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JOHN BOWLBY: PERCHÉ TEMIAMO L’ABBANDONO?

10 Luglio 2026/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

JOHN BOWLBY: PERCHÉ TEMIAMO L’ABBANDONO?

Perché alcune persone sembrano sentirsi al sicuro nelle relazioni, mentre altre vivono costantemente con la paura di essere abbandonate? Perché qualcuno riesce a fidarsi e a lasciarsi amare, mentre qualcun altro tende a mantenere le distanze o a cercare continue rassicurazioni?

Per rispondere a queste domande dobbiamo tornare al lavoro di John Bowlby, uno degli psicologi più influenti del Novecento.

Bowlby parte da un’idea semplice ma rivoluzionaria: il bisogno di legame non è una debolezza psicologica, non è una dipendenza da superare e non è soltanto il risultato dell’educazione ricevuta. È una caratteristica fondamentale della natura umana.

Secondo Bowlby, il bambino viene al mondo biologicamente predisposto a cercare la vicinanza di una figura capace di proteggerlo. Piangere, sorridere, seguire con lo sguardo, tendere le braccia, cercare il contatto fisico: tutti questi comportamenti non sono casuali. Hanno una funzione precisa. Servono a mantenere vicino qualcuno da cui dipende la sopravvivenza.

La figura di attaccamento diventa così una sorta di base sicura. Quando il bambino si sente protetto, può allontanarsi, esplorare il mondo, giocare, imparare. Quando invece prova paura, dolore o incertezza, cerca nuovamente quella presenza che gli restituisce sicurezza.

Questa intuizione porterà Bowlby a formulare la teoria dell’attaccamento, una teoria che oggi influenza non solo la psicologia dello sviluppo, ma anche la psicoterapia, la psicologia delle relazioni e perfino le neuroscienze.

Le sue idee verranno approfondite da Mary Ainsworth che, attraverso una serie di osservazioni sistematiche, individuerà diversi stili di attaccamento.

Il primo è l’attaccamento sicuro.

Il bambino protesta quando la figura di riferimento si allontana, ma riesce a ritrovare serenità quando questa ritorna. Ha imparato che l’altro è generalmente disponibile, prevedibile e affidabile. Può quindi utilizzare la relazione come punto di appoggio per esplorare il mondo.

Da adulto, chi ha sviluppato un attaccamento sicuro tende a vivere le relazioni con una maggiore fiducia. Non significa non soffrire mai o non avere paura di perdere qualcuno. Significa sapere che la vicinanza emotiva non è necessariamente pericolosa e che il legame può sopravvivere anche ai momenti di distanza e di conflitto.

Il secondo stile è l’attaccamento evitante.

Questi bambini sembrano particolarmente autonomi. Quando la figura di riferimento si allontana mostrano poco disagio e, al suo ritorno, spesso evitano il contatto. Per molto tempo si è pensato che fossero semplicemente più indipendenti degli altri.

In realtà, la ricerca ha mostrato qualcosa di diverso. Spesso questi bambini hanno imparato che esprimere il bisogno di conforto non produce una risposta adeguata. Per proteggersi dalla delusione, riducono progressivamente la manifestazione dei propri bisogni affettivi.

Nell’età adulta questa modalità può tradursi in una forte valorizzazione dell’autosufficienza, nella difficoltà a chiedere aiuto, nel timore dell’intimità profonda e nella tendenza a minimizzare le proprie emozioni.

Il terzo stile è l’attaccamento ambivalente, chiamato anche resistente.

In questo caso il bambino ricerca intensamente la vicinanza della figura di riferimento, ma quando la ottiene non riesce davvero a tranquillizzarsi. Può mostrarsi arrabbiato, inconsolabile o continuamente insoddisfatto.

La relazione è vissuta come qualcosa di prezioso ma incerto. La disponibilità dell’altro appare imprevedibile: a volte c’è, altre volte no.

Da adulto questo modello può esprimersi attraverso una forte paura dell’abbandono, un bisogno continuo di rassicurazioni e una particolare sensibilità ai segnali di distanza o di rifiuto. Ogni silenzio, ogni ritardo, ogni cambiamento nella relazione rischia di essere interpretato come una minaccia.

Successivamente verrà individuato un quarto stile: l’attaccamento disorganizzato.

È probabilmente il modello più complesso.

Il bambino manifesta comportamenti contraddittori, confusi e apparentemente incoerenti. Cerca la figura di attaccamento e contemporaneamente sembra temerla. Si avvicina e si blocca. Vuole protezione, ma proprio la persona da cui dovrebbe riceverla è percepita, almeno in parte, come fonte di paura.

Questa forma di attaccamento è stata spesso associata a esperienze traumatiche, relazioni altamente imprevedibili o situazioni nelle quali l’adulto non riesce a svolgere in modo stabile la funzione protettiva.

Nell’età adulta può tradursi in relazioni molto intense e dolorose, caratterizzate dall’alternanza tra il bisogno di vicinanza e il timore della stessa vicinanza.

Ma il contributo più importante di Bowlby riguarda forse un’altra idea.

Secondo lui, le esperienze relazionali precoci non scompaiono. Diventano ciò che egli chiama modelli operativi interni: rappresentazioni profonde di noi stessi, degli altri e delle relazioni.

