JOHN BOWLBY: PERCHÉ TEMIAMO L’ABBANDONO?
JOHN BOWLBY: PERCHÉ TEMIAMO L’ABBANDONO?
Perché alcune persone sembrano sentirsi al sicuro nelle relazioni, mentre altre vivono costantemente con la paura di essere abbandonate? Perché qualcuno riesce a fidarsi e a lasciarsi amare, mentre qualcun altro tende a mantenere le distanze o a cercare continue rassicurazioni?
Per rispondere a queste domande dobbiamo tornare al lavoro di John Bowlby, uno degli psicologi più influenti del Novecento.
Bowlby parte da un’idea semplice ma rivoluzionaria: il bisogno di legame non è una debolezza psicologica, non è una dipendenza da superare e non è soltanto il risultato dell’educazione ricevuta. È una caratteristica fondamentale della natura umana.
Secondo Bowlby, il bambino viene al mondo biologicamente predisposto a cercare la vicinanza di una figura capace di proteggerlo. Piangere, sorridere, seguire con lo sguardo, tendere le braccia, cercare il contatto fisico: tutti questi comportamenti non sono casuali. Hanno una funzione precisa. Servono a mantenere vicino qualcuno da cui dipende la sopravvivenza.
La figura di attaccamento diventa così una sorta di base sicura. Quando il bambino si sente protetto, può allontanarsi, esplorare il mondo, giocare, imparare. Quando invece prova paura, dolore o incertezza, cerca nuovamente quella presenza che gli restituisce sicurezza.
Questa intuizione porterà Bowlby a formulare la teoria dell’attaccamento, una teoria che oggi influenza non solo la psicologia dello sviluppo, ma anche la psicoterapia, la psicologia delle relazioni e perfino le neuroscienze.
Le sue idee verranno approfondite da Mary Ainsworth che, attraverso una serie di osservazioni sistematiche, individuerà diversi stili di attaccamento.
Il primo è l’attaccamento sicuro.
Il bambino protesta quando la figura di riferimento si allontana, ma riesce a ritrovare serenità quando questa ritorna. Ha imparato che l’altro è generalmente disponibile, prevedibile e affidabile. Può quindi utilizzare la relazione come punto di appoggio per esplorare il mondo.
Da adulto, chi ha sviluppato un attaccamento sicuro tende a vivere le relazioni con una maggiore fiducia. Non significa non soffrire mai o non avere paura di perdere qualcuno. Significa sapere che la vicinanza emotiva non è necessariamente pericolosa e che il legame può sopravvivere anche ai momenti di distanza e di conflitto.
Il secondo stile è l’attaccamento evitante.
Questi bambini sembrano particolarmente autonomi. Quando la figura di riferimento si allontana mostrano poco disagio e, al suo ritorno, spesso evitano il contatto. Per molto tempo si è pensato che fossero semplicemente più indipendenti degli altri.
In realtà, la ricerca ha mostrato qualcosa di diverso. Spesso questi bambini hanno imparato che esprimere il bisogno di conforto non produce una risposta adeguata. Per proteggersi dalla delusione, riducono progressivamente la manifestazione dei propri bisogni affettivi.
Nell’età adulta questa modalità può tradursi in una forte valorizzazione dell’autosufficienza, nella difficoltà a chiedere aiuto, nel timore dell’intimità profonda e nella tendenza a minimizzare le proprie emozioni.
Il terzo stile è l’attaccamento ambivalente, chiamato anche resistente.
In questo caso il bambino ricerca intensamente la vicinanza della figura di riferimento, ma quando la ottiene non riesce davvero a tranquillizzarsi. Può mostrarsi arrabbiato, inconsolabile o continuamente insoddisfatto.
La relazione è vissuta come qualcosa di prezioso ma incerto. La disponibilità dell’altro appare imprevedibile: a volte c’è, altre volte no.
Da adulto questo modello può esprimersi attraverso una forte paura dell’abbandono, un bisogno continuo di rassicurazioni e una particolare sensibilità ai segnali di distanza o di rifiuto. Ogni silenzio, ogni ritardo, ogni cambiamento nella relazione rischia di essere interpretato come una minaccia.
Successivamente verrà individuato un quarto stile: l’attaccamento disorganizzato.
È probabilmente il modello più complesso.
Il bambino manifesta comportamenti contraddittori, confusi e apparentemente incoerenti. Cerca la figura di attaccamento e contemporaneamente sembra temerla. Si avvicina e si blocca. Vuole protezione, ma proprio la persona da cui dovrebbe riceverla è percepita, almeno in parte, come fonte di paura.
Questa forma di attaccamento è stata spesso associata a esperienze traumatiche, relazioni altamente imprevedibili o situazioni nelle quali l’adulto non riesce a svolgere in modo stabile la funzione protettiva.
Nell’età adulta può tradursi in relazioni molto intense e dolorose, caratterizzate dall’alternanza tra il bisogno di vicinanza e il timore della stessa vicinanza.
Ma il contributo più importante di Bowlby riguarda forse un’altra idea.
Secondo lui, le esperienze relazionali precoci non scompaiono. Diventano ciò che egli chiama modelli operativi interni: rappresentazioni profonde di noi stessi, degli altri e delle relazioni.
Se il bambino ha sperimentato accoglienza e protezione, tenderà a sviluppare l’idea di essere degno di amore e che gli altri possano essere affidabili.
Se invece ha incontrato rifiuto, imprevedibilità o paura, potrà costruire immagini molto diverse di sé e degli altri.
Questi modelli non determinano rigidamente il nostro destino. Non siamo condannati a ripetere per sempre le stesse esperienze.
Tuttavia, influenzano il modo in cui interpretiamo ciò che accade, il modo in cui amiamo, il modo in cui chiediamo aiuto e il modo in cui affrontiamo la solitudine.
Per questo la teoria dell’attaccamento continua a essere così attuale.
Quando soffriamo per una separazione, quando abbiamo paura di essere dimenticati, quando cerchiamo qualcuno che ci rassicuri o quando troviamo conforto nella presenza di una persona significativa, stiamo entrando in contatto con una dimensione profondamente umana.
Bowlby ci ricorda che non nasciamo per essere completamente autosufficienti. Dall’inizio alla fine della vita abbiamo bisogno di legami.
Abbiamo bisogno di qualcuno che rappresenti una base sicura da cui partire e un luogo emotivo a cui poter tornare.
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Edizione tascabile – 84 pagine – 11,5 × 18,5 cm
ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA
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