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LA BELLA STANZA E’ VUOTA – Le dinamiche nelle crisi di coppia

“Talora ho l’impressione che abbiamo una stanza con due porte
l’una di fronte all’altra,
e ognuno stringe la maniglia di una porta

e basta un batter di ciglia dell’uno
perché l’altro sia già dietro la sua porta
e basta che il primo dica una sola parola

e il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere.
Talvolta persino tutti e due siamo di là dalle porte.
E la bella stanza è vuota”.

Da “Lettere a Milena”, carteggi privati tra Franz Kafka e Milena Jesenská

Crisi di Coppia

Una relazione di coppia nasce e si evolve nel tempo, così come si evolvono i singoli partner nella loro vita.
Non sempre gli equilibri su cui si stabilizza restano funzionali.
Può capitare che i partner sentano il legame come insoddisfacente e limitante, non basato su una comprensione reciproca, nel quale siano poste richieste non tollerabili.
Capita che ci si ritrovi in una situazione di “stallo” in cui i partner si accontentano di restare in una dinamica insoddisfacente senza riuscire a trovare strategie per ristrutturare diversamente gli equilibri.
La comunicazione e l’interazione possono diventare frustranti e disfunzionali.
L’aiuto dello psicologo psicoterapeuta può strutturarsi come determinante per analizzare la domanda dei partner in maniera approfondita ed evidenziare con maggiore chiarezza i bisogni della coppia.
Può aiutare a sperimentare nuovi modi per relazionarsi e per ascoltare l’altro nonché supportare l’espressione più funzionale delle proprie emozioni.
Può supportare nella ricerca di strategie che migliorino la comunicazione tra i partner e facilitare il riconoscimento delle proprie risorse e dell’equilibrio necessario affinché possano combinarsi nella coppia, rendendola fonte di esperienze emotive e relazionali piacevoli.

Spesso anche un percorso individuale si rivela molto utile per affrontare le proprie difficoltà di coppia.

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Dott. Donato Saulle

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO  – Cell. 3477966388blu psicologo milano

     

Fonte:
“Lettere a Milena”, carteggi privati tra Franz Kafka e Milena Jesenská
www.studiopsicologo-torino.it
Immagine: Edward Hopper – Sole in una stanza vuota

TUTTO SULL’ANSIA

TUTTO SULL’ANSIA

Cosa è “ansia”? 

Ansia:

lat. anxia femminile di anxius che significa affannoso, inquieto, e a sua volta derivato da ango, passato di anxi che significa stringere, soffocare, e a cui derivano anche angustia e angoscia.

La differenza tra ansia e angoscia è presente solo nelle lingue latine, mentre per la lingua tedesca (Angst) ed inglese (anxiety) sono indistinte. Inoltre solitamente è nell’ambito della psicoanalisi che si usa angoscia, mentre nella psicologia di ispirazione fisiologica e comportamentale è usato il termine ansia.

L’ansia si caratterizza come una condizione di tensione che si manifesta con timore, apprensione, attesa inquieta e, spesso con una serie di correlati fisiologici come tremori, sudorazione, palpitazioni, senso di affaticamento, difficoltà a respirare normalmente.

L’ansia è caratterizzata da:

una attivazione eccitatoria di tipo “tensivo” e “apprensivo” con correlati fisiologici evocanti il senso di sopraffazione, come l’accelerazione dei battiti cardiaci e palpitazioni, aumento di pressione, respirazione veloce, talvolta sino al senso di soffocamento, tensione muscolare e rigidità, o all’opposto astenia, iperproduzione gastrica, iperidrosi (sudorazione eccessiva);
vissuti di paura, timore, inquietudine, insicurezza;
produzione di pensieri invasivi, con l’esperienza del non-controllo e disintegrazione. 

La psicologia “comportamentale”

utilizza per l’ansia un punto di vista descrittivo e la definisce in termini operativi e nei correlati fisiologici, tentando di operare misurazioni o di indagare le aree cerebrali interessate e gli schemi di attivazione.