Se il bambino ha sperimentato accoglienza e protezione, tenderà a sviluppare l’idea di essere degno di amore e che gli altri possano essere affidabili.

Se invece ha incontrato rifiuto, imprevedibilità o paura, potrà costruire immagini molto diverse di sé e degli altri.

Questi modelli non determinano rigidamente il nostro destino. Non siamo condannati a ripetere per sempre le stesse esperienze.

Tuttavia, influenzano il modo in cui interpretiamo ciò che accade, il modo in cui amiamo, il modo in cui chiediamo aiuto e il modo in cui affrontiamo la solitudine.

Per questo la teoria dell’attaccamento continua a essere così attuale.

Quando soffriamo per una separazione, quando abbiamo paura di essere dimenticati, quando cerchiamo qualcuno che ci rassicuri o quando troviamo conforto nella presenza di una persona significativa, stiamo entrando in contatto con una dimensione profondamente umana.

Bowlby ci ricorda che non nasciamo per essere completamente autosufficienti. Dall’inizio alla fine della vita abbiamo bisogno di legami.

Abbiamo bisogno di qualcuno che rappresenti una base sicura da cui partire e un luogo emotivo a cui poter tornare.

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ESSERE VISTI PER ESISTERE – Donald Winnicot

20 Giugno 2026/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

ESSERE VISTI PER ESISTERE – Donald Winnicot

Si può lavorare, amare, funzionare, persino avere successo, e tuttavia non sentirsi davvero vivi. Donald Winnicott aveva intuito questo paradosso molti anni fa.

Nato nel 1896 in Inghilterra, in una famiglia borghese apparentemente stabile e ben integrata, Winnicott cresce circondato da figure femminili: una madre e due sorelle maggiori. In seguito parlerà di una madre presente, ma non sempre disponibile sul piano emotivo. Forse è proprio da questa esperienza precoce, dall’incontro con una presenza che c’è ma non sempre risponde, che nasce la sua particolare sensibilità clinica.

Diventa medico e poi pediatra, una scelta significativa perché il suo percorso non prende avvio dalla teoria, ma dall’osservazione concreta del bambino reale. Negli anni Venti e Trenta lavora negli ospedali, osserva migliaia di bambini e ascolta le loro madri, maturando una comprensione sempre più profonda della relazione che li lega. È però durante la Seconda guerra mondiale che il suo pensiero trova una svolta decisiva. Londra è sotto i bombardamenti, molti bambini vengono evacuati, separati dalle famiglie e affidati a persone sconosciute. Winnicott osserva le conseguenze psicologiche di queste separazioni: ansia, regressione, perdita di vitalità, difficoltà emotive profonde. Comprende che non sono soltanto il pericolo, la fame o il freddo a ferire il bambino, ma soprattutto la rottura del legame affettivo.

Da queste osservazioni nasce una delle sue intuizioni più importanti: il bambino non esiste come individuo isolato. All’inizio della vita esiste sempre all’interno di una relazione. Per svilupparsi ha bisogno di un ambiente che lo sostenga e lo accolga. È in questo contesto che Winnicott formula il celebre concetto di madre sufficientemente buona: non una madre perfetta o ideale, ma una figura capace di adattarsi in modo autentico ai bisogni del bambino. All’inizio quasi completamente, poi sempre meno, consentendogli gradualmente di tollerare la frustrazione e di costruire una propria autonomia. È proprio in questo delicato equilibrio tra presenza e assenza, tra sostegno e separazione, che prende forma il senso di sé.

Quando l’ambiente è troppo carente, il bambino rischia di sentirsi frammentato e insicuro. Quando invece è troppo intrusivo, non gli viene lasciato lo spazio necessario per emergere come persona distinta. In entrambe le situazioni qualcosa della spontaneità originaria viene sacrificato. Per adattarsi alle richieste dell’ambiente, il bambino sviluppa allora ciò che Winnicott definisce falso sé: una struttura psichica che gli consente di funzionare, di essere accettato e di rispondere alle aspettative altrui, ma spesso al prezzo di un progressivo allontanamento da ciò che sente autenticamente suo.

Il falso sé non è una malattia nel senso tradizionale del termine. È piuttosto una soluzione intelligente, necessaria e spesso inevitabile. Tuttavia, col passare degli anni, può lasciare una traccia dolorosa: la sensazione di vivere una vita che funziona dall’esterno ma che, dall’interno, appare vuota, distante, come se qualcosa di essenziale fosse rimasto nascosto o inespresso.

Per questo Winnicott non concepisce la psicoterapia come un luogo in cui correggere il paziente o imporgli interpretazioni. La immagina piuttosto come uno spazio particolare, una condizione relazionale che chiama holding: una funzione di sostegno simile a quella che una madre offre al proprio bambino. Uno spazio in cui non si viene invasi, ma nemmeno abbandonati. Uno spazio sufficientemente sicuro perché la persona possa gradualmente ritrovare il contatto con la propria esperienza più autentica.

In questa prospettiva il vero sé non è qualcosa che deve essere costruito dall’esterno. È qualcosa che esiste già, ma che, per diverse ragioni, non ha avuto la possibilità di svilupparsi pienamente. La terapia diventa allora un’esperienza di incontro e di riconoscimento, un luogo in cui si può finalmente smettere di adattarsi e cominciare a essere.

