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LA SCRITTURA TERAPEUTICA

LA SCRITTURA TERAPEUTICA

La psicoterapia ci aiuta ad affrontare molteplici problemi, disturbi e difficoltà personali.

Nel creare, adattare e scegliere i diversi strumenti terapeutici con cui ”toccare i tasti giusti”, gli psicoterapeuti  devono essere particolarmente creativi pur nell’osservanza della teoria di riferimento.

Una delle tecniche più adoperate nella psicoterapia è la scrittura e in questo articolo si spiega perché viene impiegata come strumento terapeutico.

Esistono diversi modi di utilizzare la scrittura come strumento terapeutico, tutti basati sul mettere per iscritto i processi mentali quali pensieri, dubbi, desideri, obiettivi, piani, ma anche sentimenti ed emozioni.

Tuttavia, mettere nero su bianco tutto ciò, senza il supporto e i consigli di un professionista, può rivelarsi controproducente.

Vale a dire che per trarre dei benefici terapeutici dalla scrittura, deve essere ”orientata”, ritualizzata e basata su indicazioni ben precise.

Con quali pazienti si usa la scrittura come strumento terapeutico?

Nonostante la scrittura intesa come strumento terapeutico possa essere impiegata in diverse situazioni e per diversi motivi, è una tecnica adatta a precisi pazienti e problemi.

Anzitutto, si tratta di una tecnica consigliata solo nel trattamento di pazienti che abbiano sufficienti capacità di lettura e scrittura per affrontare al meglio il compito che viene loro assegnato.

In altre parole, questo metodo è rivolto a persone che non provino ansia nel dover scrivere e che se la sentano, in modo totalmente volontario, di portare a termine il compito senza sentirsi incapaci o inferiori.

A tal proposito, tale compito deve essere ”una scommessa sicura”.

In secondo luogo, la scrittura aiuta molto i pazienti che hanno difficoltà ad esternare verbalmente ciò che accade loro e che provano, pensano o desiderano.

Per queste persone scrivere è un modo per ”buttare fuori” tutto quello che li riguarda, senza subire pressioni né provare vergogna.

Scrivere i propri sentimenti, pensieri e desideri è uno dei modi migliori di fare ordine nella propria testa.

In questo modo, al caos subentrano idee tangibili e chiare.

La scrittura, dunque, può rivelarsi particolarmente adatta per le persone introverse.

Quando è opportuno impiegare la scrittura come strumento terapeutico?

Una volta appurato che il paziente è in grado di affrontare le attività di scrittura a fini terapeutici, bisogna adattarle al suo caso.

Le situazioni in cui si opta più spesso per un terapia basata sulla scrittura sono le seguenti:

Gestione di sentimenti negativi riguardo eventi del passato.
Ricordi traumatici.
Elaborazione di un lutto.
Accettazione di cambiamenti del proprio ruolo e del ciclo vitale.
Necessità di guardare i problemi in prospettiva.
Necessità di miglioramento dell’autostima.
Prevenzione delle ricadute (sia nel caso delle dipendenze sia nel caso di disturbi come ansia e depressione).

Oltre che nei casi sopracitati, tutti riguardanti la psicologia clinica, la scrittura può rivelarsi uno strumento terapeutico anche nei percorsi di crescita personale.

Quando si tratta di definire i propri obiettivi ed elaborare un piano d’azione per raggiungerli, la scrittura può rivelarsi la strategia migliore.

Avere davanti ai propri occhi, su carta, ciò che si vuole realizzare e pensare a come riuscirci è anche una strategia motivazionale che ci permette di concentrarci al meglio sui nostri obiettivi.

Quali sono le attività di scrittura terapeutica più comuni?

La scrittura terapeutica viene adoperata per raggiungere obiettivi ben precisi.

Tuttavia, comprende diverse attività raggruppabili in tre categorie: lettere, frasi o messaggi e diari.