La psicoanalisi

analizza l’ansia in una prospettiva comprensiva ed esplicativa, e è usualmente definita con il termine “angoscia”. Leonardo Ancona ci ha offerto una prosposta di differenziazione tra angoscia e ansia: l’angoscia si appropria a un processo psichico sostanzialmente diverso da quello dell’ansia.

Infatti l’angoscia corrisponde alla situazione di trauma, cioè ad un afflusso di eccitazioni non controllabili perché troppo grandi nell’unità di tempo; l’ansia corrisponde ad un processo di adattamento di fronte alla minaccia di un pericolo realistico; questo processo è una funzione dell’Io che se ne serve come di un segnale, dopo averla prodotta, per evitare di venire sommerso dall’afflusso traumatico delle eccitazioni. In questo caso l’Io è soggetto attivo in quanto produce l’affetto e se ne serve per trovare adeguati dispositivi di difesa, la carica pulsionale viene strutturalizzata e riprodotta senza base economica, cioè senza attuazione di scarica”.

Nella visione freudiana l’angoscia:

Visione economica: corrisponderebbe ad una eccitazione eccessiva in assenza di un rappresentante che ne permetterebbe un destino trasformativo;

Visione strutturale: sarebbe un affetto dell’Io, ossia un segnale con caratteristiche di “vissuto”.

La funzione dell’Io freudiano starebbe nel proteggere la coscienza dagli impulsi dell’Es, minacciosi per la coscienza (magari in contrasto con altre esigenze psichiche), attraverso la rimozione.

La rimozione

sarebbe, in sostanza, un processo di scomposizione tra il rappresentante (ideativo del desiderio o impulso inconscio) e il suo affetto, originariamente legata all’esperienza di una situazione traumatica di perdita: il rappresentante viene rimosso, mente l’affetto viene spostato e trasformato in angoscia segnale: in questi termini l’angoscia sarebbe il segnale di un pericolo “interno”. Esisterebbe una rimozione originaria per cui alla rappresentanza psichica ideativa di una pulsione viene interdetto l’accesso alla coscienza. Questa rimozione originaria fungerebbe da attivatore della funzione rimovente e da attrazione per gli elementi rimossi: questo stadio successivo della rimozione è “la rimozione propriamente detta, che colpisce i derivati della rappresentanza rimossa, oppure quei processi di pensiero che pur avendo una qualsiasi altra origine sono incorsi in una relazione associativa con la rappresentanza rimossa.

In forza di tale relazione queste rappresentazioni incorrono nello stesso destino di ciò che è stato originariamente rimosso. La rimozione propriamente detta è perciò una post-rimozi0ne. E’ inoltre erroneo dar rilievo soltanto alla ripulsa che viene esercitata dalla coscienza su quanto ha da esser rimosso. Entra pur sempre in gioco anche l’attrazione che il rimosso originario esercita su tutto ciò con cui può collegarsi. E probabilmente la coscienza rimuovente non raggiungerebbe il suo scopo se queste due forze non agissero congiuntamente, cioè se non vi fosse un rimosso anteriore, pronto ad accogliere quanto la coscienza allontana da sé” (Freud, “la rimozione”, 1915).

Il versante neurobiologico e cognitivo-comportamentale

definisce l’ansia come processo che in termini quantitativi può essere normale o patologico. Riconoscendo una funzione all’ansia, rispetto alle prestazioni, secondo il meccanismo attacco-fuga: l’ansia normale: sarebbe quindi uno stato preparatorio che, attraverso l’attivazione tensiva posta da uno stato di allarme, andrebbe a potenziare le capacità operativa e quindi avvantaggiando alla riuscita; l’ansia patologica: sarebbe una attivazione sproporzionata rispetto alla situazione che va affrontata, e che invece di avvantaggiare alla riuscita, la invalida e comportando accumuli di distress.

In questa ottica l’ansia, se patologica, va contrastata diminuendo l’attivazione tensiva.  “A livello superficiale, una delle cause principali del disturbo è l’interpretazione errata dei sintomi dell’ansia. I sintomi vengono cioè avvertiti come pericolosi, come perdita di controllo e sopraffazione. In poche parole si arriva ad avere “paura della paura” e così l’ansia genera ulteriore ansia, dando il via a una spirale che, in modo estremamente veloce, porta il soggetto a stare male, all’incapacità, all’attacco di panico. Una sensazione inconsueta, ad esempio un formicolio, un leggero giramento di testa (tutti, ogni giorno, hanno questo tipo di sensazioni corporee, assolutamente normali) può generare il timore di avere un malore”.