Per Winnicott, infatti, la salute psicologica non coincide con il semplice adattamento sociale né con il corretto funzionamento dell’individuo. Essa riguarda piuttosto la capacità di sentirsi vivi, reali, spontanei; la possibilità di giocare, creare, amare e abitare la propria esistenza senza dover continuamente indossare una maschera.

Forse è questa la sua eredità più profonda e attuale: ricordarci che non basta vivere. Per vivere davvero è necessario, prima di tutto, sentirsi reali.blu psicologo milano

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LA TUA ASSENZA – Richiedi una copia in omaggio

16 Giugno 2026/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

LA TUA ASSENZA – Richiedi una copia in omaggio

Per chi desidera leggere il libro La tua assenza, sono disponibili 40 copie cartacee gratuite in omaggio, fino a esaurimento delle disponibilità.

La tua assenza è il racconto di un incontro terapeutico, di una relazione umana e delle tracce che alcuni incontri continuano a lasciare nella nostra vita, anche attraverso l’assenza.

Per richiedere una copia è sufficiente inviare una mail a:

info@donatosaulle.it

indicando:

  • Nome e cognome
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Le richieste saranno evase in ordine di arrivo fino all’esaurimento delle 40 copie disponibili.

I dati personali comunicati (nome, cognome e indirizzo postale) saranno utilizzati esclusivamente per l’invio della copia richiesta del libro La tua assenza e non saranno ceduti a terzi né utilizzati per finalità commerciali o promozionali. Una volta completata la spedizione, i dati saranno conservati solo per il tempo strettamente necessario alla gestione dell’invio, nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali.

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DIVENTANO DESTINO – La tua assenza

7 Giugno 2026/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

DIVENTANO DESTINO – La tua assenza

“E certe parole, quando vengono ripetute spesso, smettono di essere parole.

Diventano destino.”

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LA PERSONALITA’ E IL CONFLITTO – Harry Stack Sullivan

30 Maggio 2026/in Senza categoria/da Donato Saulle

HARRY STACK SULLIVAN

La personalità, le relazioni e l’origine interpersonale del conflitto

Introduzione: un autore fondamentale ma spesso dimenticato

Quando parliamo di Harry Stack Sullivan, entriamo in una zona molto particolare della storia della psicoanalisi e della psichiatria del Novecento. Sullivan è uno di quegli autori che non vengono sempre citati quanto Freud, Jung, Klein o Winnicott, ma che hanno lasciato un’impronta profondissima nel modo in cui oggi pensiamo la personalità, le relazioni, l’ansia, la sofferenza psichica e perfino la psicoterapia.

La sua importanza è enorme, perché sposta il centro della comprensione dell’essere umano: non più soltanto l’inconscio come teatro pulsionale chiuso dentro l’individuo, ma la persona come essere essenzialmente relazionale, costruito e trasformato all’interno dei rapporti con gli altri.

In Sullivan, l’essere umano non è un’isola. La mente non si sviluppa in solitudine. La personalità non è una struttura isolata. Essa prende forma nel campo delle relazioni interpersonali.

La vita di Sullivan: le radici di una sensibilità relazionale

Per capire davvero Sullivan bisogna partire dalla sua vita, perché in lui biografia e teoria non sono mondi del tutto separati.

Harry Stack Sullivan nasce nel 1892 a Norwich, nello Stato di New York, in un contesto rurale, figlio di immigrati irlandesi cattolici. La sua infanzia sembra essere stata segnata da isolamento, solitudine, difficoltà di appartenenza e da un senso di estraneità rispetto al mondo che lo circondava.

Era un ragazzo brillante, molto intelligente, ma anche emotivamente isolato. Questo elemento biografico è importante, perché molta parte della sua sensibilità teorica sembra nascere proprio dalla percezione dolorosa della solitudine umana, del bisogno di legame e delle ferite prodotte dalle relazioni fallite o insufficienti.

La svolta clinica

Sullivan si formò in medicina e poi in psichiatria in un’epoca in cui la psichiatria era ancora fortemente segnata dall’approccio biologico  e descrittivo.

I pazienti gravi, soprattutto quelli psicotici, venivano spesso considerati incomprensibili, irrecuperabili o comunque poco accessibili a un autentico lavoro psicologico.

Una parte decisiva della grandezza di Sullivan sta proprio qui: egli fu uno dei primi grandi clinici a prendere sul serio il mondo soggettivo dei pazienti psicotici, specialmente degli schizofrenici. Non li vedeva soltanto come corpi malati o come casi da classificare. Cercava invece di comprenderli come persone, come esseri umani che soffrivano all’interno di una particolare organizzazione dell’esperienza relazionale.

La nascita della psichiatria interpersonale

Questo dato è centrale. Sullivan non fu soltanto un teorico. Fu prima di tutto un osservatore finissimo della relazione umana.

Lavorando con pazienti gravemente disturbati, capì che la sofferenza psichica non poteva essere spiegata soltanto attraverso le pulsioni o i meccanismi intrapsichici classici. C’era qualcosa di più originario e più concreto: il fatto che la persona si costituisce sempre all’interno di un mondo di rapporti.