La lettera è piuttosto diffusa in psicoterapia, di solito al paziente viene chiesto di scrivere una lettera a se stesso, a qualcun altro o persino a un sintomo.

Nella lettera, il paziente deve esprimere tutto quello che pensa o prova e durante la seduta psicologica potrà discuterne col terapeuta.

Altrimenti si utilizzano frasi e messaggi quasi sempre rivolti a se stessi in cui si cerca di porre l’attenzione sulle proprie qualità fondamentali per automotivarsi ed evitare di scontrarsi con i soliti ostacoli.

In questo caso al paziente viene chiesto di scrivere dei post-it e di posizionarli in un luogo visibile oppure gli viene suggerito di mettere nel proprio portafogli una frase, un biglietto che possa aiutarlo a ritrovare la carica e la motivazione nel momento del bisogno.

Infine, anche i diari vengono spesso utilizzati in terapia.

Questa attività prevede che il paziente affronti ogni giorno un argomento (che va scelto con cura).

In questo modo, il paziente può vedere con i suoi occhi l’evoluzione del suo problema, i suoi miglioramenti e i suoi cambiamenti, tuttavia, affinché il diario si riveli utile, non basta mettere su carta i propri pensieri, bensì è necessario analizzarne il contenuto con il terapeuta.

Solo in questo modo sarà possibile sfruttare al massimo le potenzialità del diario, ciò non toglie che il paziente possa provare un certo sollievo già scrivendo un diario personale.

 

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Tratto da: https://lamenteemeravigliosa.it/la-scrittura-strumento-terapeutico/

LA PSICOANALISI DI BRUCE SPRINGSTEEN

LA PSICOANALISI DI BRUCE SPRINGSTEEN

Bruce Springsteen

Passavo e ripassavo per le stesse strade, senza riconoscerle, senza riconoscermi.
Per un attimo mi son detto: “smettila di andare e venire così, che cosa cerchi dunque di ritrovare… o di perdere? Qui non ci sei più, rientra a casa tua”.
Ma un attimo dopo: “ma no, sei ancora qui, sei anche qui, sei sempre lo stesso, qui e laggiù, oppure non sei da nessuna parte”.
J.-B. Pontalis

https://www.youtube.com

La bibliografia su Bruce Springsteen è una delle più ampie tra quelle dedicate ai protagonisti della musica rock.
L’artista del New Jersey è uno degli esponenti della musica popolare a cui sono stati dedicati più libri biografici, saggi di critica e tesi universitarie.
La prima biografia dedicata al cantautore del New Jersey, “Born to Run. The Bruce Springsteen Story” fu scritta nel 1979 dal giornalista Dave Marsh e divenne un best seller.
A partire dagli anni ottanta il cantautore è stato oggetto di studio per il suo contributo alla rilettura, anche critica, del cosiddetto «sogno americano» e per la sua visione politica e sociale.
In seguito molti autori hanno affrontato la musica e la poetica di Springsteen che, grazie alle sue opere, stava diventando una delle voci più influenti nel mondo della cultura statunitense.

Born to run – L’autobiografia

Springsteen dedica molto tempo a descrivere accuratamente le sue origini, la sua infanzia in un quartiere duro ed operaio del New Jersey, con un padre severo e difficile e la sua lotta per cercare di trovare, personalmente e professionalmente, la propria identità (termine che usa spesso).

È in questo contesto che nasce la sua passione per la chitarra, per la musica e, in seguito, per cantare e comporre.

Ha questa capacità di scrivere con grande sensibilità quello che sente, descrivendo il modo in cui le sue relazioni e il mondo in cui è cresciuto influenzano il suo modo di suonare, il modo di interagire con i vari gruppi e i temi delle sue canzoni e dei suoi album.

Una cosa  che colpisce è la sua determinazione nel perseguire il desiderio che sentiva dentro di riscatto, la sua ambizione, per se stesso e per la sua musica.

