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NELL’INCONSCIO DI JUNG

“Rendi cosciente l’inconscio
altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita
e tu lo chiamerai destino”
C. G. Jung

NELL’INCONSCIO DI JUNG

Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.

Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.

Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza.
Attraversa tutto il suo pensiero.

Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza.
Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.

È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva.
L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.

Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.

La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore.
Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.

Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero.
Non chiude.
Lascia aperto.


Il centro del suo pensiero

Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere.
È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.

Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.

Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.


Il disagio psichico

I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia.
Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.

Nascono soprattutto nel presente.

Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita —
quando non riesce ad adattarsi all’ambiente,
o a trasformarlo secondo le proprie esigenze —
si crea una frattura.

Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.

Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche.
E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.

Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete:
modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.

Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato.
Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.

Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.


Il rapporto con l’inconscio

Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio.
Né di evitarlo.

Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.

Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.

Questo movimento non porta a una sintesi pacificata.
Porta a una coesistenza:
tra razionale e irrazionale,
tra introversione ed estroversione,
tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.

Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità.
Non è rendere tutto chiaro.

È integrare.

Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.


Il sintomo

In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.

È già, in sé, un tentativo.

Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.

Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere.
Si tratta di seguire.

Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.


Il ruolo del terapeuta

In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.

Non è fuori.

È coinvolto.

Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.

Non dirige.
Non interpreta dall’alto.

Sta dentro.

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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
U. Galimberti, Psicologia – Garzanti
Tags: Inconscio, Jung

IL DESIDERIO DELL’ALTRO – Nel linguaggio di Lacan

“Il linguaggio,
prima si significare qualcosa,
signfica per qualcuno.
J. Lacan

Jaques Lacan

Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.

Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto.
È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola.
Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.

La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso.
Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.

Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo.
Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge.
Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.

Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono.
È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.

La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo.
È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso.
È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato.
E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.

Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro.
Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.

Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia.
Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie.
Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.

Il soggetto non si costituisce mai da solo.
Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento.
È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.

Lo si vede già all’inizio della vita.
Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto.
È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale.
E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.

Ma in questo passaggio qualcosa si perde.
Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura.
Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.

Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta.
Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.

Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto.
Non è un seme che contiene in sé il proprio destino.
È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.

Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.

Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio.
Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.

Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.

Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere.
È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.

Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede.
Si affaccia, si interrompe, si nasconde.
Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.

E proprio per questo non può essere detta tutta.
Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.

Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti.
Al contrario, è quello di non saturare la domanda.

Di restituirla, ogni volta, al soggetto.

Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.

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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
Enciclopedia Treccani
Prof. Massimo Recalcati

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Tags: Lacan, desiderio, linguaggio, inconscio

 

LE PASSIONI DOMINANTI – La teoria psicologica di Oscar Ichazo

LE PASSIONI DOMINANTI

La teoria psicologica di Oscar Ichazo

“Al centro di ogni carattere, in reciproca relazione l’uno con l’altro, sono presenti una forma di motivazione da carenza e un errore cognitivo”
O. Ichazo 

Un pensiero difficile da chiudere

Oscar Ichazo (Bolivia, 1931–2020) insegnò in Cile, tra Santiago e Arica, al confine con il Perù.
Raccontò di essere entrato in contatto, durante i suoi viaggi, con la tradizione sufi in Afghanistan.

Il suo pensiero è ampio, articolato, stratificato.
Non si lascia ridurre facilmente.

Quello che segue, quindi, non è che un tentativo.
Una forma necessariamente semplificata, quasi una traccia, che prova a restituire qualcosa di una visione molto più complessa.

Una visione che, anche così ridotta, può comunque aprire uno spazio di riflessione.


La fissazione dell’ego

Al centro del suo lavoro c’è un’idea semplice solo in apparenza:
l’ego non è qualcosa di unitario, ma tende a fissarsi.

Fin dalle prime fasi della vita, alcune modalità di risposta diventano stabili, si organizzano, si irrigidiscono.
E una di queste, per ciascuno, finisce per occupare il posto centrale.

Diventa un punto di riferimento.
Un modo di vedersi.
Un’immagine di sé attorno alla quale si costruisce la personalità.

Questa fissazione non è solo cognitiva.
È sostenuta anche da una tonalità emotiva precisa, quella che Ichazo chiama “passione”.