Da qui nasce il suo orientamento, che verrà poi chiamato psichiatria interpersonale.

La personalità come esperienza relazionale

Che cosa significa davvero “interpersonale” in Sullivan?

Significa che la personalità non è qualcosa che esiste isolatamente dentro il soggetto, come se fosse un oggetto interno autosufficiente.

La personalità è, per Sullivan, un modello relativamente stabile di situazioni interpersonali ricorrenti.

Questa definizione è bellissima, perché rompe con una certa idea statica dell’Io. Noi non siamo solo ciò che abbiamo dentro. Siamo anche il modo in cui ci organizziamo nei rapporti con gli altri.

Le nostre paure, il nostro stile affettivo, il nostro modo di avvicinarci o allontanarci, di chiedere amore o di temerlo, di cercare vicinanza o di sabotarla: tutto questo nasce nella trama concreta delle esperienze relazionali.

Il confronto con Freud

Sullivan si colloca storicamente in un momento molto interessante.

Freud aveva già rivoluzionato il pensiero psicologico introducendo l’inconscio, il conflitto, la sessualità infantile e il transfert.

Ma Sullivan, pur conoscendo e utilizzando in parte il lessico psicoanalitico, se ne distacca su un punto decisivo: la centralità delle pulsioni viene ridimensionata a favore della centralità dell’esperienza relazionale.

Potremmo dire che, mentre Freud vedeva nella mente soprattutto il teatro del conflitto tra desiderio, difesa e rimozione, Sullivan vede nella mente il risultato delle esperienze interpersonali ripetute, soprattutto quelle segnate dall’ansia, dalla sicurezza e dalla minaccia al senso di sé.

L’ansia come forza organizzatrice della personalità

Uno dei concetti fondamentali del suo pensiero è proprio quello di ansia.

Per Sullivan, l’ansia non è semplicemente un sintomo tra gli altri. È una forza organizzatrice potentissima dello sviluppo della personalità.

Il bambino non nasce con una personalità già formata; essa si costruisce progressivamente nelle relazioni e soprattutto nel modo in cui l’ambiente trasmette sicurezza o ansia.

Qui il ruolo della madre, o comunque della figura di accudimento, è decisivo.

Sullivan ritiene che l’ansia sia in larga misura interpersonale: viene comunicata, trasmessa e appresa.

Il bambino avverte l’ansia dell’altro significativo e la interiorizza.

Il sistema del Sé

Da qui nasce un altro concetto centrale: il sistema del Sé.

In Sullivan, il sistema del Sé non coincide con il Sé così come verrà concepito nelle teorie successive. È piuttosto un’organizzazione difensiva che si costruisce per proteggere la persona dall’ansia.

Il bambino, crescendo, impara a distinguere ciò che viene accolto e ciò che viene rifiutato nelle relazioni significative.

Alcuni aspetti della sua esperienza vengono associati a sicurezza, approvazione e accettazione; altri a tensione, vergogna, paura e disapprovazione.

Così si struttura una sorta di sistema selettivo che ha lo scopo di mantenere la sicurezza interpersonale ed evitare l’angoscia.

Good Me, Bad Me e Not Me

Sullivan utilizza tre categorie molto note: Good Me, Bad Me e Not Me.

Sono formule semplici ma potentissime.

  • Il Good Me corrisponde agli aspetti dell’esperienza di sé associati a sicurezza e approvazione.
  • Il Bad Me riguarda gli aspetti associati a colpa, vergogna, tensione e disapprovazione.
  • Il Not Me comprende invece quelle esperienze così angoscianti da essere espulse dalla coscienza ordinaria.

Non si tratta semplicemente di contenuti rimossi nel senso freudiano. Sono aspetti vissuti come radicalmente estranei, impossibili da integrare.

Lo sviluppo e la capacità di intimità

Sullivan dedica grande attenzione anche allo sviluppo.

La sua teoria evolutiva non è organizzata in termini psicosessuali come quella freudiana. Lo sviluppo è scandito soprattutto dal tipo di relazioni prevalenti e dai bisogni interpersonali che emergono nelle diverse fasi della vita.

Attribuisce una particolare importanza alla preadolescenza, perché è il momento in cui può emergere per la prima volta una relazione autentica di intimità con un coetaneo.

Per Sullivan, la capacità di intimità non nasce improvvisamente nella coppia adulta. Si prepara molto prima, nelle amicizie profonde e nelle prime esperienze di vicinanza reciproca.

La distorsione personale

Un altro concetto centrale è quello di distorsione personale.

Con questa espressione Sullivan indica la tendenza a percepire il presente attraverso schemi relazionali del passato, attribuendo all’altro significati che derivano da precedenti esperienze affettive.

In termini contemporanei, potremmo parlare di una forma di ripetizione relazionale.

L’altro non viene mai incontrato in modo completamente nuovo: è sempre filtrato da aspettative, paure e memorie relazionali implicite.

La psicoterapia come esperienza relazionale

Se la sofferenza è interpersonale, anche la cura deve esserlo.

Sullivan trasforma profondamente l’idea di relazione terapeutica.

Il terapeuta non è una presenza neutrale e distante. È invece un osservatore partecipe, una formula straordinariamente moderna.