Una terza lettura 

possibile dell’ansia esce dal criterio individualista dei precedenti, e prende in considerazione visioni psicosociali, anzi precisamente dei legami sociali. Esisterebbe in tal senso un matrice relazionale e sociogenica dell’ansia. La nostra società è confrontata con cambiamenti: a cui corrispondono profondi elementi di perdita e di un ordine non definito. Diversi sociologi hanno mostrato come la perdita del contratto intersoggettivo ed intergenerazionale, cioè quell’accordo che ci permetteva di poterci costruire saldamente attraverso un investimento collettivo e gruppale, abbia portato in crisi la base narcisistica del nostro essere. E’ essenzialmente, quindi, una crisi di legami: legami affettivi, culturali, sociali, economici…

Esiste inoltre l’esperienza sostanziale dell’inconsistenza della volontà sui processi sociali: gli eventi sociali sono anonimi, accadono senza un responsabile, come ondate di energia prive di un contenitore chiaramente riconoscibile. Esiste sempre più netta la distanza tra la community, un ipercontenitore che domina e neutralizza la soggettività (la aliena), e l’individuo che reagisce, egoista, vorace, amorale, un contenitore grandioso in cui si sperimenta un profondo senso di vuoto e solitudine. L’uomo contemporaneo è slegato dunque, vacante, alla deriva, in un mondo di processi anonimi, ininfluenzabili. Kaes sostiene che esista un angoscia connaturata nel nostro tempo, che investe la soggettività, o meglio l’intersoggettività.

Con intersoggettività si fa riferimento alla capacità di mentalità plurale del soggetto: identificare la propria soggettività attraverso la possibilità di operare con la mente una oscillazione, o una compresenza, tra l’identificazione dell’altro e l’identificazione di se stesso.

L’intersoggettività è quindi caratteristica dell’identità.

La mancata acquisizione dell’intersoggettività o la sua destrutturazione porterebbe ad uno smarrimento dei confini e verso una fusionalità smembrante del soggetto inghiottito dal tutto, un non sapere chi si è, che di per sé richiama attivamente il prototipo di tutte le angosce: l’angoscia di disintegrazione. Sarebbe l’esperienza di essere ininfluente, inconsistente, trasparente, di riflettere solo luci altrui, essere come di fronte ad una madre sconfinata e ultrapotente nella impossibilità di essere qualcosa d’altro, di autentico, dalle alienanti attribuzioni di lei: una relazione che non consente di scambiare costruttivamente emozioni, pensieri, stati mentali, perché manca l’esperienza di riconoscimento dei confini.

Per Kaes (come puntualmente esposto in un Seminario SPI del 2013), alcuni fattori starebbero alla base di questo malessere contemporaneo: Anomia, disordine e afinalizzazione. In contrapposizione reattiva, la cultura del controllo, del potere dell’ordine. In ogni caso, controllo coercitivo e caos non permettono i necessari movimenti di simbolizzazione che permettono l’esperienza dell’intersoggettività. L’esperienza dell’illimitato: corrispondente al tentativo di grandiosità dell’individuo per staccarsi, corrispondente al rifiuto della castrazione e del trionfo del godimento. Senza il limite, tuttavia, non c’è possibilità di contatto, quindi di una esperienza autentica di sé e dell’altro; Il tempo s’è ridotto, e l’immediato prevale sul progettuale, e ciò significa che non si tollera il rimando, perché non ha un luogo, perché il rimando è il non avere.

Quindi l’avere è qui, è ora, è intenso, “è consumabile in modo illimitato finché c’è”.

