“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
Da oltre un decennio svolgo la mia attività di psicoterapeuta privatamente presso il mio studio di Milano.
Le persone che, dopo un primo colloquio individuale, hanno i requisiti per poter essere seguite potranno usufruire di una assistenza psicologica costante e in caso di bisogno potranno contattarmi tutti i giorni e in qualsiasi ora ad un numero privato che verrà fornito alla conclusione del primo incontro.
Formazione
Laureato in Psicologia presso l’Università degli Studi di Pavia
Psicologo
Psicologo Clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 03/12876
Biennio di specializzazione in psicoterapia Cognitivo Comportamentale
Biennio di specializzazione in psicoterapia a indirizzo Psicodinamico
Psicoterapeuta
Iscrizione all’Albo degli Psicoterapeuti della Lombardia n. 03/12876
Colloqui individuali e somministrazione di Test di personalità come MMPI2 e il Rorscharch con il Metodo Exner.
In particolare mi sono occupato, presso il Centro Psicosociale, dei seguenti ambiti psicologici:
disturbi di personalità
problematiche e disagi adolescenziali
ansia
panico
stress
depressione
fobie
disturbi ossessivi e compulsivi
Ho partecipato alla costruzione, presso il Dipartimento di Psicologia, di un progetto di orientamento e formazione finalizzato alla ricerca attiva di un lavoro, realizzato con modalità di consulenza individuale personalizzata, autovalutazione, costruzione del progetto professionale attraverso la conoscenza del contesto competitivo e delle tecniche di ricerca di un impiego, con somministrazione di test psicoattitudinali e motivazionali, mappatura delle competenze, orientamento e bilancio di competenze individuali.
Ho svolto la mia opera all’interno della Casa Circondariale di San Vittore principalmente nel reparto a trattamento avanzato per detenuti tossicodipendenti.
Ho acquisito le conoscenze relative alla personalità del tossicodipendente, al mondo dello schema comportamentale e dei codici affettivo-emotivi sottostanti.
Le cognizioni sul pensiero deviante-criminalizzato sono state la base per la mia partecipazione alle attività dell’area clinica e a quelle rivolte alla sfera psicologica e comportamentale delle persone detenute e della loro possibile evoluzione in relazione a dimensioni quali l’espressione delle attitudini individuali, l’ adesione al mondo delle regole e dei compiti, le capacità relazionali e eventuali risorse attivabili in vista di un futuro reinserimento.
Ho applicato le principali conoscenze della testistica (Minimal Mental State Examitation Test, Tecniche di osservazione di decadimento cognitivo), impostando una relazione corretta con il paziente e con i familiari, affrontando i principali problemi psicologici e comportamentali che il decadimento cognitivo porta con sé e ho applicato le principali tecniche di riattivazione cognitiva e della memoria (ROT, Memory training, Our Time) adattandole alle esigenze del singolo o di un gruppo di pazienti con diversi livelli cognitivi.
Ho creato le di basi per l’intervento con l’anziano sano o portatore di decadimento in relazione alla stimolazione e alla riabilitazione cognitiva prestando particolare attenzione alla diagnosi differenziale alla costruzione della relazione con il paziente e al difficile rapporto con le famiglie ed i Caregivers. Inoltre ho collaborato alla definizione del quadro diagnostico e alla stesura del Piano Assistenziale Individuale di ogni nuovo ospite.
Ho collaborato come formatore di sostegno o come psicologo in regime libero professionale alla stesura del progetto formativo di alcuni studenti e in particolar modo la mia cura era rivolta ad alunni con difficoltà cognitive e/o comportamentali attraverso un empowerment delle risorse personali per una ricerca autonoma e attiva di una occupazione (attraverso l’uso di strumenti multimediali, la stesura del curriculum, lettera di presentazione, preparazione al colloquio ecc.) e, più in generale, allo sviluppo delle competenze comportamentali e relazionali tese a favorire l’inclusione sociale e ad agevolare l’acquisizione di autonomie personali nell’organizzazione e nella gestione del proprio progetto di vita.
Progetto “Diversamente Giovani” per una nuova cultura dell’integrazione
Progetto pensato, elaborato e proposto a Fondazione CARIPLO che lo ha approvato e finanziato con il fine di sviluppare una nuova cultura dell’integrazione sul territorio di Milano.
Pianificazione di programmi formativi, pratici ed esperienziali di tutoring per Tirocinio obbligatorio per esame di Stato e Corso di Specializzazione di tirocinanti della Facoltà di Psicologia.
Comunità terapeutica per il recupero di persone polidipendenti e con disturbi depressivi. Ho svolto attività psicologiche e rieducative con colloqui personali e di gruppo orientate al recupero di potenzialità personali e sociali.
Comunità alloggio dedicata al trattamento di pazienti affetti da disturbi psichiatrici che necessitavano di interventi terapeutico riabilitativi o di interventi di supporto sociosanitario effettuabili in regime residenziale.
Rivolta a pazienti con difficoltà di funzionamento personale e sociale, con bisogni complessi, ivi comprese problematiche connesse a comorbidità e con necessità di interventi multi-professionali.
