OTTO KERNBERG – La mente, il conflitto, l’identità
OTTO KERNBERG – La mente, il conflitto, l’identità
La mente, il conflitto, l’identità
C’è qualcosa che accade dentro di noi…
quando non riusciamo più a tenere insieme ciò che proviamo.
Quando una persona diventa tutto…
e subito dopo niente.
Quando l’amore si trasforma in rabbia,
la vicinanza in distanza,
e noi stessi… diventiamo instabili.
È lì che inizia il lavoro di Otto Kernberg.
E forse…
è lì che cominciamo davvero a capire
come funziona la mente.
Quando parliamo di Otto Kernberg, entriamo in uno dei territori più complessi e affascinanti della psicologia contemporanea.
Non stiamo parlando semplicemente di uno psicoanalista, ma di uno degli autori che più profondamente ha cercato di capire come è fatta la mente quando si rompe… e come può ricomporsi.
E per capire davvero Kernberg, dobbiamo partire da lontano.
Dalla storia.
Kernberg nasce a Vienna nel 1928.
È una Vienna ancora attraversata dall’eredità di Sigmund Freud, ma ormai prossima al crollo storico e culturale che porterà alla fuga di molti intellettuali ebrei.
Nel 1939, con l’avanzata del nazismo, la sua famiglia è costretta a fuggire.
Si trasferiscono in Cile.
E questo passaggio non è solo geografico.
È un passaggio esistenziale.
È il passaggio di chi sperimenta precocemente la frattura, la perdita, lo sradicamento.
E non è un caso che tutta la sua teoria ruoti attorno a un tema centrale:
l’integrazione… o la sua mancanza.
In Cile studia medicina, poi psichiatria, poi psicoanalisi.
Ma il vero salto avviene quando arriva negli Stati Uniti, negli anni ’50 e ’60, entrando in contatto con la psichiatria dinamica americana e con i grandi centri di ricerca.
Qui succede qualcosa di decisivo.
Kernberg si trova tra due mondi.
Da una parte la tradizione freudiana classica, con il suo linguaggio di pulsioni, conflitti, Es, Io e Super-Io.
Dall’altra le nuove teorie delle relazioni oggettuali: Klein, Fairbairn, Winnicott… che iniziano a pensare la mente non solo come conflitto interno, ma come costruzione di relazioni interiorizzate.
E lui fa qualcosa di raro.
Non sceglie.
Integra.
Kernberg resta profondamente freudiano.
Mantiene l’idea del conflitto intrapsichico.
Mantiene l’idea delle pulsioni, anche dell’aggressività come forza fondamentale.
Mantiene la centralità del Super-Io.
Ma allo stesso tempo si allontana da Freud su un punto cruciale.
Per Freud, la mente è organizzata attorno al conflitto tra pulsioni e difese.
Per Kernberg, questo non basta.
La mente è fatta anche — e soprattutto — di relazioni interiorizzate.
Non abbiamo dentro solo impulsi.
Abbiamo immagini di noi e degli altri, cariche di affetto.
E queste immagini non sono neutre.
Sono organizzate in unità relazionali:
un Sé, un altro, e un’emozione che li lega.
Ed è da qui che nasce tutta la sua teoria della personalità.
Kernberg introduce una distinzione fondamentale.
Non basta sapere che disturbo ha una persona.
Bisogna capire come è organizzata la sua personalità.
E qui propone tre grandi livelli:
• organizzazione nevrotica
• organizzazione borderline
• organizzazione psicotica
Ma quello che davvero cambia la prospettiva è il modo in cui definisce il livello borderline.
Non come una diagnosi.
Ma come una struttura.
Che cosa caratterizza questa struttura?
Tre elementi.
Il primo: diffusione dell’identità.
Non è solo incertezza.
È qualcosa di più radicale.
È non avere una rappresentazione stabile e continua di sé.
È sentirsi diversi a seconda dei momenti, delle relazioni, degli stati emotivi.
È non riuscire a tenere insieme le proprie parti.
E lo stesso accade con gli altri.
Le persone non vengono vissute come intere.
Ma come frammenti.