Significa che il terapeuta osserva, ma non dall’esterno. È parte della relazione, la co-costruisce e, proprio per questo, può comprenderne le dinamiche.

La terapia diventa così uno spazio nel quale il paziente può fare esperienza di una relazione diversa, capace di non riprodurre automaticamente l’ansia, il rifiuto, l’umiliazione o la minaccia che hanno organizzato il suo sistema del Sé.

L’eredità di Sullivan

Dal punto di vista culturale, Sullivan ebbe un’influenza vastissima.

È una figura centrale dell’ambiente neofreudiano americano, insieme ad autori come Erich Fromm, Karen Horney e Clara Thompson.

La sua influenza si estende ben oltre la sua scuola diretta. Molte idee che oggi ritroviamo nella psicoanalisi relazionale, nell’intersoggettività, nelle teorie dell’attaccamento e nelle psicoterapie contemporanee erano già presenti nel suo pensiero.

Conclusione: la mente come dialogo

C’è un elemento profondamente umano nell’opera di Sullivan.

Egli sembra ricordarci che la sofferenza psichica non è mai soltanto un fatto individuale. È sempre, in qualche misura, una sofferenza del legame.

Non esiste identità senza relazione. Non esiste sicurezza interna senza una sufficiente esperienza di sicurezza interpersonale.

Se dovessimo riassumere il contributo di Harry Stack Sullivan in una sola frase, potremmo dire così:

La persona umana prende forma nelle relazioni, soffre nelle relazioni, si difende nelle relazioni e può anche guarire nelle relazioni.

Questa è forse la sua intuizione più grande.

La mente non è un monologo.

È, fin dall’inizio, un dialogo.

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Molti dei temi affrontati in questo post ritornano anche nel libro “LA TUA ASSENZA”

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Donato Saulle

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IL SENTIMENTO DI INFERIORITA’ – Alfred Adler

28 Maggio 2026/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

IL SENTIMENTO DI INFERIORITA’

ALFRED ADLER

Viviamo cercando di essere all’altezza, ma spesso ci sentiamo sempre un passo indietro. Adler parte da qui.

Alfred Adler nasce a Vienna nel 1870, nel cuore di quella stagione straordinaria che darà origine alla psicoanalisi. È contemporaneo di Freud, collabora con lui, fa parte del primo gruppo psicoanalitico, ma presto prende le distanze.

Per Freud l’essere umano è mosso dalle pulsioni, le forze inconsce legate al piacere e al conflitto. Per Adler il punto di partenza è diverso: non il trauma, non l’inconscio profondo, ma un’esperienza più immediata, più universale: il sentirsi inferiori.

Adler osserva qualcosa di semplice e radicale. Ogni essere umano nasce in una condizione di fragilità, di dipendenza, di incompletezza. Siamo, all’inizio, esseri mancanti, e da questa mancanza nasce un movimento: il tentativo di crescere, di compensare, di diventare.

Il sentimento di inferiorità, quindi, non è un difetto: è una condizione originaria, è ciò che mette in moto la vita psichica.

Il problema non è sentirsi inferiori. Il problema è cosa facciamo con questa esperienza. Possiamo trasformarla in sviluppo oppure in difesa.

Alcuni individui utilizzano questo sentimento come spinta evolutiva, altri invece cercano di negarlo, di coprirlo, di dimostrarne il contrario.

Ed è qui che, secondo Adler, nasce la nevrosi. Quando il movimento verso la crescita si trasforma in un bisogno rigido di compensazione. Non cerchiamo più di diventare, ma di apparire; non di crescere, ma di dimostrare.

Per comprendere questo processo, Adler introduce un concetto fondamentale: lo stile di vita.

Lo stile di vita è l’organizzazione profonda del nostro modo di essere nel mondo. Si forma precocemente, nei primi anni di vita. È una struttura coerente, anche se spesso inconscia, che orienta il modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri, le situazioni; guida le scelte, le relazioni, le aspettative, le paure.

Non reagiamo semplicemente alla realtà: interpretiamo la realtà attraverso il nostro stile di vita.

Per Adler la psicologia non è solo analisi del passato, è comprensione di una direzione. L’essere umano è orientato verso uno scopo. Ogni comportamento, anche il più problematico, ha un significato. Risponde a una logica interna.

Questo introduce un’idea profondamente moderna. Non siamo determinati in modo rigido dalla nostra storia. Siamo orientati da finalità, e queste finalità possono essere riconosciute e trasformate.

In questa prospettiva, la salute psicologica assume un significato preciso. Non è perfezione, non è assenza di conflitto: è capacità di cooperazione, è interesse sociale.

Adler parla di Gemeinschaftsgefühl, il sentimento di appartenenza alla comunità umana.

Essere sani, per Adler, significa sentirsi parte, capaci di contribuire, di entrare in relazione, di riconoscere l’altro.

Per questo il vero opposto del sentimento di inferiorità non è la superiorità, è il senso di appartenenza.

E allora la domanda cambia: non più “quanto valgo?”, ma “riesco a stare in relazione? Riesco a partecipare alla vita comune?”.

In questo passaggio l’individuo smette di confrontarsi e inizia a connettersi.

Adler ci consegna così una visione dell’essere umano profondamente etica e relazionale. Non siamo definiti solo da ciò che ci manca, ma da come scegliamo di rispondere a quella mancanza.