Pensiero, emozione e comportamento non si sviluppano separatamente.
Si tengono insieme, si rinforzano a vicenda.


Dove nasce il carattere

Il punto non è tanto descrivere queste strutture, quanto comprenderne l’origine.

Per Ichazo, ciò che chiamiamo carattere prende forma molto presto, all’interno dell’esperienza infantile.
In particolare, nel momento in cui qualcosa non trova risposta.

L’essere umano, nei primi anni di vita, è completamente centrato su di sé.
Non per scelta, ma per necessità.

E proprio per questo è esposto alla frustrazione.

Quando le aspettative legate ai bisogni fondamentali non vengono soddisfatte, si produce una rottura.
Un’esperienza che il bambino vive come mancanza.

Ichazo individua tre grandi ambiti in cui questa esperienza può avvenire:

  • la conservazione
  • la relazione
  • l’adattamento

È in uno o più di questi livelli che qualcosa si incrina.

E da lì prende forma una risposta.


La difesa che diventa personalità

Quella risposta, all’inizio, è una difesa.
Un modo per proteggersi dalla ripetizione di quella mancanza.

Ma, con il tempo, si stabilizza.
Diventa automatica.
E si trasforma in ciò che chiamiamo personalità.

Ogni carattere è, in questo senso, una cristallizzazione.
Un adattamento precoce che si irrigidisce.

Si struttura attorno a:

  • un nucleo emotivo dominante (la passione)
  • un modo di pensare ricorrente (la fissazione)
  • una modalità istintiva di stare nel mondo

Quando non c’è più distanza

Il problema non è che queste strutture esistano.
Il problema è quando diventano invisibili.

Quando il soggetto coincide completamente con esse.
Quando non c’è più distanza.


Osservare per cambiare

Per questo, nel lavoro di Ichazo, l’accento non è sulla correzione, ma sull’osservazione.

Attraverso una pratica di auto-osservazione, la persona può iniziare a riconoscere i propri automatismi.
A vedere ciò che, fino a quel momento, agiva senza essere visto.

E in questo riconoscimento si apre una possibilità.

Non immediata.
Non definitiva.

Ma reale.

Ridurre l’identificazione.
Allentare la rigidità.
E, in alcuni casi, trascendere quelle strutture che, nate come protezione, finiscono per mantenere la sofferenza.


Il ruolo del terapeuta

In questo processo, il terapeuta non impone un cambiamento.
Non corregge dall’esterno.

Piuttosto, aiuta a mettere a fuoco.

A riconoscere le linee principali del carattere, le visioni implicite del mondo, le attitudini che orientano le scelte.

E, soprattutto, le possibilità evolutive che da lì possono emergere.

Non per eliminare ciò che c’è, ma per smettere di esserne completamente determinati.


Ciò che protegge, ciò che limita

Perché quei meccanismi, in fondo, non sono errori.

Sono tentativi.

Tentativi di protezione, di adattamento, di sopravvivenza.

Ma ciò che un tempo ha protetto, nel tempo può diventare ciò che limita.

E allora il lavoro non è distruggere, ma trasformare.

Lasciare che qualcosa, finalmente, possa muoversi.

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Fonti:
O. Ichazo, Interviews with Oscar Ichazo, Arica Institute Press, 1982
C. Naranjo, Atteggiamento e prassi della teoria gestaltica, 1991
A. H. Almaas, L’ enneagramma delle idee sacre. Aspetti molteplici della realtà, Trad. D. Ballarini, Astrolabio, 2007
Igor Vitale, Enneagramma. La storia dal sufismo in poi Gurdjieff, Ouspensky, Ichazo, marzo 2nd, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica, http://www.igorvitale.org/category/psicologia-clinica/ consultato il 10/07/2017
S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
https://en.wikipedia.org/wiki/Oscar_Ichazo
https://en.wikipedia.org/wiki/Arica_School
Immagine di copertina tratta da: Birdy – Le ali della libertà (Birdy), Alan Parker, 1984blu psicologo milano

LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER

“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti” 
Alfred Adler

Alfred Adler nacque a Vienna nel 1870. Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista austriaco incontrò Freud nel 1902 e ne rimase fedele allievo solo per pochi anni e cioè fino al 1911.