Il legame è con oggetti che ci sono, che si prestano ora: non è con ciò che non è presente, con la storia, con il futuro, con ciò che è lontano, con ciò che è importante, anche se assente. Questo comporta la cultura dell’emergenza, dell’assenza di una mentalizzazione articolata (legami!) delle esperienze, dove tutto avviene di improvviso, nel bene e nel male; cultura della malinconia: l’intensità, l’illimitato, il trattenimento e il controllo, l’esperienza fissata sul qui e ora, tutto questo espone a sperimentare la continua perdita, un lutto costante, la sensazione di non arrivare mai a niente. A questo si anellano ulteriori reazioni persecutorie e maniacali, e così via, in una spirale sempre più intensa;

La perdita dei riferimenti e i legami che non tengono (assenza dei garanti metasociali e metapsichici): “i sogni non riparano più i microtraumi della vita quotidiana e le fictions non fanno che addormentarli. […] E’ l’incertezza sul presente, la diffidenza nei confronti delle trasmissioni che non generano avvenire o al contrario l’esaltazione ottusa dei fondamentalismi, l’estrema e fragile dipendenza dagli oggetti tecnici, dalle urgenze, dai legami effimeri, etc. ciascuno può compilarne la lista”. I contratti si stracciano, così come i legami, la tradizione e la cultura scompaiono, così come si fa trasparente l’identità. L’esperienza sociale è fuori dall’inquadramento di setting, e quindi difficile regolarla, essere agente.  L’individuo trasparente e passivo è alternato da un superman grandioso, perduto e confuso all’interno del suo personaggio individuale.

 “…penso che sia possibile caratterizzare il malessere contemporaneo con la difficoltà di costruire questo luogo dove mettere ciò che troviamo” (Kaes, sempre dal seminario SPI 2013).

Come si tratta allora l’ansia? 

Queste impostazioni hanno un presupposto di divergenza, appunto “evitare” o “conoscere”: La prima presuppone un’ansia-patologica, sulla quale bisogna intervenire per poterla controllare, abbassandone l’intensità: la terapia ha una finalità espulsiva e di eliminazione del problema. Tendenzialmente abbiamo tutti esperienza di misure difensive dall’angoscia e strategie di evitamento di situazioni pericolose. Si tratterebbe quindi di fare “come-se”. Una delle parole chiavi in quest’ottica è “gestione–dell’ansia”, e possono fare al caso: i farmaci (benzodiazepine), le strategie cognitive (cognitivo-comportamentale, ecc), un insieme di “misure difensive di sicurezza”, le tecniche “corporee”, meditazione e rilassamento, ecc.

Nella seconda l’ansia funge perlopiù da sintomo-segnale di un conflitto inconscio. L’ansia allora non sarebbe un problema in sé, ma l’allarme per qualcosa che vorrebbe accadere, ma che attualmente non ci si consente che accada. I conflitti dominanti sono legati a vissuti invasivi, che rimandano a temi di indipendenza-separazione, con elevate componenti di frustrazione e rabbia inesprimibile. Sarebbe dunque il bisogno di controllo a far emergere questi conflitti con una pressione emergente della verità psichica. Il lavoro consisterebbe quindi nel cogliere il senso di qualcosa che vuole divenire e che preme dolorosamente, impedito dal controllo, creando scenari di pericolo , di presenza di elementi alieni e di una temuta perdita di tenuta.

L’obiettivo in questo lavoro non sarebbe allora di eliminare l’ansia, ma di riuscire a coglierne il messaggio affettivo sottostante. Sarebbe proprio nella possibilità di tollerare l’ansia senza doverla eliminare il segno di un processo di sviluppo dell’Io. Non sarebbe quindi la presenza o meno di ansia, l’indicatore del progresso, ma la capacità del soggetto di utilizzare l’ansia, in termini adattivi per affrontare e gestire i problemi .