Ad un certo punto arriva un successo straordinario, raggiunge un enorme riconoscimento pubblico. E’ in quel periodo che decide di viaggiare attraverso gli Stati Uniti assieme ad un suo caro amico.

Mentre attraversano il Texas in auto, si fermano in una cittadina in festa, una fiera di paese, con musica e balli e questa scena, racconta, gli provoca un profondo senso di solitudine e angoscia.
Springsteen ne rimane paralizzato.

Scrive:
alla fiera c’è musica, un palchetto, un gruppo che suona nella serata gelida. Uomini e donne ballano abbracciati, io li ossservo e di punto in bianco vengo colto dalla disperazione e dall’invidia per quelle coppie e del loro rituale di fine estate, i piccoli piaceri che tengono unite quelle persone e la loro città. Certo, per quanto ne so potrebbero odiare quel buco desolato, potrebbero detestarsi l’un l’altro e mettersi allegramente le corna: come escluderlo?

In quel momento, però, penso solo che vorrei essere fra loro, essere uno di loro.

Ma so che non posso.

Li guardo, non posso fare altro.
Li guardo… e prendo nota. Non mi immischio e se lo faccio i miei termini sono talmente rigidi da soffocare l’anima di qualsiasi sviluppo positivo di tutto ciò che è reale.

In questa cittadina sul fiume, la mia vita di osservatore, di attore che si tiene prudentemente alla larga dalla mischia emotiva, dalle conseguenze del caos connaturato al vivere e all’amare, mi presenta il conto.

Ho trentadue anni e quello che un tempo sapeva anestetizzarmi l’anima e la mente non funziona più.

Ho appena eseguito un impeccabile tuffo nel mio abisso, lo stomaco è in centrifuga…
Dopo un’ora di tormento, chiedo a Matt di tornare indietro, a quell’ultima città che abbiamo lasciato: “subito per favore”. Matt non mi chiede perchè e torna.

Ho bisogno di quella città, soprattutto ho bisogno di allontanarmi da quella festa al più presto. Mi manca l’aria.

Non so dire perchè, sento solo la necessità di mettere le radici da qualche parte prima di dissolvermi nell’etere.

Quando arriviamo è quasi l’alba, è buio pesto e non c’è anima in giro. Mi viene da piangere, ma le lacrime non escono. Non ho mai provato una angoscia simile. Perchè quì? Perchè stasera? Non lo so.

So solo  che, con il passare degli anni, il peso dei nodi irrisolti si fa molto più pesante, il prezzo sempre più alto.

Forse avevo tagliato un laccio di troppo, avevo fatto eccessivo affidamento sulla mia infallibile magia musicale, mi ero allontanato troppo da quella nebulosa identità che mi ero costruito.

Quale che fosse la ragione, mi ero nuovamente smarrito nel mezzo del nulla, ma stavolta ero rimasto a secco di euforia e illusione.

Nulla riesce a lenire la malinconia e cancellare lo spettro di quella serata alla fiera.

Già da tempo le difese che mi ero costruito per proteggermi e sopportare le tensioni dell’infanzia hanno perso il loro scopo originale ma ormai ne sono diventato dipendente.

Le sfrutto per isolarmi oltre il dovuto, sancire la mia alienazione, tagliarmi fuori dalla vita, controllare gli altri e tenere a bada le emozioni finchè non fa male.

Ora però non funziona più.

L’incontro con la psicoanali

Nel documentario “In his own word”  Springsteen racconta così il suo incontro con la psicoanalisi.