Ed è in questa risposta che si costruisce il nostro modo di essere nel mondo.

E forse proprio qui il sentimento di inferiorità rivela il suo significato più profondo: non un limite da eliminare, ma una direzione da comprendere.

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Se questo argomento ti ha interessato, nel libro La tua assenza di Donato Saulle troverai ulteriori riflessioni sui temi dell’incontro, dell’assenza, della relazione e delle ferite invisibili che accompagnano l’esperienza umana.

Il testo è disponibile su Amazon al link: amazon.it/dp/B0H2BQK55P

Edizione tascabile – 84 pagine – 11,5 × 18,5 cm

    

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ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-28-mag-2026-08_08_10.png 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2026-05-28 06:13:412026-05-31 09:17:08IL SENTIMENTO DI INFERIORITA’ – Alfred Adler

LA TUA ASSENZA

20 Maggio 2026/in in evidenza, News, Senza categoria/da Donato Saulle

LA TUA ASSENZA

È il racconto di una relazione terapeutica,
di un incontro,
di una speranza.

È una storia vera,
con nomi cambiati ma emozioni autentiche.

Il protagonista è qualcuno
che per anni aspetta un ritorno.

Quello di una presenza
che continua ad abitare la sua vita
anche attraverso l’assenza.

Il testo è disponibile su Amazon al link: amazon.it/dp/B0H3JJZQ8H

Edizione tascabile – 84 pagine – 11,5 × 18,5 cm

   

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2026/06/NUOVA-COPERTINA-CON-SFONDO-BLU-SCURO.jpg 1024 1536 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2026-05-20 09:14:012026-06-29 10:15:40LA TUA ASSENZA

RIAPERTURA STUDIO

9 Gennaio 2026/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

RIAPERTURA STUDIO

GENNAIO 2026

Terminata la pausa per le festività è ora possibile riprendere, da lunedì 13 gennaio, le sedute in studio.

Per i nuovi pazienti è possibile fissare un primo colloquio utilizzando una delle seguenti modalità:

– inviare una mail all’indirizzo: info@donatosaulle.it
– inviare un SMS al numero: 3477966388
– telefonare direttamente al numero: 3477966388

in tutti i casi verrà richiesto di specificare:

nome
cognome
anni
numero di telefono

Lo studio effettua solo colloqui di psicologia o di psicoterapia con pazienti maggiorenni.

Verrà sempre dato riscontro alla richiesta.

Se non si riceve un riscontro alla propria richiesta durante le 24/48 ore successive si prega di cambiare la modalità del contatto perchè questo significa che la richiesta non è stata ricevuta.

Avere riscontro alla propria richiesta entro 24/48 ore significa poter effettuare un primo colloquio nei tempi più brevi possibili anche se non sempre immediati.

Al termine del primo colloquio il professionista e il paziente concordano l’eventuale prosecuzione del trattamento.

Il professionista potrà farsi carico personalmente dell’intervento o indicare al paziente il nominativo di un altro professionista, sulla base delle specifiche problematiche individuate, oppure indicare professionisti con competenze diverse che possono affiancare il percorso terapeutico intrapreso.

Le regole della privacy sono quelle definite nel documento da sottoscrivere in sede di primo colloquio.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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PSICOTERAPIA ON-LINE

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STUDIO DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Da oltre un decennio svolgo la mia attività di psicoterapeuta privatamente presso il mio studio di Milano.
Le persone che, dopo un primo colloquio individuale, hanno i requisiti per poter essere seguite  potranno usufruire di una assistenza psicologica costante e in caso di bisogno potranno contattarmi tutti i giorni e in qualsiasi ora ad un numero privato che verrà fornito alla conclusione del primo incontro.blu psicologo milano

Formazione

  • Laureato in Psicologia presso l’Università degli Studi di Pavia
  • Psicologo
  • Psicologo Clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 03/12876
  • Biennio di specializzazione in psicoterapia Cognitivo Comportamentale
  • Biennio di specializzazione in psicoterapia a indirizzo Psicodinamico
  • Psicoterapeuta
  • Iscrizione all’Albo degli Psicoterapeuti della Lombardia n. 03/12876

Chiedi informazioni adesso se pensi di avere bisogno di un aiuto: Tel. 347 7966388 – Email: info@donatosaulle.it

 Donato Saulle

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COLLABORAZIONI

  • Ospedale Fatebenefratelli

Colloqui individuali e somministrazione di Test di personalità come MMPI2 e il Rorscharch con il Metodo Exner.
In particolare mi sono occupato, presso il Centro Psicosociale, dei seguenti ambiti psicologici:
disturbi di personalità
problematiche e disagi adolescenziali
ansia
panico
stress
depressione
fobie
disturbi ossessivi e compulsivi

  • Università degli Studi di Pavia

Ho partecipato alla costruzione, presso il Dipartimento di Psicologia, di un progetto di orientamento e formazione finalizzato alla ricerca attiva di un lavoro, realizzato con modalità di consulenza individuale personalizzata, autovalutazione, costruzione del progetto professionale attraverso la conoscenza del contesto competitivo e delle tecniche di ricerca di un impiego, con somministrazione di test psicoattitudinali e motivazionali, mappatura delle competenze, orientamento e bilancio di competenze individuali.