Con Bion, si tratterebbe di trasformare e rendere “pensabili” le angosce, affrontando un percorso di contatto della verità. L’angoscia, in un’ottica psicodinamica, avrebbe una tipicità espressiva in relazione ai livelli evolutivi del conflitto da cui origina:

angoscia di disintegrazione: legata a fantasie perdita di integrità e fusionalità disperdente con l’oggetto. Rappresentano gli scenari dell’istinto di morte che opera all’interno della personalità; angoscia persecutoria: frutto dell’animazione oggettuali di proiezioni di parti cattive e aggressive, vendicative e attentatrici; angoscia da separazione: paura di perdere l’oggetto d’amore, con scenari abbandonici, di vuoto e solitudine; angoscia da mancanza d’amore: paura non che l’oggetto scompaia, ma che non sia più nutriente e disponibile; angoscia di castrazione: legata a scenari edipici e a fantasie di lesioni corporali e di mutilazioni; angoscia superegoica: fondate sul senso di colpa e di inadeguatezza rispetto a standard o aspettative, quindi angosce di fallimento e di “incapacità di riuscita”.

L’organizzazione gerarchica delle varianti dell’ansia può portare all’errata conclusione che i livelli di ansia più primitivi vengano superati con il procedere dello sviluppo. Di fatto tali livelli persistono, e possono essere riattivati con facilità in situazioni traumatiche o di stress o in gruppi numerosi” (Gabbard, 2007). Nella terza ipotesi sarebbe l’esperienza della intersoggettività a restituire una possibile terza via e quindi di ricomposizione dei legami di scambio, tra: il bisogno di prendere e nutrirsi in modo illimitato, identificandosi col tutto, per avvicinare una esperienza di completezza, a quel luogo sociale così distante, superiore e indecifrabile, in cui è difficile essere soggetto; e la difesa paranoide, controllante, espulsiva dell’incertezza e intenta a proiettare la propria angoscia data dalla frammentazione dell’esperienza di sé.

L’ansia in questo terza prospettiva non dovrebbe ricercarsi nel “solo” conflitto intrapsichico, né trattata come patologia in sé (levare l’ansia…), ma potrebbe leggersi come un segnale di sofferenza dell’identità: sarebbe allora possibile riavviare un processo di definizione di sè solamente attraverso l’esperienza di legami, legami fondati sulla ricerca del riconoscimento plurale delle diverse verità che sottendono le soggettività, le differenze e le realizzazioni che ne derivano.blu psicologo milano

Dott. Donato Saulle

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Fonte: Dott. Simone Montagnoli
Immagine: “Guernica”, Picasso (part.)

UN COLLOQUIO DI PSICOTERAPIA

UN COLLOQUIO DI PSICOTERAPIAblu psicologo milano

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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Attualmente il primo colloquio ha una durata e un costo uguale ad ogni altro colloquio anche se, in alcuni casi, il primo colloquio può essere molto più impegnativo  per il professionista e trasformativo per il paziente. La durata è di 50 minuti e le informazioni sul costo possono essere ottenute chiamando il numero 3477966388

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E’ possibile fissare un primo colloquio utilizzando una delle seguenti modalità:

– inviare una mail all’indirizzo: info@donatosaulle.it
– inviare un SMS al numero: 3477966388
– telefonare direttamente al numero: 3477966388

in tutti i casi verrà richiesto di specificare:

nome
cognome
anni
numero di telefono

Lo studio effettua solo colloqui di psicologia o di psicoterapia con pazienti maggiorenni.

Verrà sempre dato riscontro alla richiesta.

Se non si riceve un riscontro alla propria richiesta durante le 24/48 ore successive si prega di cambiare la modalità del contatto perchè questo significa che la richiesta non è stata ricevuta.

Avere riscontro alla propria richiesta entro 24/48 ore significa poter effettuare un primo colloquio nei tempi più brevi possibili anche se non sempre immediati.

Al termine del primo colloquio il professionista e il paziente concordano l’eventuale prosecuzione del trattamento.

Il professionista potrà farsi carico personalmente dell’intervento o indicare al paziente il nominativo di un altro professionista, sulla base delle specifiche problematiche individuate, oppure indicare professionisti con competenze diverse che possono affiancare il percorso terapeutico intrapreso.

La durata del primo colloquio è di 50 minuti.

Primo colloquio

Durante il primo colloquio si tratterà di presentarsi, verificare e ri-conoscere chi è l’altro che abbiamo di fronte, di comprendere il suo modo di entrare in relazione, le sue dinamiche, la modalità con cui poter lavorare insieme.