O completamente buone…
o completamente cattive.
E qui entra il secondo elemento:
la scissione.
La scissione è una difesa primitiva.
Serve a proteggere la mente da qualcosa di insopportabile:
l’ambivalenza.
Perché la verità è che ogni relazione importante contiene amore e odio.
Ma quando questa compresenza non può essere tollerata, la mente divide.
E così nascono due mondi:
da una parte il buono assoluto, idealizzato
dall’altra il cattivo assoluto, persecutorio
E il soggetto oscilla tra questi due poli.
Il terzo elemento sono le difese primitive.
Idealizzazione, svalutazione, onnipotenza, identificazione proiettiva.
Non sono semplici “errori”.
Sono modalità profonde di funzionamento.
E costruiscono relazioni intense… ma instabili.
Relazioni in cui l’altro non è mai davvero visto per quello che è.
Ma per quello che serve.
Ed è qui che Kernberg si distacca in modo netto da una certa lettura più “armoniosa” della mente.
Perché introduce con forza un tema che spesso viene evitato:
l’aggressività.
Per Kernberg, l’aggressività non è solo una reazione.
È una componente strutturale della vita psichica.
Dentro di noi non c’è solo bisogno di amore.
C’è anche odio, invidia, distruttività.
E la salute mentale non consiste nell’eliminarle.
Ma nel integrarle.
Questo punto diventa centrale quando parla di narcisismo.
Il narcisismo patologico, per Kernberg, non è semplicemente amare sé stessi.
È costruire un Sé grandioso patologico.
Una struttura difensiva.
Un’identità che deve essere superiore, perfetta, autosufficiente.
Ma questa grandezza è fragile.
Dietro c’è spesso vergogna, vuoto, rabbia.
E soprattutto… incapacità di riconoscere l’altro come soggetto autonomo.
L’altro diventa funzione.
Specchio.
Oppure minaccia.
Nelle forme più gravi, Kernberg parla di narcisismo maligno.
E qui entriamo in un territorio ancora più complesso.
Dove alla grandiosità si uniscono aggressività, sadismo, tratti antisociali.
E soprattutto… una compromissione della capacità di colpa.
A questo punto emerge una domanda fondamentale:
come si cura una mente così organizzata?
Kernberg risponde con una proposta molto precisa.
Non basta interpretare.
Non basta contenere.
Bisogna lavorare sulla struttura.
Nasce così la Transference-Focused Psychotherapy.
Una terapia che utilizza il transfert non solo come strumento…
ma come campo principale di lavoro.
Perché ciò che il paziente vive nel mondo…
lo riproduce nella relazione con il terapeuta.
Idealizza.
Attacca.
Svaluta.
Dipende.
Controlla.
E il compito del terapeuta è rendere visibili questi movimenti.
Nominarli.
Collegarli.
Aiutare il paziente a vedere che ciò che appare separato…
in realtà appartiene alla stessa mente.
E qui arriviamo al punto più profondo del pensiero di Kernberg.
La cura non è eliminare il conflitto.
È integrare ciò che è scisso.
Integrare amore e odio.
Integrare parti idealizzate e parti svalutate.
Integrare il Sé.
E in fondo, tutto questo ha a che fare con una parola che Kernberg usa con grande precisione:
amore.
Ma non l’amore idealizzato.
Non l’amore romantico.
L’amore maturo.
Quello che riconosce l’altro nella sua interezza.
Quello che tollera la delusione.
Quello che non distrugge quando qualcosa si incrina.
Se dovessimo dire in una frase che cosa ci lascia Kernberg, potremmo dire questo:
La maturità psichica non è essere senza conflitti.
È poterli sostenere.
Non è essere perfetti.
È essere interi.
E forse è proprio qui che Kernberg, pur restando dentro la tradizione di Freud…
se ne allontana nel modo più interessante.
Freud ci ha insegnato che siamo attraversati dal conflitto.
Kernberg ci mostra che il problema non è il conflitto.
È quando non riusciamo più a tenerlo insieme.
“Amore e odio non si eliminano.
Si integrano.
E da questa integrazione nasce la possibilità di essere davvero se stessi.”
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