In passato avevo l’abitudine di salire in macchina e di guidare fino al mio vecchio quartiere,
quello in cui sono cresciuto,
arrivavo lì e passavo davanti alle case in cui avevo vissuto, lo facevo sopratutto di notte, perchè spesso rimanevo sveglio.
L’ho fatto con una certa regolarità,
due tre quattro volte alla settimana – per anni – finchè un giorno mi sono chiesto
“ma che cosa diavolo mi è preso?”
così sono andato da un analista e…
giuro che è vero…
sono andato lì,
mi sono seduto e ho detto
“dottore per anni sono salito in macchina e sono tornato al mio vecchio quartiere, in piena notte,  per guardare le case e i posti dove sono vissuto,
l’ho fatto per anni,
ora vorrei sapere cosa significa” e lui mi ha detto:
“dimmelo tu perchè lo hai fatto”
“veramente la pago proprio per questo”
e lui mi ha risposto:
“forse ti senti in colpa per qualcosa e stai cercando un modo per liberarti di quel peso,
hai commesso un errore
e quindi continui a tornare sui tuoi passi per vedere se puoi rimediare”
al che io ho detto:
“è proprio così…”
e lui:
“non puoi”.

Springsteen scrive in “Born to run” di essere stato in terapia per venticinque anni:
”il risultato del mio lavoro con lui ed il debito che provo nei suoi confronti sono l’anima di questo libro”

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Fonti:
https://it.wikipedia.org/wiki/Bruce_Springsteen
Bibliografia su Bruce Springsteen
ISBN 88-85008-66-6. (EN) John W. Duffy (a cura di), Bruce Springsteen. In His Own Words, 1ª ed., Londra, Omnibus Press, 1993, ISBN 0-7119-3017-1.
Bruce Springsteen, Born to Run, New York, Simon & Shuster, 2016, ISBN 978-1-5011-4151-5.
Bruce Springsteen, Born to Run. L’autobiografia, traduzione di Michele Piumini, 1ª ed., Milano, Mondadori, 2016, ISBN 978-88-04-66932-6.
http://www.dedalusbologna.it/blog/parliamone/boss-la-psicoanalisi

LE LOGICHE DELLA CONVERSAZIONE DI PAUL GRICE

LE LOGICHE DELLA CONVERSAZIONE

“Un comportamento definito “folle” può essere l’unica reazione possibile ad un ambiente in cui si comunica in maniera assurda e insostenibile”
Paul Watzlawick

La conversazione come accordo

Herbert Paul Grice (1913–1988), filosofo inglese, insegnò prima a Oxford e poi a Berkeley.
Il suo lavoro ha lasciato un segno profondo nella teoria della comunicazione.

Il suo punto di partenza è semplice:
quando parliamo, non lo facciamo a caso.

Anche quando non ce ne accorgiamo, ci muoviamo dentro una forma di accordo.
Una regola implicita che tiene insieme lo scambio.


Il principio di cooperazione

Grice lo chiama principio di cooperazione e lo formula così:«Conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato».

Non è una legge scritta.
Non è qualcosa che impariamo esplicitamente.

È una convenzione.
Qualcosa che diamo per scontato e che ci permette di capirci.


Dire più di ciò che si dice

Quando ascoltiamo qualcuno, non ci limitiamo alle parole.

Interpretiamo.
Colleghiamo.
Diamo senso anche a ciò che non viene detto direttamente.

È qui che entra in gioco ciò che Grice chiama implicatura conversazionale:
il significato che emerge dal contesto, dalla situazione, dal modo in cui qualcosa viene detto.


Le regole implicite della conversazione

Per descrivere questo funzionamento, Grice individua alcune regole di base.
Non sono obblighi rigidi, ma orientamenti che rendono possibile lo scambio.

Le chiama massime conversazionali:

  • Quantità: dire abbastanza, ma non troppo
  • Qualità: dire ciò che si ritiene vero
  • Relazione: restare pertinenti
  • Modo: essere chiari, ordinati, comprensibili

Sono linee guida.
E funzionano proprio perché, in genere, le diamo per valide.


Quando le regole vengono piegate

Ma una conversazione non è mai completamente lineare.

Queste regole possono essere rispettate, ma anche violate.
A volte consapevolmente.

Ed è proprio da queste deviazioni che emerge altro significato.