Tessera di iscrizione all’Albo degli Psicologi e Psicoterpeuti della Lombardia n. 03/12876 La documentazione relativa al percorso formativo e professionale dichiarato è disponibile, su richiesta del paziente, presso lo studio del Professionista.
Convegni – Seminari – Workshop
“Dialogo sulla cultura e il linguaggio”
Dott. Paolo Crepet
Festival della Filosofia, Mantova, Piazza Castello, 09.09.2000
“La psicoanalisi e l’adolescenza”
Prof.ssa Silvia Vegetti Finzi
Ciclo di Convegni promosso da Associazione Culturale Punto Rosso, Milano, 26.02.2001
“Teoria dell’attaccamento e psicopatologia dell’adolescenza”
Dott. E. De Vito, Università degli Studi di Pavia, Pavia, 21.09.2001
“La memoria umana: modelli ed esperimenti”
Prof. M.Shiffrin e Prof. E.Pessa
Ciclo di Convegni tenuti presso Università di Pavia, Pavia, 04.10.2001
Documentazione clinica.
Percorsi clinico-assistenziali diagnostici e riabilitativi, profili di assistenza – profili di cura
LA LIBERTA’ DI ESSERE SE STESSI: CONOSCERE IL PROPRIO GIUDICE INTERIORE
Docente Dott. Pier Luigi Germini CORSO DI INTRODUZIONE ALL’IPNOSI CLINICA
Docenti Dott.ssa Gladys Bounous DCA: DIAGNOSI, CLINICA E TRATTAMENTO DEI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE
Docenti Dott. Massimo Labate; Dott. Marco Pastorini LA PSICONUTRIZIONE NEI DCA
Docenti Dott.ssa Shuela Curatola; Dott.ssa Francesca Latella OBESITÀ E CHIRURGIA BARIATRICA: QUESITI CLINICI E SOLUZIONI TERAPEUTICHE
Docenti Dott. Massimo Labate; Dott. Marco Pastorini LINEA DI CONFINE: LA MENOPAUSA. CARATTERISTICHE MEDICHE, ENDOCRINOLOGICHE E PSICOLOGICHE DI UNA FASE DI CAMBIAMENTO. L’IMPORTANZA DI UNA CORRETTA NUTRIZIONE, IL RUOLO DELLA SESSUALITÀ E DI UN’ADEGUATA ATTIVITÀ MOTORIA
Docenti Dott. Marco Pastorini; Dott. Massimo Labate OSSESSIONE SALUTE. SPORT E DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE: QUANDO UN’ATTIVITA’ SANA DIVENTA PATOLOGICA. ALIMENTAZIONE, ALLENAMENTO, TRATTAMENTO PSICO-NUTRIZIONALE, RIABILITAZIONE
Docenti Dott. Marco Pastorini; Dott. Massimo Labate PREVENIRE E TRATTARE LA MALNUTRIZIONE NELL’ANZIANO CHE RIFIUTA IL PASTO
Docenti Dott. Giacomo Seccafien LA SICUREZZA DELLE CURE: QUALI LE AZIONI E GLI STRUMENTI PER REALIZZARLA
Docenti Dott.ssa Alessandra D’Alfonso INTRODUZIONE AI DISTURBI D’ANSIA E ALLA GESTIONE DELLO STRESS
Docenti Dott.ssa Gladys Bounous COMUNICARE CON L’ANZIANO: LA RELAZIONE LINGUISTICA, VERBALE E NON VERBALE
Docenti Dott. Giacomo Seccafien IL COUNSELING AL FAMILIARE ED AL PERSONALE QUANDO SI ACCOGLIE UN PAZIENTE IN RSA
Docenti Dott. Giacomo Seccafien L’ALZHEIMER TRA PERDITE E CONQUISTE. LA GESTIONE MULTIDIMENSIONALE DEL PAZIENTE AFFETTO DA DEMENZA
Docenti Dott. D. Danza; Prof.ssa P. D’Amelio; Dott.ssa V. Ferrua; Dott. A. Raviolo PRIVACY. LA TUTELA DEI DIRITTI NEL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI, ALLA LUCE DEL NUOVO REGOLAMENTO UE
Docenti Avv. Gian Paola Zanetta LA COMPRENSIONE DEI COMPORTAMENTI SESSUALI ABUSANTI: DALLA TEORIA AL TRATTAMENTO
Docenti Prof. Carlo Rosso, Dott.ssa Maura Franca Garombo; Dott.ssa Antonella Contarino
E’ stata attivata una convenzione con la Società EASY WELFARE che è il principale provider in Italia per le soluzioni di welfare aziendale. https://www.edenred.it/welfare-aziendale/easy-welfare/
La convenzione prevede la possibilità di poter usufruire dei Voucher emessi da aziende che aderiscono a EASY WELFARE anche per prestazioni di Psicoterapia presso questo studio di Psicologia e Psicoterapia.
Per maggiori informazioni potete chiamare il numero 3477966388 o inviare una mail a info@donatosaulle.it
Tessera di iscrizione all’Albo degli Psicologi e Psicoterpeuti della Lombardia n. 03/12876
La documentazione relativa al percorso formativo e professionale dichiarato è disponibile, su richiesta del paziente, presso lo studio del Professionista.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2023/01/sfondo-azzirro-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2023-01-20 08:10:272025-12-05 12:54:36Donato Saulle – Psicologo e Psicoterapeuta
“Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” C. G. Jung
NELL’INCONSCIO DI JUNG
Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.
Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.
Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza. Attraversa tutto il suo pensiero.
Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza. Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.
È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva. L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.
Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.
La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore. Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.
Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero. Non chiude. Lascia aperto.
Il centro del suo pensiero
Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere. È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.
Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.
Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.
Il disagio psichico
I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia. Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.
Nascono soprattutto nel presente.
Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita — quando non riesce ad adattarsi all’ambiente, o a trasformarlo secondo le proprie esigenze — si crea una frattura.
Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.
Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche. E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.
Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete: modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.
Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato. Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.
Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.
Il rapporto con l’inconscio
Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio. Né di evitarlo.
Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.
Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.
Questo movimento non porta a una sintesi pacificata. Porta a una coesistenza: tra razionale e irrazionale, tra introversione ed estroversione, tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.
Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità. Non è rendere tutto chiaro.
È integrare.
Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.
Il sintomo
In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.
È già, in sé, un tentativo.
Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.
Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere. Si tratta di seguire.
Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.
Non è fuori.
È coinvolto.
Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.
Non dirige. Non interpreta dall’alto.
Sta dentro.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
“Il linguaggio, prima si significare qualcosa, signfica per qualcuno. J. Lacan
Jaques Lacan
Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.
Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto. È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola. Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.
La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso. Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.
Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo. Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge. Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.
Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono. È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.
La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo. È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso. È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato. E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.
Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro. Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.
Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia. Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie. Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.
Il soggetto non si costituisce mai da solo. Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento. È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.
Lo si vede già all’inizio della vita. Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto. È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale. E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.
Ma in questo passaggio qualcosa si perde. Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura. Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.
Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta. Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.
Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto. Non è un seme che contiene in sé il proprio destino. È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.
Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.
Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio. Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.
Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.
Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere. È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.
Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede. Si affaccia, si interrompe, si nasconde. Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.
E proprio per questo non può essere detta tutta. Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.
Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti. Al contrario, è quello di non saturare la domanda.
Di restituirla, ogni volta, al soggetto.
Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio. E, forse, ancora di più per non amare gli altri.
Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro. Relazioni in cui si prende, più che incontrare.
Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.
A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore. Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.
Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.
Forse si può pensare all’amare come a una disposizione. Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere. Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.
Eppure questa apertura non è scontata. Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare. Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.
Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro. E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi. O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.
Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza. Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.
Non con compassione — che spesso tiene distanza — ma con interesse.
Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori. Ma non è detto.
E non è mai definitivamente perduto. Può accadere anche più tardi, nella vita. Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.
E quella resta un’esperienza decisiva.
Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare. Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro. Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.
E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.
Non ci fidiamo di lui. Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.
E allora acceleriamo. Abbiamo fretta. Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.
Ma l’amore non si addestra. Non si trasmette come una tecnica.
Può essere offerto. Può essere incontrato. A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.
Ma non si può imporre.
E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.
Fortunatamente.
Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti. Non può essere una forma migliore di controllo.
Può essere solo uno sguardo diverso.
Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende. Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.
Un’alternativa che non si impara, ma si sente.
Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste. Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.
* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
“Al centro di ogni carattere, in reciproca relazione l’uno con l’altro, sono presenti una forma di motivazione da carenza e un errore cognitivo” O. Ichazo
Un pensiero difficile da chiudere
Oscar Ichazo (Bolivia, 1931–2020) insegnò in Cile, tra Santiago e Arica, al confine con il Perù. Raccontò di essere entrato in contatto, durante i suoi viaggi, con la tradizione sufi in Afghanistan.
Il suo pensiero è ampio, articolato, stratificato. Non si lascia ridurre facilmente.
Quello che segue, quindi, non è che un tentativo. Una forma necessariamente semplificata, quasi una traccia, che prova a restituire qualcosa di una visione molto più complessa.
Una visione che, anche così ridotta, può comunque aprire uno spazio di riflessione.
La fissazione dell’ego
Al centro del suo lavoro c’è un’idea semplice solo in apparenza: l’ego non è qualcosa di unitario, ma tende a fissarsi.
Fin dalle prime fasi della vita, alcune modalità di risposta diventano stabili, si organizzano, si irrigidiscono. E una di queste, per ciascuno, finisce per occupare il posto centrale.
Diventa un punto di riferimento. Un modo di vedersi. Un’immagine di sé attorno alla quale si costruisce la personalità.
Questa fissazione non è solo cognitiva. È sostenuta anche da una tonalità emotiva precisa, quella che Ichazo chiama “passione”.
Pensiero, emozione e comportamento non si sviluppano separatamente. Si tengono insieme, si rinforzano a vicenda.
Dove nasce il carattere
Il punto non è tanto descrivere queste strutture, quanto comprenderne l’origine.
Per Ichazo, ciò che chiamiamo carattere prende forma molto presto, all’interno dell’esperienza infantile. In particolare, nel momento in cui qualcosa non trova risposta.
L’essere umano, nei primi anni di vita, è completamente centrato su di sé. Non per scelta, ma per necessità.