“Già durante il periodo di collaborazione con Freud, Adler aveva intuito il ruolo che una presunta inferiorità organica poteva avere sulla vita dell’individuo, e da questa prima ipotesi nacque il concetto di pulsione aggressiva quale principio dell’energia psichica; per Adler, infatti, il movente istintuale principale è un’aggressività che compensi il senso di inferiorità nei confronti dei propri simili.

Nel 1911 abbandonò completamente la teoria freudiana degli istinti e della libido, proponendo che il riferimento psicoanalitico alla sessualità fosse inteso esclusivamente in senso metaforico.

La nevrosi maschile rappresenterebbe una “protesta virile”, una sovracompensazione nei confronti di un sentimento di inadeguatezza.

Gli individui si sentono inadeguati e imperfetti, e per compensazione si autoingannano creandosi uno “stile di vita” che costituisce essenzialmente una modalità esistenziale tesa al raggiungimento di una superiorità nei confronti degli altri.

La psicoterapia, quindi, consiste in una libera discussione su di un piano paritetico tra lo psicoterapeuta e il paziente con l’intento di individuare il movimento inconscio in cui il paziente ha “organizzato” questo autoinganno da cui discende uno stile di vita fittizzio e nevrotico. Adler diede molta importanza al contesto ambientale e all’interesse per i problemi sociali quali elementi per la crescita sana dell’individuo.

Per le sue idee sociali e per la sua motivata convinzione che le difficoltà psicologiche dell’individuo risalgano, in ultima analisi, a fattori storici e culturali, egli viene considerato il precursore delle revisioni “sociali” della psicoanalisi.”*

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* Tratto da: U. Galimberti, Psicologia, Le Garzantine, Garzanti, Torino 1999 – pg. 8

Alfred Adler

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

Un meccanismo di difesa

Un percorso di psicoterapia è essenzialmente un percorso di conoscenza di sè.

Durante questo percorso è possibile riflettere su alcuni comportamenti che si mettono in atto e che non hanno, apparentemente, una spiegazione razionale.

E’ necessario che in questo percorso si sia seguiti e affiancati da uno psicoterapeuta in quanto interpretazioni autonome possono esitare in convinzioni erronee.

Di seguito viene esposto sinteticamente e solo a scopo divulgativo il fenomeno della “retroflessione”.

LA RETROFLESSIONE

E’ l’atteggiamento di colui che fa a sé stesso ciò che avrebbe voluto (originariamente) fare ad un altro.

Se l’ambiente risulta troppo forte, ostile e frustrante la persona rinuncia a lottare, si arrende e si adegua ma dentro di sé il bisogno continua a premere e bisogna impiegare una forte quantità di energia per impedirgli di esprimersi.

Scrive Perls:

“… l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente; vale a dire lo reprime.

La sua energia viene pertanto divisa.

Una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte; l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima tesa all’esterno.

A questo stadio le due parti della personalità lottando in direzioni diametralmente opposte entrano in lotta tra loro.

Quel che è cominciato come un conflitto tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso “.

Pensare, filosofare, elaborare progetti senza arrivare alla realizzazione possono costituire delle retroflessioni se questi atteggiamenti sopravvengono in luogo e al posto dell’azione.

Si potrebbero aggiungere a questo proposito le considerazioni classiche della psicanalisi sulla depressione:

il depresso si squalifica e si autoaccusa perché butta su di sé il risentimento per l’oggetto d’amore che se ne è andato.

Di fronte ad un paziente che si autopunisce e si autocommisera o dice di soffrire di un complesso di colpa Perls non ha esitazioni nel suggerirgli per prima l’ipotesi della retroflessione.

I suoi interventi di solito sono del tipo: se invece di graffiarti in continuazione io ti proponessi di graffiare qualcun altro, chi avresti voglia di graffiare in questo momento?

oppure: chi avresti voglia di criticare e di far sentir colpevole?

Allo stesso modo lavora con i sintomi psicosomatici.

Naturalmente il concetto di retroflessione comprende anche l’atteggiamento opposto a quelli esaminati sino ad ora, cioè l’atteggiamento di chi fa a sé stesso ciò che amerebbe che altri facessero a lui e che lui non osa chiedere.

Si pensi a certe forme di narcisismo, si pensi all’atteggiamento di dondolarsi invece di cercare la tenerezza di un patner desiderato o alla compensazione affettiva di tante forme di autogratificazione.