Un esempio semplice

Se chiedo a qualcuno:

«Quella persona è sgradevole, vero?»

e ricevo come risposta:

«Che bella giornata oggi, non è vero?»

qualcosa non torna.

La risposta non è pertinente.
La massima della relazione è stata violata.

Eppure, continuo a pensare che l’altro stia collaborando.

Allora quella violazione non è casuale.
È intenzionale.

E da lì inferisco qualcosa:
non vuole esprimersi.
Sta evitando.


Ciò che si capisce senza essere detto

È in questi scarti che la comunicazione si fa più interessante.

Perché spesso ciò che conta non è ciò che viene detto apertamente,
ma ciò che si lascia intendere.

Le implicature nascono proprio da questo gioco:
tra ciò che si dice e ciò che si suppone venga rispettato.


Una teoria vicina alla vita

A partire dagli anni Settanta, il lavoro di Grice è stato ripreso e sviluppato in molte direzioni.

Ma la forza della sua proposta resta nella semplicità.

Descrive qualcosa che accade ogni giorno.
Qualcosa che riconosciamo immediatamente.

Parlare non è solo trasmettere informazioni.
È muoversi dentro un sistema di attese condivise.

E, a volte, è proprio nello scarto da queste attese
che si rivela ciò che davvero si vuole dire.

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IL TEMPO DEL CAMBIAMENTO – Quanto dura una psicoterapia

IL TEMPO DEL CAMBIAMENTO – Quanto dura una psicoterapia

Ricostruendo, attraverso la psicoterapia, la sua storia al di fuori delle lusinghe narcisistiche dell’autobiografia, il soggetto riordina le contingenze passate attribuendo loro il senso di necessità future.

Connettendo passato e futuro la storia si fa progetto senza scadere nel delirio onnipotente.
Il tempo del soggetto è dunque il futuro anteriore, quel “sarà stato” che scandisce la terapia.

Solo attraverso l’esaustione di tutte le impossibilità il soggetto accede a quei pochi gradi di libertà con i quali può esercitare il suo residuo potere”.
Silvia Vegetti Finzi

Quanto dura una psicoterapia

La durata di una psicoterapia è molto variabile e dipende da numerosi fattori: da quanto tempo la persona ha sopportato da sola il problema, la complessità del problema, la condizione emotiva del paziente al momento della richiesta e le sue possibilità economiche.

Spesso si pensa che i problemi di tipo psicologico necessitino di un intervento lungo e costoso.

Con un percorso di psicoterapia integrata a volte il problema si sblocca in poche sedute permettendo alla persona di recuperare la fiducia nelle proprie capacità personali.

Inoltre nessun paziente viene sequestrato dal suo terapeuta; bensì decide sempre in maniera autonoma e certo, se vuole, insieme al terapeuta, di poter scegliere il momento più adatto in cui sospendere o interrompere il suo percorso.

Chiaramente più sono complessi gli obiettivi e le situazioni che la persona si prefigge di raggiungere, di superare o comprendere e più probabilmente sarà necessario impegnare del tempo per raggiungerli.

A volte però è necessario essere supportati soltanto per un breve tratto del proprio percorso di vita.

Nel mio caso comunque la scelta di rinnovare ogni volta l’incontro terapeutico è sempre del paziente che scieglie, in totale libertà, di valutare e decidere se proseguire o interrompere il percorso psicologico o psicoterapeutico proposto anche senza dare formale comunicazione allo psicoterapeuta.

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

Ogni seduta deve essere considerata come incontro unico e rinnovabile solo fissando un nuovo appuntamento.

E’ opportuno comunque riflettere sul fatto che un percorso terapeutico è un percorso di conoscenza di sè che è utile affrontare con serietà.