E proprio per questo è esposto alla frustrazione.
Quando le aspettative legate ai bisogni fondamentali non vengono soddisfatte, si produce una rottura. Un’esperienza che il bambino vive come mancanza.
Ichazo individua tre grandi ambiti in cui questa esperienza può avvenire:
la conservazione
la relazione
l’adattamento
È in uno o più di questi livelli che qualcosa si incrina.
E da lì prende forma una risposta.
La difesa che diventa personalità
Quella risposta, all’inizio, è una difesa. Un modo per proteggersi dalla ripetizione di quella mancanza.
Ma, con il tempo, si stabilizza. Diventa automatica. E si trasforma in ciò che chiamiamo personalità.
Ogni carattere è, in questo senso, una cristallizzazione. Un adattamento precoce che si irrigidisce.
Si struttura attorno a:
un nucleo emotivo dominante (la passione)
un modo di pensare ricorrente (la fissazione)
una modalità istintiva di stare nel mondo
Quando non c’è più distanza
Il problema non è che queste strutture esistano. Il problema è quando diventano invisibili.
Quando il soggetto coincide completamente con esse. Quando non c’è più distanza.
Osservare per cambiare
Per questo, nel lavoro di Ichazo, l’accento non è sulla correzione, ma sull’osservazione.
Attraverso una pratica di auto-osservazione, la persona può iniziare a riconoscere i propri automatismi. A vedere ciò che, fino a quel momento, agiva senza essere visto.
E in questo riconoscimento si apre una possibilità.
Non immediata. Non definitiva.
Ma reale.
Ridurre l’identificazione. Allentare la rigidità. E, in alcuni casi, trascendere quelle strutture che, nate come protezione, finiscono per mantenere la sofferenza.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo, il terapeuta non impone un cambiamento. Non corregge dall’esterno.
Piuttosto, aiuta a mettere a fuoco.
A riconoscere le linee principali del carattere, le visioni implicite del mondo, le attitudini che orientano le scelte.
E, soprattutto, le possibilità evolutive che da lì possono emergere.
Non per eliminare ciò che c’è, ma per smettere di esserne completamente determinati.
Ciò che protegge, ciò che limita
Perché quei meccanismi, in fondo, non sono errori.
Sono tentativi.
Tentativi di protezione, di adattamento, di sopravvivenza.
Ma ciò che un tempo ha protetto, nel tempo può diventare ciò che limita.
E allora il lavoro non è distruggere, ma trasformare.
Lasciare che qualcosa, finalmente, possa muoversi.
Fonti:
O. Ichazo, Interviews with Oscar Ichazo, Arica Institute Press, 1982
C. Naranjo, Atteggiamento e prassi della teoria gestaltica, 1991
A. H. Almaas, L’ enneagramma delle idee sacre. Aspetti molteplici della realtà, Trad. D. Ballarini, Astrolabio, 2007
Igor Vitale, Enneagramma. La storia dal sufismo in poi Gurdjieff, Ouspensky, Ichazo, marzo 2nd, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica, http://www.igorvitale.org/category/psicologia-clinica/ consultato il 10/07/2017
S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
https://en.wikipedia.org/wiki/Oscar_Ichazo
https://en.wikipedia.org/wiki/Arica_School
Immagine di copertina tratta da: Birdy – Le ali della libertà (Birdy), Alan Parker, 1984
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/08/ICHAZO-BIRDY.jpg4351030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-08-18 04:10:012026-05-03 09:02:12LE PASSIONI DOMINANTI – La teoria psicologica di Oscar Ichazo
Per comprenderli è necessario avere una certa famigliarità con aspetti basilari della teoria psicoanalitica, della struttura, della funzione e della evoluzione della psiche – cioè della mente.
Inizieremo quindi con il riassumere molto brevemente alcuni concetti base della teoria psicoanalitica come conscio, inconscio e preconscio.
La differenza di questi concetti è relativa e i tre termini indicano gradi variabili di accessibilità alla consapevolezza.
Il termine conscio si riferisce a quelle funzioni mentali (impulsi, ricordi, pensieri, sentimenti, percezioni) di cui una persona è consapevole in un certo momento.
Il termine inconscio si riferisce a quei processi psicologici di cui una persona è inconsapevole e dei quali non è in grado di divenire consapevole mediante uno sforzo di volontà.
Il termine preconscio si riferisce alle funzioni mentali di cui la persona è inconsapevole in un certo momento ma delle quali può divenire consapevole mediante i suoi ricordi, concentrando l’attenzione, o se qualcuno glie lo rammenta.
Lo sforzo intenzionale per diventare consapevoli di un contenuto preconscio può avere un successo immediato, richiedere qualche minuto, ore e a volte addirittura giorni. Talvolta può essere necessario l’aiuto di altre persone, come nel caso di una discussione tra amici, in cui uno di essi non riesce a ricordare un nome.
Di solito un nome viene escluso in questo modo dalla coscienza perchè un certo motivo o desiderio, magari anche superficiale, banale o semplicemente sgradevole, viene associato al nome e interferisce con il fatto che questo divenga conscio ed espresso.