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Fonti:

Perls Fritz, “L’Io, la fame, l’aggressività”, Milano, Franco Angeli, 2003
Perls Fritz, Hefferline R.F., Goodman Paul, “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, Roma, Astrolabio, 1971

LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson

LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’

La Psicologia di Milton Erickson

“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati  felice di qualcosa,

qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.”  
M. Erickson

Milton Erickson

Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).

E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.

A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.

I racconti di Erickson

Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.

Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.

E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale  e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.

Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.

Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.

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Il presente post ha il solo fine di divulgare il libro e/o  il film da cui è stato tratto senza scopo di lucro.

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Tratto da:
“La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici”
Milton H. Erickson
Curatore: S. Rosen
Editore: Astrolabio Ubaldini
Collana: Psiche e coscienza
Anno edizione: 1983

LE LOGICHE DEL DESIDERIO

LE LOGICHE DEL DESIDERIO

Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.

Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.

Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.

Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti  qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è  l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».

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Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine:  “Nocturnos” – Ricardo Cinalliblu psicologo milano

Tags: Conflitto, Lacan, Gestalt, Perls, capro espiatorio

AL CONFINE DEL CONTATTO – La relazione amorosa

AL CONFINE DEL CONTATTO

La relazione amorosa

“L’amore è un’ esperienza di libertà”
M.Recalcati

La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:

da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui

e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.

Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.

Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.

Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.

Dott. Donato Saulle

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Cit. Mantieni il bacio – Lezioni brevi sull’amore di Massimo Recalcati

I MECCANISMI DI DIFESA

I meccanismi di difesa.

Per comprenderli è necessario avere una certa famigliarità con aspetti basilari della teoria psicoanalitica, della struttura, della funzione e della evoluzione della psiche – cioè della mente.

Inizieremo quindi con il riassumere molto brevemente alcuni concetti base della teoria psicoanalitica come conscio, inconscio e preconscio.

La differenza di questi concetti è relativa e i tre termini indicano gradi variabili di accessibilità alla consapevolezza.

Il termine conscio si riferisce a quelle funzioni mentali (impulsi, ricordi, pensieri, sentimenti, percezioni) di cui una persona è consapevole in un certo momento.

Il termine inconscio si riferisce a quei processi psicologici di cui una persona è inconsapevole e dei quali non è in grado di divenire consapevole mediante uno sforzo di volontà.

Il termine preconscio si riferisce alle funzioni mentali di cui la persona è inconsapevole in un certo momento ma delle quali può divenire consapevole mediante i suoi ricordi, concentrando l’attenzione, o se qualcuno glie lo rammenta.

Lo sforzo intenzionale per diventare consapevoli di un contenuto preconscio può avere un successo immediato, richiedere qualche minuto, ore e a volte addirittura giorni. Talvolta può essere necessario l’aiuto di altre persone, come nel caso di una discussione tra amici, in cui uno di essi non riesce a ricordare un nome.

Di solito un nome viene escluso in questo modo dalla coscienza perchè un certo motivo o desiderio, magari anche superficiale, banale o semplicemente sgradevole, viene associato al nome e interferisce con il fatto che questo divenga conscio ed espresso.

In altri casi varie funzioni psicologiche vengono mantenute preconsce, cioè fuori dalla consapevolezza, allo scopo di poter meglio concentrare l’attenzione su un compito o una questione urgente.

Ad esempio quando un individuo scrive una importante lettera di affari egli esclude dalla consapevolezza tutte le altre faccende più o meno urgenti.

Se altre sensazioni e motivazioni venisse consentito di accedere alla coscienza esse finirebbero per avere un effetto distraente sull’attenzione, con un risultato negativo per ciò che si sta eseguendo.

Per scrivere la lettera nel modo migliore, la persona deve escludere dalla consapevolezza tutto il resto: motivazioni, pensieri, ricordi e sensazioni. Talvolta impulsi preconsci o inconsci, che sono personalmente inaccettabili, diventano così intensi e premono con vigore per essere espressi, che possono finire per entrare nella consapevolezza conscia o trovare espressione anche contro la volontà della persona in questione.

In questo senso i meccanismi di difesa possono diventare una minaccia per la capacità del soggetto di tenere sotto controllo la propria mente.

