ESSERE VISTI PER ESISTERE – Donald Winnicot
ESSERE VISTI PER ESISTERE – Donald Winnicot
Si può lavorare, amare, funzionare, persino avere successo, e tuttavia non sentirsi davvero vivi. Donald Winnicott aveva intuito questo paradosso molti anni fa.
Nato nel 1896 in Inghilterra, in una famiglia borghese apparentemente stabile e ben integrata, Winnicott cresce circondato da figure femminili: una madre e due sorelle maggiori. In seguito parlerà di una madre presente, ma non sempre disponibile sul piano emotivo. Forse è proprio da questa esperienza precoce, dall’incontro con una presenza che c’è ma non sempre risponde, che nasce la sua particolare sensibilità clinica.
Diventa medico e poi pediatra, una scelta significativa perché il suo percorso non prende avvio dalla teoria, ma dall’osservazione concreta del bambino reale. Negli anni Venti e Trenta lavora negli ospedali, osserva migliaia di bambini e ascolta le loro madri, maturando una comprensione sempre più profonda della relazione che li lega. È però durante la Seconda guerra mondiale che il suo pensiero trova una svolta decisiva. Londra è sotto i bombardamenti, molti bambini vengono evacuati, separati dalle famiglie e affidati a persone sconosciute. Winnicott osserva le conseguenze psicologiche di queste separazioni: ansia, regressione, perdita di vitalità, difficoltà emotive profonde. Comprende che non sono soltanto il pericolo, la fame o il freddo a ferire il bambino, ma soprattutto la rottura del legame affettivo.
Da queste osservazioni nasce una delle sue intuizioni più importanti: il bambino non esiste come individuo isolato. All’inizio della vita esiste sempre all’interno di una relazione. Per svilupparsi ha bisogno di un ambiente che lo sostenga e lo accolga. È in questo contesto che Winnicott formula il celebre concetto di madre sufficientemente buona: non una madre perfetta o ideale, ma una figura capace di adattarsi in modo autentico ai bisogni del bambino. All’inizio quasi completamente, poi sempre meno, consentendogli gradualmente di tollerare la frustrazione e di costruire una propria autonomia. È proprio in questo delicato equilibrio tra presenza e assenza, tra sostegno e separazione, che prende forma il senso di sé.
Quando l’ambiente è troppo carente, il bambino rischia di sentirsi frammentato e insicuro. Quando invece è troppo intrusivo, non gli viene lasciato lo spazio necessario per emergere come persona distinta. In entrambe le situazioni qualcosa della spontaneità originaria viene sacrificato. Per adattarsi alle richieste dell’ambiente, il bambino sviluppa allora ciò che Winnicott definisce falso sé: una struttura psichica che gli consente di funzionare, di essere accettato e di rispondere alle aspettative altrui, ma spesso al prezzo di un progressivo allontanamento da ciò che sente autenticamente suo.
Il falso sé non è una malattia nel senso tradizionale del termine. È piuttosto una soluzione intelligente, necessaria e spesso inevitabile. Tuttavia, col passare degli anni, può lasciare una traccia dolorosa: la sensazione di vivere una vita che funziona dall’esterno ma che, dall’interno, appare vuota, distante, come se qualcosa di essenziale fosse rimasto nascosto o inespresso.
Per questo Winnicott non concepisce la psicoterapia come un luogo in cui correggere il paziente o imporgli interpretazioni. La immagina piuttosto come uno spazio particolare, una condizione relazionale che chiama holding: una funzione di sostegno simile a quella che una madre offre al proprio bambino. Uno spazio in cui non si viene invasi, ma nemmeno abbandonati. Uno spazio sufficientemente sicuro perché la persona possa gradualmente ritrovare il contatto con la propria esperienza più autentica.
In questa prospettiva il vero sé non è qualcosa che deve essere costruito dall’esterno. È qualcosa che esiste già, ma che, per diverse ragioni, non ha avuto la possibilità di svilupparsi pienamente. La terapia diventa allora un’esperienza di incontro e di riconoscimento, un luogo in cui si può finalmente smettere di adattarsi e cominciare a essere.
Per Winnicott, infatti, la salute psicologica non coincide con il semplice adattamento sociale né con il corretto funzionamento dell’individuo. Essa riguarda piuttosto la capacità di sentirsi vivi, reali, spontanei; la possibilità di giocare, creare, amare e abitare la propria esistenza senza dover continuamente indossare una maschera.
Forse è questa la sua eredità più profonda e attuale: ricordarci che non basta vivere. Per vivere davvero è necessario, prima di tutto, sentirsi reali.![]()
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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA
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