In altri casi varie funzioni psicologiche vengono mantenute preconsce, cioè fuori dalla consapevolezza, allo scopo di poter meglio concentrare l’attenzione su un compito o una questione urgente.
Ad esempio quando un individuo scrive una importante lettera di affari egli esclude dalla consapevolezza tutte le altre faccende più o meno urgenti.
Se altre sensazioni e motivazioni venisse consentito di accedere alla coscienza esse finirebbero per avere un effetto distraente sull’attenzione, con un risultato negativo per ciò che si sta eseguendo.
Per scrivere la lettera nel modo migliore, la persona deve escludere dalla consapevolezza tutto il resto: motivazioni, pensieri, ricordi e sensazioni. Talvolta impulsi preconsci o inconsci, che sono personalmente inaccettabili, diventano così intensi e premono con vigore per essere espressi, che possono finire per entrare nella consapevolezza conscia o trovare espressione anche contro la volontà della persona in questione.
In questo senso i meccanismi di difesa possono diventare una minaccia per la capacità del soggetto di tenere sotto controllo la propria mente.
Il termine meccanismi di difesa si riferisce invece a varie attività psicologiche (come la rimozione, la razionalizzazione, l’inibizione o l’isolamento dell’affetto; alcuni dei quali approfondiremo in dettaglio in un prossimo post) che scattano in modo automatico e involontario mediante le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. Escludendo l’impulso dalla consapevolezza, egli ne rende un poco più improbabile l’espressione.
Secondo la teoria psicoanalitica, un impulso è sufficientemente inaccettabile perchè siano attivati dei meccanismi di difesa allorchè, secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza morale.
Di conseguenza quando un simile impulso preme per trovare espressione, l’individuo diventa apprensivo, proprio come farebbe in qualsiasi situazione realmente pericolosa.
La valutazione delle potenziali conseguenze di un impulso non implica un processo conscio o intenzionale. Esso, al contrario, è spontaneo, automatico, e si svolge al di fuori della consapevolezza. Il giudizio può essere confortato da considerazioni realistiche, oppure essere basato interamente su punti di vista irrazionali o infantili circa le conseguenze dell’impulso e la reazione anticipata degli altri a esso. In che misura il giudizio sia razionale o irrazionale dipende dalle precedenti esperienze di vita della persona. Qualunque impulso che, in modo più o meno corretto, sia stato associato con la minaccia di disapprovazione, punizione o ritorsione verrà considerato come pericoloso.
Sebbene evocati dal bisogno di evitare la minaccia di una possibile perdita di controllo su di un impulso inaccettabile, i meccanismi di difesa possono continuare a operare anche dopo che la minaccia originaria è scomparsa. La difesa può perciò diventare abituale e trincerarsi fermamente entro la struttura caratteriale della persona e nel suo modo abituale di comportarsi.
Bisogna infine da sottolineare il fatto che i meccanismi di difesa hanno una funzione evolutiva e sono collegati alla sopravvivenza stessa dell’individuo, per questo motivo le difese vanno rispettate, è necessario tuttavia comprenderle e superarle in particolar modo quando si percepisce che queste non sono più funzionali al benessere e si trasformano in un sintomo di malessere psicologico impedendo la libera espressione della propria personalità e un contatto armonico e flessibile con sè stessi e con gli altri.
Le forme di abuso e di maltrattamento possono essere considerate da diversi punti di vista. In questo post vengono presi in considerazione quegli abusi costanti e striscianti, insiti in forme di comunicazioni e di relazioni tossiche, malsane e malate.
Vengono quindi prese in considerazione in modo primario le forme di abuso psicologico e solo marginalmente si parlerà di quelle forme che sfociano, in minaccia o atto, di abuso fisico o sessuale.
In questa ottica si considera fondamentale separare gli atti posti in essere con cosciente e consapevole volontà di causare un danno psicologico a un altro essere umano da quegli atti, e sono la maggior parte, che sono agiti in modo inconsapevole o inconscio ma che esitano comunque e sempre in una condizione di malessere in chi li subisce e, pur in maniera diversa, anche in chi li commette.
Fernandez definisce l’abuso come “azione violenta che, condotta con intenzione e direzionalità, cerca di causare danno a una persona”.
In realtà non è sempre vero che l’abusante abbia sempre una consapevolezza intenzionale e come fine principale quello di procurare un danno (che comunque provoca e di cui sottovaluta le conseguenze), sembra però che a volte la spinta emotivo-affettiva si organizzi attorno a:
– sentimenti di onnipotenza;
– bisogno di sottomettere ed anche annichilire l’altro;
– bisogno di controllo assoluto sulla vita dell’altro;
– scaricare un desiderio distorto, caratterizzato cioè da una deformazione o deviazione dello stimolo rivolto a procurare un danno;
– comportamenti appresi nella sfera famigliare, subiti prima e riproposti poi.
Queste osservazioni riportano al quesito non risolto se si tratti di un atto istintivo che ha un valore in sé oppure se, al contrario, sia il risultato di un retroscena ampiamente psicopatologico (naturalmente ci sono i casi, che vanno chiariti, nei quali si può riscontrare una vera volontà di delinquere) che non è argomento di questo post.