Il termine meccanismi di difesa si riferisce invece a varie attività psicologiche (come la rimozione, la razionalizzazione, l’inibizione o l’isolamento dell’affetto; alcuni dei quali approfondiremo in dettaglio in un prossimo post) che scattano in modo automatico e involontario mediante le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. Escludendo l’impulso dalla consapevolezza, egli ne rende un poco più improbabile l’espressione.

Secondo la teoria psicoanalitica, un impulso è sufficientemente inaccettabile perchè siano attivati dei meccanismi di difesa allorchè, secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza morale.

Di conseguenza quando un simile impulso preme per trovare espressione, l’individuo diventa apprensivo, proprio come farebbe in qualsiasi situazione realmente pericolosa.

La valutazione delle potenziali conseguenze di un impulso non implica un processo conscio o intenzionale. Esso, al contrario, è spontaneo, automatico, e si svolge al di fuori della consapevolezza. Il giudizio può essere confortato da considerazioni realistiche, oppure essere basato interamente su punti di vista irrazionali o infantili circa le conseguenze dell’impulso e la reazione anticipata degli altri a esso. In che misura il giudizio sia razionale o irrazionale dipende dalle precedenti esperienze di vita della persona. Qualunque impulso che, in modo più o meno corretto, sia stato associato con la minaccia di disapprovazione, punizione o ritorsione verrà considerato come pericoloso.

Sebbene evocati dal bisogno di evitare la minaccia di una possibile perdita di controllo su di un impulso inaccettabile, i meccanismi di difesa possono continuare a operare anche dopo che la minaccia originaria è scomparsa. La difesa può perciò diventare abituale e trincerarsi fermamente entro la struttura caratteriale della persona e nel suo modo abituale di comportarsi.

Bisogna infine da sottolineare il fatto che i meccanismi di difesa hanno una funzione evolutiva e sono collegati alla sopravvivenza stessa dell’individuo, per questo motivo le difese vanno rispettate, è necessario tuttavia comprenderle e superarle in particolar modo quando si percepisce che queste non sono più funzionali al benessere e si trasformano in un sintomo di malessere psicologico impedendo la libera espressione della propria personalità e un contatto armonico e flessibile con sè stessi e con gli altri.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Tratto da:
I meccanismi di difesa, B. White, M. Gilliland
Astrolabio-Ubaldini Editore

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IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA

IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA

“Il fondamento della vergogna non è il nostro sbaglio personale,
ma che tale umiliazione sia visibile a tutti.”

Milan Kundera.

Il senso della vergogna viene descritto come:
– un turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere, o effettivamente riceve, una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri,
– un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati,
– un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati,
– il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili.

La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell’azione.
La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: viene violato ciò con cui ci si copre per proteggere l’intimità del proprio sé e l’immagine diventa improvvisamente evidente all’occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non ci si sarebbe voluti mostrare.
Spesso l’individuo mette in atto modificazioni nello stile di vita di relazione che tendono a limitare la libertà di azione, per timore di dover fare i conti con questa condizione emotiva disagevole.
Centrale quindi nello sviluppo e nel mantenimento del problema è la paura del giudizio dell’altro, probabilmente per le esperienze precoci di invalidazioni di vissuti emotivi fondamentali.
Questi sentimenti dolorosi hanno come conseguenza l’orientarsi verso stili di vita caratterizzati da timidezza e distacco dagli altri.

Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è una emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia).
Funziona prevalentemente per accessi, del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé.
Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova speculare vergogna o imbarazzo di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno, ci si vergogna di parenti o amici.
Queste caratteristiche rendono difficile l’ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza e accettazione da parte di chi la sperimenta: si tende più facilmente a fuggirlo.

Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l’autogiudizio e l’autocondanna.
L’intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, a volte invidia o depressione, apatia, ritiro.
Inoltre la vergogna si pone sul crinale tra intrapsichico ed interpersonale: si tratta infatti di un sentimento che riguarda contemporaneamente la sfera della massima intimità dell’individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall’altro.
Quindi il senso di vergogna mette in relazione l’esperienza intrapsichica con quella interpersonale, la sfera narcisistica e la sfera cosiddetta oggettuale, ponendosi su un terreno di mediazione tra i due versanti, che del resto sono sempre intimamente intrecciati.

Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui io mi percepisco irrimediabilmente perdente, mentre l’altro – generalmente un altro significativo – diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale.