  • A.S.L. Città di Milano – Unità Operativa Carceri

Ho svolto la mia opera all’interno della Casa Circondariale di San Vittore principalmente nel reparto a trattamento avanzato per detenuti tossicodipendenti.
Ho acquisito le conoscenze relative alla personalità del tossicodipendente, al mondo dello schema comportamentale e dei codici affettivo-emotivi sottostanti.
Le cognizioni sul pensiero deviante-criminalizzato sono state la base per la mia partecipazione alle attività dell’area clinica e a quelle rivolte alla sfera psicologica e comportamentale delle persone detenute e della loro possibile evoluzione in relazione a dimensioni quali l’espressione delle attitudini individuali, l’ adesione al mondo delle regole e dei compiti, le capacità relazionali e eventuali risorse attivabili in vista di un futuro reinserimento.

  • Regione Lombardia

Presidente di Commissioni d’esame presso Centri di Formazione Professionale.

  • Milano Città Metropolitana

Presidente di Commissioni d’esame presso Centri di Formazione Professionale.

  • Residenze Sanitarie Assistenziali

Ho applicato le principali conoscenze della testistica (Minimal Mental State Examitation Test, Tecniche di osservazione di decadimento cognitivo), impostando una relazione corretta con il paziente e con i familiari, affrontando i principali problemi psicologici e comportamentali che il decadimento cognitivo porta con sé e ho applicato le principali tecniche di riattivazione cognitiva e della memoria (ROT, Memory training, Our Time) adattandole alle esigenze del singolo o di un gruppo di pazienti con diversi livelli cognitivi.
Ho creato le di basi per l’intervento con l’anziano sano o portatore di decadimento in relazione alla stimolazione e alla riabilitazione cognitiva prestando particolare attenzione alla diagnosi differenziale alla costruzione della relazione con il paziente e al difficile rapporto con le famiglie ed i Caregivers. Inoltre ho collaborato alla definizione del quadro diagnostico e alla stesura del Piano Assistenziale Individuale di ogni nuovo ospite.

  • Centri di Formazione Professionale

Ho collaborato come formatore di sostegno o come psicologo in regime libero professionale alla stesura del progetto formativo di alcuni studenti e in particolar modo la mia cura era rivolta ad alunni con difficoltà cognitive e/o comportamentali attraverso un empowerment delle risorse personali per una ricerca autonoma e attiva di una occupazione (attraverso l’uso di strumenti multimediali, la stesura del curriculum, lettera di presentazione, preparazione al colloquio ecc.) e, più in generale, allo sviluppo delle competenze comportamentali e relazionali tese a favorire l’inclusione sociale e ad agevolare l’acquisizione di autonomie personali nell’organizzazione e nella gestione del proprio progetto di vita.

  • Progetto “Diversamente Giovani” per una nuova cultura dell’integrazione

Progetto pensato, elaborato e proposto a Fondazione CARIPLO che lo ha approvato e finanziato con il fine di sviluppare una nuova cultura dell’integrazione sul territorio di Milano.

  • Tutor per la Facoltà di Psicologia – Università eCampus

Pianificazione di programmi formativi, pratici ed esperienziali di tutoring per Tirocinio obbligatorio per esame di Stato e Corso di Specializzazione di tirocinanti della Facoltà di Psicologia.

  • Comunità Terapeutiche per il recupero di persone tossicodipendenti

Comunità terapeutica per il recupero di persone polidipendenti e con disturbi depressivi. Ho svolto attività psicologiche e rieducative con colloqui personali e di gruppo orientate al recupero di potenzialità personali e sociali.

  • Comunità Alloggio per pazienti con problemi psichiatrici

Comunità alloggio dedicata al trattamento di pazienti affetti da disturbi psichiatrici che necessitavano di interventi terapeutico riabilitativi o di interventi di supporto sociosanitario effettuabili in regime residenziale.
Rivolta a pazienti con difficoltà di funzionamento personale e sociale, con bisogni complessi, ivi comprese problematiche connesse a comorbidità e con necessità di interventi multi-professionali.

Donato Saulle

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2023/08/riapertura-studio-con-bordo-BIANCO.png 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2026-01-09 12:57:002026-01-09 12:57:14RIAPERTURA STUDIO

UNA FOLLA DI SOLITARI

6 Dicembre 2025/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

UNA FOLLA DI SOLITARI

“Secondo Fromm, la società contemporanea è una società che mira a trasformare l’essere umano principalmente in un consumatore.
È un sistema che tende a ridurre le persone a individui isolati, «atomi» scollegati fra loro, e che spinge il singolo a vivere in città anonime, prive di legami significativi.