Quando l’abuso si riferisce a un danno provocato, l’uso della parola non è corretto per cui bisognerebbe parlare di violenza che può essere agita sia sul corpo che sulla organizzazione psico-affettiva.
Quando l’abuso viene perpetrato involontariamente e con modalità velate, oscure o inconsce tutto diventa più complesso in quanto l’attore, e spesso la persona che subisce, non percepiscono la gravità delle conseguenze psicologiche che provocano questi atteggiamenti di continua e costante svalutazione.
La violenza psicologica si mette in atto provocando continuamente la vittima, con offese, denigrando, con il disprezzo e con l’umiliazione ma anche con il sarcasmo. Inculcando nella sua mente il seme dell’ossessione e dell’insicurezza, limitando la vittima della sua libertà o della sua intimità. Mentendo o mettendo l’accento sugli aspetti della realtà più svalutanti, con l’esclusione dal potere decisionale e spesso con l’isolamento.
In alcuni casi si possono rilevare modalità disfunzionali che coinvolgono interi sistemi familiari nella attuazione inconscia di comportamenti prevaricanti e non rispettosi dei confini e dei limiti di un singolo componente del nucleo familiare che, spesso, se segnala il proprio senso di disagio viene escluso o allontanato dal nucleo. Allontanarsi da un nucleo disfunzionale è a volte inevitabile ma nei casi di esclusione subita, senza aver compreso, anche a livello solo razionale, le dinamiche sottostanti, questo viene vissuto con sensi di colpa (una colpa senza nome) e non integrato in una visione di Sè e della propria biografia dotata di senso.
Dobbiamo quindi parlare di un trauma che riguarda per lo più la sfera psico-mentale e che coinvolge sia la potenzialità dell’attore che quella di chi subisce il trauma.
Una azione può risultare più traumatica se agita in pubblico, piuttosto che in privato, anche perché può essere più incisiva se suscita sensi di vergogna.
Può diventare traumatico non solo un atteggiamento attivo, ma anche una negligenza, una mancanza ed anche un semplice allontanarsi, un atteggiamento, una modalità anche non verbale.
L’azione traumatica può diventare tale se il soggetto si trova impreparato (da una azione imprevedibile) o in una condizione anche temporanea di debolezza (per es. un trauma verbale in una persona anziana, temporaneamente indifesa perché depressa o agitata per altri motivi) o incapace di sopportare l’ira, il sarcasmo o la fredda indifferenza dell’attore.
Anche un eccesso di accudimento può esitare nelle conseguenze di un abuso. Un dare continuamente senza lasciare il tempo di formulare e a volte nemmeno di pensare il bisogno. Saturare una richiesta prima che venga espressa. Soddisfare dei bisogni o prevenirli porta a soffocare la domanda e quindi il soggetto non può che allontanarsi o protestare per far comprendere, magari per vie negative la vera domanda.
In forma leggera la situazione è probabilmente più frequente di quanto si pensi ed è ampiamente sottovalutata perchè non causa evidenti problemi fisici immediati. La manifestazione più severa dell’ipercura è la sindrome di Münchausen per procura, in questo caso si attribuisce, generalmente al bambino, sintomi e malattie di cui non soffre realmente, ma che sono piuttosto il frutto di una convinzione distorta, radicata nello stato di salute fisica e psicologica del genitore che trasferisce su di lui (per procura) il proprio stato e la propria convinzione di malattia.
Il trauma non produce generalmente danni fisici, e quindi visibili, immediati (se si eccettuano i momentanei stati d’ansia), ma successivamente si possono provocare:
– perdita dell’equilibrio psico-mentale;
– diminuzione del senso di sicurezza o condizioni di paralizzante insicurezza;
– paura di aver perso le proprie capacità mentali;
– sensazione di incapacità od insufficienza ad assolvere i propri compiti;
– convinzione di essere la causa di questo accadimento;
– diminuzione dell’autostima e perdita del senso di auto-soddisfazione;
– sentirsi senza via d’uscita,
– ridurre l’empatia e la dimensione dell’intimità.
– sentimenti di vergogna e colpevolezza
– ritiro sociale e abuso di sostanze
La violenza verbale può assumere anche aspetti di abuso se:
– svalorizza l’altro nelle sue capacità psico-fisiche, attitudini, potenzialità;
– blocca o devia gli argomenti dell’altro;
– ribatte ogni giustificazione;
– irride o minimizza i valori dell’altro;
– giudica e critica in maniera incontrovertibile, rifiutando ogni tipo di dialogo;
– confonde l’altro con argomentazioni ossessive;
– erode la fiducia e la determinazione dell’altro;
– insulta o alza smodatamente la voce;
– minaccia di passare alla compulsività fisica;
– approfitta di leggere dimenticanze, usando anche la manipolazione.
Le caratteristiche della violenza riguardano:
– produrre risposte d’angoscia: questa si definisce come risposta emotiva intensa, automatica e inconscia;
– incutere paura, che è una risposta mediata (non automatica), elaborata da processi personali consci ed inconsci e che, quindi, ha le caratteristiche che l’assimilano ai sentimenti;
– provocare uno stato di terrore nel quale è implicito un senso di impotenza totale che nei casi più gravi può far sentire di essere di fronte ad una esperienza catastrofica o ad una morte inevitabile.