Compito del terapeuta sarà quello di aiutare la persona a circoscrivere le aree problematiche che l’hanno portata a chiedere aiuto, fornirle la forza per iniziare questo nuovo percorso e cominciare a trasmetterle un’idea iniziale di intervento sul problema.

Dall’altra parte, l’utente potrà usufruire di questo incontro per accertarsi che il professionista gli trasmetta un senso di accoglienza, preparazione e fiducia, componenti basilari per la costruzione di un buon rapporto terapeutico e quindi di una buona terapia.

Ogni psicologo elabora un modello di interazione adatto a sé e alla persona che ha di fronte, modello che tuttavia varia al variare dello stile comunicativo dei partecipanti, influenzato inevitabilmente dalla comunicazione bilaterale e dall’imprescindibile risultato scaturito dalle due personalità che si incontrano

Psicologo Milano -Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO Cell. 3477966388depressione psicologo milano

Quanto dura una psicoterapia

La durata di una psicoterapia è molto variabile e dipende da numerosi fattori:

da quanto tempo la persona ha sopportato da sola il problema, la complessità del problema, la condizione emotiva del paziente al momento della richiesta e le sue possibilità economiche.

Spesso si pensa che i problemi di tipo psicologico necessitino di un intervento lungo e costoso.

Con un percorso di psicoterapia integrata a volte il problema si sblocca in poche sedute permettendo alla persona di recuperare la fiducia nelle proprie capacità personali.

Inoltre nessun paziente viene sequestrato dal suo terapeuta; bensì decide sempre in maniera autonoma e certo, se vuole, insieme al terapeuta, di poter scegliere il momento più adatto in cui sospendere o interrompere il suo percorso.

Chiaramente più sono complessi gli obiettivi e le situazioni che la persona si prefigge di raggiungere, di superare o comprendere e più probabilmente sarà necessario impegnare del tempo per raggiungerli.

A volte però è necessario essere supportati soltanto per un breve tratto del proprio percorso di vita.

Nel mio caso comunque la scelta di rinnovare ogni volta l’incontro terapeutico è sempre del paziente che scieglie, in totale libertà, di valutare e decidere se proseguire o interrompere il percorso psicologico o psicoterapeutico proposto anche senza dare formale comunicazione allo psicoterapeuta.

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

Ogni seduta deve essere considerata come incontro unico e rinnovabile solo fissando un nuovo appuntamento.

E’ opportuno comunque riflettere sul fatto che un percorso terapeutico è un percorso di conoscenza di sè che è utile affrontare con serietà.

La psicoterapia

La psicoterapia è una terapia della parola; è l’arte di saper dare il giusto nome alle istanze della psiche per donare un senso nuovo, più profondo e più ampio alla propria biografia e alla propria storia.
E’ essenzialmente un percorso di conoscenza di sè stessi che porta anche a imparare a rispettare i propri tempi interni.

Jung diceva che: “tutto ciò che ha valore esige tempo e richiede pazienza” affinchè le parole dette e ascoltate diventino memoria.

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Dott. Donato Saulle

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ADLER LICINI

LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER

“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti” 
Alfred Adler

Alfred Adler nacque a Vienna nel 1870. Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista austriaco incontrò Freud nel 1902 e ne rimase fedele allievo solo per pochi anni e cioè fino al 1911.

“Già durante il periodo di collaborazione con Freud, Adler aveva intuito il ruolo che una presunta inferiorità organica poteva avere sulla vita dell’individuo, e da questa prima ipotesi nacque il concetto di pulsione aggressiva quale principio dell’energia psichica; per Adler, infatti, il movente istintuale principale è un’aggressività che compensi il senso di inferiorità nei confronti dei propri simili.

Nel 1911 abbandonò completamente la teoria freudiana degli istinti e della libido, proponendo che il riferimento psicoanalitico alla sessualità fosse inteso esclusivamente in senso metaforico.

La nevrosi maschile rappresenterebbe una “protesta virile”, una sovracompensazione nei confronti di un sentimento di inadeguatezza.

Gli individui si sentono inadeguati e imperfetti, e per compensazione si autoingannano creandosi uno “stile di vita” che costituisce essenzialmente una modalità esistenziale tesa al raggiungimento di una superiorità nei confronti degli altri.