La psicoterapia

La psicoterapia è una terapia della parola; è l’arte di saper dare il giusto nome alle istanze della psiche per donare un senso nuovo, più profondo e più ampio alla propria biografia e alla propria storia.
E’ essenzialmente un percorso di conoscenza di sè stessi che porta anche a imparare a rispettare i propri tempi interni.

Jung diceva che: “tutto ciò che ha valore esige tempo e richiede pazienza “affinchè le parole dette e ascoltate diventino memoria”.

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“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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LA LINGUISTICA DI SAUSSURE

LA LINGUISTICA DI SAUSSURE

L’inizio di uno sguardo

Ferdinand de Saussure (1857–1913), linguista e semiologo svizzero, è considerato uno dei fondatori della linguistica moderna.

Con lui prende forma un modo nuovo di pensare il linguaggio: non più come semplice strumento per nominare il mondo, ma come sistema.

Un sistema che ha una sua logica interna.
E che non coincide con le cose.


Che cos’è la linguistica

La linguistica, in senso ampio, è lo studio delle lingue.

Della loro storia, delle loro trasformazioni, delle loro strutture.
Ma anche del loro rapporto con la cultura.

Per Saussure, però, questo non basta.

Non si tratta solo di osservare come le lingue cambiano nel tempo.
Si tratta di capire come funzionano.


Il segno linguistico

Il punto di partenza è il segno.

Ogni parola, ogni espressione, non è qualcosa di semplice.
È un’unità doppia.

Da una parte c’è il significante: il suono, la forma, ciò che si sente o si legge.
Dall’altra il significato: il contenuto, il concetto.

Queste due dimensioni non esistono separatamente.
Si tengono insieme.

Ma il loro legame non è naturale.

È arbitrario.
Convenzionale.

Non c’è nulla, nella parola, che la leghi necessariamente alla cosa che indica.


La lingua come sistema

Se il segno è arbitrario, allora il suo valore non dipende dalla realtà esterna.

Dipende dal sistema in cui si trova.

Per Saussure, la lingua non va studiata nel rapporto diretto con le cose del mondo,
ma nei rapporti tra i segni stessi.

È lì che prende forma.


Relazioni e differenze

Ogni parola vale per ciò che è, ma anche — e soprattutto — per ciò che non è.

Esiste perché è diversa dalle altre.

Il significato non è qualcosa di fisso.
È una posizione dentro un sistema di differenze.

Per questo la linguistica si occupa:

  • della sintassi, cioè dei rapporti tra i segni nella catena del discorso
  • della morfologia, cioè dei legami tra le parole nel sistema del lessico

Il senso dentro la lingua

Anche il significato non è isolato.

Fa parte di una organizzazione più ampia: il lessico di una lingua.

È qui che il concetto di struttura diventa centrale.

Ogni parola acquista senso solo all’interno di un sistema.
Non esiste da sola.


Lingua e mondo

Ogni comunità linguistica organizza il mondo in modo diverso.

Non perché la realtà cambi,
ma perché cambiano le categorie con cui viene pensata e nominata.

Da qui nascono due modi di intendere lo studio del significato:

  • da un lato, l’idea che siano le lingue a strutturare il mondo
  • dall’altro, l’ipotesi che esistano elementi comuni, condivisi da tutti gli esseri umani

Due prospettive che non si escludono, ma che aprono interrogativi diversi.


Scomporre il significato

Uno dei tentativi più diffusi per analizzare il significato è stato quello di scomporlo.

Di ridurlo ai suoi elementi minimi.

Questa prospettiva prende il nome di analisi componenziale.

L’idea è che ogni parola possa essere analizzata attraverso tratti elementari di significato,
una sorta di unità minime — i cosiddetti tratti semantici.

Un modo per rendere visibile ciò che, nel linguaggio, resta implicito.


Un pensiero ancora aperto

Il lavoro di Saussure non chiude il discorso sul linguaggio.

Lo apre.

Mostra che parlare non significa semplicemente dire qualcosa sul mondo,
ma muoversi dentro un sistema che lo organizza.