A volte queste esperienze sono isolate e spurie, anche se quando accadono possono essere traumatiche. Una situazione diversa si presenta invece quando si è esposti a queste forme di legami per lungo tempo e a poco a poco ci si abitua a tale situazione e la si aspetta. Questo, naturalmente, vale sopratutto per l’infanzia, che è il periodo in cui i bambini hanno la tendenza a concludere che quello che accade a loro, accade in tutto il mondo – quindi quello che accade a loro è, e diventa, per così dire, la legge dell’universo e la propria visione del mondo. E’ dunque chiaro che in questi casi non si tratta di un trauma isolato; siamo piuttosto di fronte a un modello ben determinato di interazione. Si può meglio capire la qualità interattiva di questo modello se si tiene presente che il doppio legame nell’adulto non può essere – per la natura della comunicazione umana – un fenomeno unidirezionale.
L’indice dell’importanza della violenza tiene poi conto del soggetto verso il quale l’azione viene agita, proprio perché, per esempio, un bambino o un anziano sono più vulnerabili di un adulto e un disabile ha meno capacità di difendersi.
Inoltre, le percezioni personali riguardo alla violenza si legano inesorabilmente alla percezione del livello di potenzialità aggressiva dell’attore sia per sé che per il ruolo che lo caratterizza e, quindi, sulle possibili ritorsioni in caso di autodifesa, di reazioni di contenimento o aggressive a loro volta.
Spesso si assiste a una notevole sottovalutazione del fatto che persone con problematiche personali ed emotive non risolte, e con scarse possibilità di risolverle da sole, producano comportamenti non empatici e non rispettosi dei limiti dell’altro e che questi possono determinare una condizione di abuso e provocare effetti intensi e duraturi negli anni che vengono a volte anche tramandati tra generazioni. L’abuso e il maltrattamento sono fenomeni che non si risolvono con il semplice passare del tempo. Si cronicizzano. E’ necessario superare la paura anche solo di pensarle queste situazioni, evitare di negare che il problema esista o che si possa risolvere da solo.
Anche perchè a volte sono sostenute da persone che credono di possedere una presunta superiorità “morale”.
E’ necessario infine sottolineare che non tutto il dolore è patologia. Spesso il dolore, anzi l’essenza del dolore, è non conoscenza di sé, della propria biografia e delle dinamiche relazionali e comportamentali che fanno parte della propria storia di vita.
Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388Fonte:
Romeo Lucioni, Ida Basso – Nel segno dell’abuso
http://www.slowmind.net/timologinews/abuso3.html
P. Watzlawick, J.H.Beavin, D. Jacson – Pragmatica della comunicazione umana
Umberto Galimberti: Il successo della filosofia – Feltrinelli Editore
http://www.feltrinellieditore.it/news/2003/10/23/umberto-galimberti-il-successo-della-filosofia-2200/
Immagine: Maurizio Bottarelli, Spiaggia nera a Mokau (particolare), 2007
“L’uomo che coltiva per tutta la vita la propria vendetta mantiene le sue ferite sempre aperte”.
F. Bacone
Quando qualcosa cede
Con il termine rabbia si indica, in genere, uno stato psichico alterato. Non arriva mai da sola. E’ necessario imparare la gestione della rabbia.
Che si accende quando qualcosa rompe un equilibrio, quando una provocazione — reale o percepita — scavalca quei freni che, normalmente, tengono insieme le nostre scelte.
È un movimento improvviso. Una perdita di misura.
Contro l’altro, contro se stessi
Nella rabbia si prova avversione. A volte netta, diretta, senza sfumature.
Può essere rivolta verso qualcuno. Ma non di rado si rivolge anche verso se stessi.
E questo la rende più difficile da riconoscere.
La gestione della rabbia non è semplice.
La radice: la frustrazione
La psicologia e le neuroscienze lo mostrano con chiarezza: la rabbia nasce come risposta alla frustrazione.
Wilhelm Reich lo diceva in modo ancora più diretto: la rabbia è un’emozione secondaria.
Viene dopo.
Prima c’è altro.
C’è il dolore. C’è il mancato soddisfacimento di un desiderio. C’è l’impossibilità di raggiungere qualcosa che, per noi, aveva valore.
La rabbia arriva dopo.
E, in un certo senso, copre. Maschera. Tiene a distanza ciò che fa più male.
Quando entra il narcisismo
Non è solo la frustrazione a farla precipitare.
A volte basta una ferita più sottile. Un fallimento. Un errore vissuto come intollerabile.
Qualcosa che incrina l’immagine che abbiamo di noi.
È qui che entra in gioco il conflitto narcisistico.
La colpa, la vergogna, il senso di perdita possono diventare difficili da sostenere. E allora l’aggressività, invece di restare dentro, si sposta.
Si dirige fuori.
Verso qualcuno che, in quel momento, diventa il bersaglio.
Rabbia e vendetta
Non tutto, però, si equivale.
La rabbia, in alcune forme, può avere anche una funzione. Può segnalare un limite, indicare qualcosa che non va, aprire uno spazio di cambiamento.