Un’altra manifestazione che tende a difendere il sé dalla vergogna è la rabbia. Questa si presenta come un bisogno incoercibile di vendicare un torto vissuto, come una ferita narcisistica allo sviluppo affettivo del sé, che ha generato un profondo senso di umiliazione (Kohut, 1971). Molte volte la rabbia si presenta in forme più sottili, ad esempio attraverso il sarcasmo o l’ironia, ed ha la funzione di far provare all’altro il senso di umiliazione e vergogna che si è sperimentato.

Alcuni psicoanalisti americani  hanno descritto il cosiddetto “ciclo della vergogna-rabbia”: in questo ciclo accade che ci si vergogna di se stessi, del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro, e che tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento e  rabbia  verso l’altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso.
Per quanto riguarda la relazione interpersonale, quando è presente il senso di vergogna, si tratta di una relazione che non è, o non è ancora, reciproca, intersoggettiva, dove l’uno e l’altro siano percepiti entrambi soggetti, con uguale diritto di esistenza, pur nella diversità, bensì di una relazione fortemente asimmetrica, del tipo soggetto-oggetto, dove l’Altro, quello vincente, da cui ci si sente guardati (male) è il Soggetto, percepito come giudicante, sprezzante, svilente nei confronti dell’oggetto che sta osservando, quell’oggetto fallito, difettoso, insignificante, patetico e ridicolo che è esattamente ciò con cui chi prova vergogna si sta identificando.
La vergogna sta qui ad indicare lo scacco subito, il senso di indegnità avvertito da chi riceve, o presume di ricevere, un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.
Interessante a questo proposito è l’interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna.
Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell’altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.
La vergogna scrive “non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente, cristallizzato che sono io per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione degli altri per essere ciò che sono”.
Il sentimento di vergogna, sia quella che subiamo e sia quella che, più o meno inconsciamente, tendiamo ad indurre e ad alimentare, può gradualmente ridurre i suoi effetti invalidanti, nella misura in cui favoriamo il crescere, nelle nostre relazioni, della consapevolezza e dell’attenzione per la propria e l’altrui soggettività.
La consapevolezza cioè del fatto che pur essendo in questo momento oggetto del mio sguardo, l’altro continua a mantenere una propria autonomia, una propria soggettività, che fa sì che esso non si esaurisca mai totalmente in ciò che io vedo.
Mantenere la consapevolezza del mistero che ciascun soggetto continua ad essere, per se stesso e per l’altro, della molteplicità di aspetti che non sono mai del tutto evidenti ed oggettivi, la consapevolezza cioè di uno svelamento ulteriore sempre possibile e mai completamente esaurito.
E qui torna spontaneamente ad imporsi all’attenzione quell’aspetto della vergogna che sembra portare in sé il passaggio evolutivo di affermazione della soggettività che spinge a difendere il proprio Sé, e di conseguenza quello altrui, da intrusioni invasive nella sfera dell’intimità.
Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli, ( i “capri espiatori” ) che sono spesso identificati per razza, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza e orientamento sessuale, che hanno il fine di scaricare la frustrazione comune per mantenere il precario equilibrio di società e di persone scarsamente evolute.
All’interno di queste identità sociali il sentimento della vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito e può nascondersi anche dietro marcate dichiarazioni di appartenenza.
Questo sentimento di vergogna è anche inevitabilmente la risposta ad uno sguardo purtroppo oggettivante di chi, sentendosi “il Soggetto” tende a rendere l’altro “cosa”, spogliandolo del suo diritto di soggetto.
Credo sia necessario riconoscere la responsabilità dello sguardo, del modo di guardare, di pensare e di parlare a noi stessi, all’altro, al mondo, con il fine di ridurre “l’effetto Gorgone” da cui siamo circondati, ovvero “lo sguardo che pietrifica”, immagine simbolicamente evocativa della sofferenza connessa al sentimento della vergogna.

 

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Dott. Donato Saulle

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Fonti:
Agnese Galotti -Vergogna e immagine di sè
http://www.geagea.com/52indi/52_08.htm
Umberto Galimberti – Psicologia – Garzanti
Meterangelis G. – La Vergogna e le organizzazioni narcisistiche patologiche (2011)
“Rifugi della Mente – Processi di sviluppo”
Immagine: Ricardo Cinalli – Risurrezioneblu psicologo milano

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