soltanto un teorico. Fu prima di tutto un osservatore finissimo della relazione umana.
Lavorando con pazienti gravemente disturbati, capì che la sofferenza psichica non poteva essere spiegata soltanto attraverso le pulsioni o i meccanismi intrapsichici classici. C’era qualcosa di più originario e più concreto: il fatto che la persona si costituisce sempre all’interno di un mondo di rapporti.
Da qui nasce il suo orientamento, che verrà poi chiamato psichiatria interpersonale.
La personalità come esperienza relazionale
Che cosa significa davvero “interpersonale” in Sullivan?
Significa che la personalità non è qualcosa che esiste isolatamente dentro il soggetto, come se fosse un oggetto interno autosufficiente.
La personalità è, per Sullivan, un modello relativamente stabile di situazioni interpersonali ricorrenti.
Questa definizione è bellissima, perché rompe con una certa idea statica dell’Io. Noi non siamo solo ciò che abbiamo dentro. Siamo anche il modo in cui ci organizziamo nei rapporti con gli altri.
Le nostre paure, il nostro stile affettivo, il nostro modo di avvicinarci o allontanarci, di chiedere amore o di temerlo, di cercare vicinanza o di sabotarla: tutto questo nasce nella trama concreta delle esperienze relazionali.
Il confronto con Freud
Sullivan si colloca storicamente in un momento molto interessante.
Freud aveva già rivoluzionato il pensiero psicologico introducendo l’inconscio, il conflitto, la sessualità infantile e il transfert.
Ma Sullivan, pur conoscendo e utilizzando in parte il lessico psicoanalitico, se ne distacca su un punto decisivo: la centralità delle pulsioni viene ridimensionata a favore della centralità dell’esperienza relazionale.
Potremmo dire che, mentre Freud vedeva nella mente soprattutto il teatro del conflitto tra desiderio, difesa e rimozione, Sullivan vede nella mente il risultato delle esperienze interpersonali ripetute, soprattutto quelle segnate dall’ansia, dalla sicurezza e dalla minaccia al senso di sé.
L’ansia come forza organizzatrice della personalità
Uno dei concetti fondamentali del suo pensiero è proprio quello di ansia.
Per Sullivan, l’ansia non è semplicemente un sintomo tra gli altri. È una forza organizzatrice potentissima dello sviluppo della personalità.
Il bambino non nasce con una personalità già formata; essa si costruisce progressivamente nelle relazioni e soprattutto nel modo in cui l’ambiente trasmette sicurezza o ansia.
Qui il ruolo della madre, o comunque della figura di accudimento, è decisivo.
Sullivan ritiene che l’ansia sia in larga misura interpersonale: viene comunicata, trasmessa e appresa.
Il bambino avverte l’ansia dell’altro significativo e la interiorizza.
Il sistema del Sé
Da qui nasce un altro concetto centrale: il sistema del Sé.
In Sullivan, il sistema del Sé non coincide con il Sé così come verrà concepito nelle teorie successive. È piuttosto un’organizzazione difensiva che si costruisce per proteggere la persona dall’ansia.
Il bambino, crescendo, impara a distinguere ciò che viene accolto e ciò che viene rifiutato nelle relazioni significative.
Alcuni aspetti della sua esperienza vengono associati a sicurezza, approvazione e accettazione; altri a tensione, vergogna, paura e disapprovazione.
Così si struttura una sorta di sistema selettivo che ha lo scopo di mantenere la sicurezza interpersonale ed evitare l’angoscia.
Good Me, Bad Me e Not Me
Sullivan utilizza tre categorie molto note: Good Me, Bad Me e Not Me.
Sono formule semplici ma potentissime.
- Il Good Me corrisponde agli aspetti dell’esperienza di sé associati a sicurezza e approvazione.
- Il Bad Me riguarda gli aspetti associati a colpa, vergogna, tensione e disapprovazione.
- Il Not Me comprende invece quelle esperienze così angoscianti da essere espulse dalla coscienza ordinaria.
Non si tratta semplicemente di contenuti rimossi nel senso freudiano. Sono aspetti vissuti come radicalmente estranei, impossibili da integrare.
Lo sviluppo e la capacità di intimità
Sullivan dedica grande attenzione anche allo sviluppo.
La sua teoria evolutiva non è organizzata in termini psicosessuali come quella freudiana. Lo sviluppo è scandito soprattutto dal tipo di relazioni prevalenti e dai bisogni interpersonali che emergono nelle diverse fasi della vita.
Attribuisce una particolare importanza alla preadolescenza, perché è il momento in cui può emergere per la prima volta una relazione autentica di intimità con un coetaneo.
Per Sullivan, la capacità di intimità non nasce improvvisamente nella coppia adulta. Si prepara molto prima, nelle amicizie profonde e nelle prime esperienze di vicinanza reciproca.
La distorsione personale
Un altro concetto centrale è quello di distorsione personale.
Con questa espressione Sullivan indica la tendenza a percepire il presente attraverso schemi relazionali del passato, attribuendo all’altro significati che derivano da precedenti esperienze affettive.
In termini contemporanei, potremmo parlare di una forma di ripetizione relazionale.
L’altro non viene mai incontrato in modo completamente nuovo: è sempre filtrato da aspettative, paure e memorie relazionali implicite.
La psicoterapia come esperienza relazionale
Se la sofferenza è interpersonale, anche la cura deve esserlo.
Sullivan trasforma profondamente l’idea di relazione terapeutica.
Il terapeuta non è una presenza neutrale e distante. È invece un osservatore partecipe, una formula straordinariamente moderna.
Significa che il terapeuta osserva, ma non dall’esterno. È parte della relazione, la co-costruisce e, proprio per questo, può comprenderne le dinamiche.
La terapia diventa così uno spazio nel quale il paziente può fare esperienza di una relazione diversa, capace di non riprodurre automaticamente l’ansia, il rifiuto, l’umiliazione o la minaccia che hanno organizzato il suo sistema del Sé.
L’eredità di Sullivan
Dal punto di vista culturale, Sullivan ebbe un’influenza vastissima.
È una figura centrale dell’ambiente neofreudiano americano, insieme ad autori come Erich Fromm, Karen Horney e Clara Thompson.
La sua influenza si estende ben oltre la sua scuola diretta. Molte idee che oggi ritroviamo nella psicoanalisi relazionale, nell’intersoggettività, nelle teorie dell’attaccamento e nelle psicoterapie contemporanee erano già presenti nel suo pensiero.
Conclusione: la mente come dialogo
C’è un elemento profondamente umano nell’opera di Sullivan.
Egli sembra ricordarci che la sofferenza psichica non è mai soltanto un fatto individuale. È sempre, in qualche misura, una sofferenza del legame.
Non esiste identità senza relazione. Non esiste sicurezza interna senza una sufficiente esperienza di sicurezza interpersonale.
Se dovessimo riassumere il contributo di Harry Stack Sullivan in una sola frase, potremmo dire così:
La persona umana prende forma nelle relazioni, soffre nelle relazioni, si difende nelle relazioni e può anche guarire nelle relazioni.
Questa è forse la sua intuizione più grande.
La mente non è un monologo.
È, fin dall’inizio, un dialogo.
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