La vendetta no.
La vendicatività non corregge. Non restituisce. Non ripara.
Distrugge. E, spesso, senza misura.
Ciò che la rabbia nasconde
Chi vive nella rabbia, o nella sete di vendetta, difficilmente se ne libera semplicemente riconoscendo l’ostilità.
Perché l’ostilità non è il punto di partenza.
È il punto di arrivo.
Sotto c’è altro.
C’è un dolore più profondo. C’è un’angoscia legata alla perdita, alla separazione, a qualcosa che non si è potuto trattenere.
È lì che il lavoro terapeutico deve arrivare.
Oltre la rabbia
Quando quel dolore comincia a essere riconosciuto, attraversato, elaborato, qualcosa cambia.
La rabbia perde la sua funzione di copertura. Non serve più a difendere.
E, lentamente, il rapporto con gli altri può modificarsi.
Diventa meno rigido. Meno reattivo. Più aperto.
Non perché la rabbia scompaia del tutto. Ma perché non è più l’unico modo possibile.
Bollati Boringhieri – Rabbia e vendicatività
Harold F. Searles – La psicodinamica della vendicatività
Bollati Boringhieri Charles W. Socarides – La vendicatività: il desiderio di pareggiare i conti Rabbia e vendicatività – Bollati Boringhierihttp://www.crescita-personale.it/gestire-emozioni/1775/rabbia-psicologia/1560/a775/rabbia-psicologia/1560/a
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2018/08/GESTIONE-DELLA-RABBIA.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2018-07-18 07:14:492026-05-03 09:10:06LA GESTIONE DELLA RABBIA
“In ogni organismo, uomo compreso, c’è un flusso costante teso alla realizzazione costruttiva delle sue possibilità intrinseche. Una tendenza naturale alla crescita”. Carl Rogers
Carl Rogers
(1902-1987), è stato un importante psicologo e psicoterapeuta statunitense.
Attraverso le proprie esperienze cliniche e terapeutiche individuò nella condotta umana una serie diversificata di motivazioni, non completamente riconducibili al paradigma psicoanalitico del conflitto di natura sessuale, inserendo quindi, in accordo con Maslow, una più ricca serie di motivazioni dei bisogni primari e fisiologici.
Quindi con la psicologia umanistica di Maslow, la psicoterapia di Rogers si colloca entro un orientamento generale alternativo tanto alla psicoanalisi quanto alle terapie comportamentali di quel periodo.
L’orizzonte di riferimento di Rogers
L’orizzonte di riferimento di Rogers è la scuola culturalista dalla quale media l’atteggiamento di protesta nei confronti della società industriale e del tipo di pensiero scientifico che essa esprimeva in quel periodo storico.
In particolare la proposta di Rogers poggia sulla convinzione della positività dello sviluppo umano.
La personalità
La personalità dunque possiede innate tendenze all’integrazione, all’attuazione di sè, alla relazione con altri.
L’unità della personalità non è strutturale ma dinamica e può essere colta solo nel divenire e nel mutamento.
Ma il mutamento è spesso impedito dalla paura del nuovo.
Perchè fin dall’infanzia l’individuo è indotto ad accettare ed assimilare i valori del suo ambiente per non perdere l’amore delle persone di riferimento.
Tali norme costituiscono un blocco rigido che lo costringono a rifiutare tutto quanto appare incompatibile con esse.
Quando, nel corso della terapia, questa struttura difensiva viene superata, il paziente diventa capace di portare alla coscienza un numero sempre crescente di esperienze significative e di includerle in un concetto allargato di sè, aperto a ulteriori apporti di esperienza e a tutte le modificazioni indotte dal fluire della vita stessa.
La disponibilità al cambiamento
Per indurre questa disponibilità al cambiamento Rogers rifiuta tutto “l’arsenale tecnico codificato” e il concetto stesso di “metodo” in psicoterapia.
Per Rogers la cura può avvenire solo nell’incontro tra due persone: il terapeuta e il paziente.
Il modello di Rogers conserva il suo valore storico che consiste nell’aver denunciato ogni tecnicismo e nell’aver spostato l’attenzione dal sintomo al rapporto interpersonale e umano”.*
Con Rogers l’uomo è quindi riportato al suo compito di datore di senso, di un progetto esistenziale che eventualmente deve essere aiutato a ricostruire ricavandolo dentro di sè.
Il terapeuta deve favorire la libera espressione della emotività del paziente sostenendolo, senza influenzarlo, nell’autonomo processo di comprensione della propria realtà psichica.
Per definire questo aiuto Rogers propone non una tecnica ma un atteggiamento, un atteggiamento interiore verso la vita, verso gli altri e, preliminarmente, verso se stessi.
Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO– Cell. 3477966388Fonti:
* S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
C.R. Rogers, Psicoterapia di consultazione (1942), trad. it. Astrolabio, Roma 1971
C.R. Rogers, La terapia centrata sul cliente (1953), trad. it. Martinelli, Milano 1970
U. Galimberti, Psicologia, Le Garzantine, Garzanti, Torino 1999
Immagine di copertina:
Edward Hopper, Second story sunlight, 1960
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