È dunque una società che lavora sempre più per costruire un assetto socio-economico in cui l’essere umano è reciso dai suoi rapporti con gli altri: una sorta di “folla di solitari”, per usare una metafora classica della sociologia.
L’essere umano, che nei secoli ha conquistato così tanta libertà, oggi si ritrova a vivere in un contesto in cui quei legami sono fortemente indeboliti, e dove anzi diventa fondamentale il primato dell’individualità come capacità di cavarsela da soli.
Ci troviamo così all’interno di una società fortemente orientata al narcisismo, in cui il narcisismo diventa una sorta di clava che le persone brandiscono l’una contro l’altra per farsi strada in una moltitudine di anonimi.
Viviamo nel culto dell’indifferenza, dove essere disattenti all’altro diventa quasi una norma sociale.
Questo modo di vivere, considerato dall’individuo come una sorta di normalità o di regola condivisa, produce — secondo Fromm — un paradosso:
che cosa posso fare della mia libertà in un mondo che rende sempre più difficile esercitarla?
Perché è evidente che, nel momento in cui taglio i legami e svuoto l’essere umano dei suoi contatti significativi, lo espongo a un mondo caotico e complesso in cui finisce per sentirsi impotente, smarrito, e gravato dalla fatica di decidere.
È la fatica della libertà: la fatica dell’esercizio della responsabilità.”
Adriano Zamperini

Erich Fromm

Erich Fromm (1900–1980) è stato uno psicologo sociale, psicoanalista e filosofo tedesco, tra i membri più originali della cosiddetta Scuola di Francoforte. Formatosi nella psicoanalisi freudiana, la unì alla sociologia, all’etica umanistica e al pensiero marxiano, creando una visione centrata sull’uomo, sulla libertà e sui bisogni profondi dell’esistenza. Emigrato negli Stati Uniti nel 1934 per sfuggire al nazismo, divenne un influente intellettuale internazionale. Tra le sue opere più famose: Fuga dalla libertà L’arte di amare Avere o essere? Psicoanalisi della società contemporanea Fromm ha dedicato la vita allo studio dei modi in cui la società può alienare o liberare l’essere umano.  

Adriano Zamperini

Adriano Zamperini  è uno psicologo sociale italiano, professore di Psicologia della violenza e Psicologia sociale presso l’Università di Padova.
È noto per i suoi studi su violenza, disumanizzazione, conflitto, potere, dinamiche vittima–carnefice e processi di esclusione sociale.
Il suo approccio unisce rigore scientifico e attenzione etica: Zamperini indaga come i contesti sociali producano sofferenza, come l’indifferenza possa diventare complicità e come sia possibile costruire forme di responsabilità e cura.
Tra i suoi testi più importanti:
Indifferenza
La prigione della mente
Le ferite invisibili della violenza
Psicologia sociale del male
È considerato una delle voci più autorevoli in Italia sul tema della disumanizzazione e dei meccanismi psicologici della violenza.

Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
LA TUA ASSENZA è disponibile su amazon al link: amazon.it/dp/B0H2BQK55P

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2025/12/UNA-FOLLA-DI-SOLITARI.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2025-12-06 22:46:362026-05-28 06:43:32UNA FOLLA DI SOLITARI

FUGA DALLA LIBERTA’

5 Dicembre 2025/in Senza categoria/da Donato Saulle

FUGA DALLA LIBERTA’

di Erich Fromm spiegato da Adriano Zamperini

Fuga dalla libertà (1941) è uno dei testi più importanti della psicologia sociale del Novecento.
Fromm analizza un paradosso fondamentale dell’essere umano moderno: desideriamo essere liberi, ma spesso, davanti all’angoscia che la libertà comporta, cerchiamo di fuggirla.
La libertà non è solo un dono: è una responsabilità. Quando l’individuo non riesce a sostenere il peso dell’autonomia, può consegnarsi a forme di conformismo che gli evitano di scegliere.
Fromm mostra come i regimi del XX secolo — ma anche i meccanismi psichici quotidiani — nascano proprio da questa tensione tra bisogno di indipendenza e paura della solitudine interiore.
Il libro è oggi attualissimo per capire dipendenza psicologica, consumismo e manipolazione sociale.

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Erich Fromm

Erich Fromm (1900–1980) è stato uno psicologo sociale, psicoanalista e filosofo tedesco, tra i membri più originali della cosiddetta Scuola di Francoforte.
Formatosi nella psicoanalisi freudiana, la unì alla sociologia, all’etica umanistica e al pensiero marxiano, creando una visione centrata sull’uomo, sulla libertà e sui bisogni profondi dell’esistenza.
Emigrato negli Stati Uniti nel 1934 per sfuggire al nazismo, divenne un influente intellettuale internazionale. Tra le sue opere più famose:
Fuga dalla libertà
L’arte di amare
Avere
Psicoanalisi della società contemporanea
Fromm ha dedicato la vita allo studio dei modi in cui la società può alienare o liberare l’essere umano.

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Adriano Zamperini

è uno psicologo sociale italiano, professore di Psicologia della violenza e Psicologia sociale presso l’Università di Padova.
È noto per i suoi studi su violenza, disumanizzazione, conflitto, potere, dinamiche vittima–carnefice e processi di esclusione sociale.
Il suo approccio unisce rigore scientifico e attenzione etica: Zamperini indaga come i contesti sociali producano sofferenza, come l’indifferenza possa diventare complicità e come sia possibile costruire forme di responsabilità e cura.
Tra i suoi testi più importanti:
Indifferenza
La prigione della mente
Le ferite invisibili della violenza
Psicologia sociale del male
È considerato una delle voci più autorevoli in Italia sul tema della disumanizzazione e dei meccanismi psicologici della violenza.

Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
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