E, in questo senso, ogni parola è sempre anche una posizione.
Un modo di stare dentro una struttura che ci precede.

Donato Saulle

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PSICOANALISI E OMOSESSUALITA’

PSICOANALISI E OMOSESSUALITA’

L’omosessualità in psicoanalisi ha sempre rappresentato un tema scottante, gli psicoanalisti si sono divisi, fin dai tempi di Freud, tra quanti lo vedevano come uno stato patologico e quanti lo consideravano, semplicemente e giustamente, come una della tante possibilità di espressione della sessualità umana.

“Essere omosessuali” è il primo libro che descrive da una prospettiva non patologica lo sviluppo psichico omosessuale.

Privilegiando l’indagine sull’omosessualità maschile, e rileggendo in chiave critica non tanto l’opera di Sigmund Freud quanto alcune delle sue derivazioni nell’ambito della psicoanalisi americana, Richard Isay affianca le proprie riflessioni teoriche al racconto di casi clinici ricavati da un’esperienza più che ventennale di psicoterapie con uomini omosessuali.

Isay giunge alla conclusione che la persona omosessuale ha un’identità psichica integrata, matura e suscettibile alla patologia né più né meno di quella eteresessuale, e che ogni tentativo di modificare l’orientamento sessuale ha conseguenze dolorose e dannose per l’individuo e per la società.

Infine in modo semplice ma incisivo, Isay affronta varie tematiche:
i fattori costituzionali dell’omosessualità;
gli aspetti comuni e quelli specifici dello sviluppo psichico omosessuale ed eterosessuale;
i passaggi attraverso cui si struttura l’identità omosessuale;
il ruolo della figura paterna;
le relazioni d’amore omosessuali;
il lavoro psicoterapeutico con pazienti omosessuali.

Il respiro degli argomenti trattati e l’immediatezza della lettura fanno di “Essere omosessuali” un libro rivolto a un pubblico ben più vasto di quello degli “addetti ai lavori”.

Richard A. Isay

psicoterapeuta, psicoanalista e psichiatra vive e lavora a New York.
È professore di clinica e psichiatria al Cornell Medical College ed è autore di numerosi saggi scientificiblu psicologo milano

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Fonti:
Essere omosessuali. Omosessualità maschile e sviluppo psichico – Richard A. Isay
Immagine: I colori del futurismo (modificato)

   

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Il presente post ha il solo scopo di divugare il libro senza scopo di lucro.

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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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Sul sito LinkedIn potete trovare uno spazio dedicato alla discussione di post inerenti la psicologia clinica e la psicoterapia.

Il nome del gruppo è “Argomenti di psicologia e psicoterapia”

L’indirizzo web di LinkedIn è il seguente:

https://www.linkedin.com/groups/8306115

oppure sulla pagina Facebook:

https://www.facebook.com/groups/argomentidipsicologia/

Le informazioni e il regolamento del gruppo sono i seguenti:

“Argomenti di Psicologia e Psicoterapia” intende far conoscere le principali teorie psicologiche, approfondire e divulgare il pensiero degli esponenti più significativi nel campo della Psicologia e della Psicoterapia.

Il Gruppo ha finalità aggregative e informative.

Chiunque può proporre i propri post per la pubblicazione possibilmente attinenti all’impostazione del gruppo e rispettosi delle altrui sensibilità.

I post devono essere attinenti ai temi del gruppo, non offensivi; mossi da intento costruttivo, non provocatori o inutilmente polemici.

I post e le discussioni sono tuttavia pubblicati, o rimossi, con insindacabile giudizio degli amministratori.

Gli amministratori sono persone che regalano un po’ del proprio tempo agli utenti per permettere di mantenere nel gruppo un tono costruttivo.

Per poter amministrare il gruppo, alle volte saranno prese misure drastiche quali la cancellazione di post che violano il regolamento e l’espulsione degli autori degli essi.

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