La psicoterapia, quindi, consiste in una libera discussione su di un piano paritetico tra lo psicoterapeuta e il paziente con l’intento di individuare il movimento inconscio in cui il paziente ha “organizzato” questo autoinganno da cui discende uno stile di vita fittizzio e nevrotico. Adler diede molta importanza al contesto ambientale e all’interesse per i problemi sociali quali elementi per la crescita sana dell’individuo.

Per le sue idee sociali e per la sua motivata convinzione che le difficoltà psicologiche dell’individuo risalgano, in ultima analisi, a fattori storici e culturali, egli viene considerato il precursore delle revisioni “sociali” della psicoanalisi.”*

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Dott. Donato Saulle

Panico Psicologo Milano

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* Tratto da: U. Galimberti, Psicologia, Le Garzantine, Garzanti, Torino 1999 – pg. 8

Alfred Adler

la retroflessione

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

Un meccanismo di difesa

Un percorso di psicoterapia è essenzialmente un percorso di conoscenza di sè.

Durante questo percorso è possibile riflettere su alcuni comportamenti che si mettono in atto e che non hanno, apparentemente, una spiegazione razionale.

E’ necessario che in questo percorso si sia seguiti e affiancati da uno psicoterapeuta in quanto interpretazioni autonome possono esitare in convinzioni erronee.

Di seguito viene esposto sinteticamente e solo a scopo divulgativo il fenomeno della “retroflessione”.

LA RETROFLESSIONE

E’ l’atteggiamento di colui che fa a sé stesso ciò che avrebbe voluto (originariamente) fare ad un altro.

Se l’ambiente risulta troppo forte, ostile e frustrante la persona rinuncia a lottare, si arrende e si adegua ma dentro di sé il bisogno continua a premere e bisogna impiegare una forte quantità di energia per impedirgli di esprimersi.

Scrive Perls:

“… l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente; vale a dire lo reprime.

La sua energia viene pertanto divisa.

Una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte; l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima tesa all’esterno.

A questo stadio le due parti della personalità lottando in direzioni diametralmente opposte entrano in lotta tra loro.

Quel che è cominciato come un conflitto tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso “.

Pensare, filosofare, elaborare progetti senza arrivare alla realizzazione possono costituire delle retroflessioni se questi atteggiamenti sopravvengono in luogo e al posto dell’azione.

Si potrebbero aggiungere a questo proposito le considerazioni classiche della psicanalisi sulla depressione:

il depresso si squalifica e si autoaccusa perché butta su di sé il risentimento per l’oggetto d’amore che se ne è andato.

Di fronte ad un paziente che si autopunisce e si autocommisera o dice di soffrire di un complesso di colpa Perls non ha esitazioni nel suggerirgli per prima l’ipotesi della retroflessione.

I suoi interventi di solito sono del tipo: se invece di graffiarti in continuazione io ti proponessi di graffiare qualcun altro, chi avresti voglia di graffiare in questo momento?

oppure: chi avresti voglia di criticare e di far sentir colpevole?

Allo stesso modo lavora con i sintomi psicosomatici.

Naturalmente il concetto di retroflessione comprende anche l’atteggiamento opposto a quelli esaminati sino ad ora, cioè l’atteggiamento di chi fa a sé stesso ciò che amerebbe che altri facessero a lui e che lui non osa chiedere.

Si pensi a certe forme di narcisismo, si pensi all’atteggiamento di dondolarsi invece di cercare la tenerezza di un patner desiderato o alla compensazione affettiva di tante forme di autogratificazione.

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Dott. Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle
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Fonti:

Perls Fritz, “L’Io, la fame, l’aggressività”, Milano, Franco Angeli, 2003
Perls Fritz, Hefferline R.F., Goodman Paul, “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, Roma, Astrolabio, 1971

La mia voce ti accompagnerà   Erikson

LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson

LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’

La Psicologia di Milton Erickson

“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati  felice di qualcosa,

qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.”  
M. Erickson

Milton Erickson

Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).

E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.

A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.

I racconti di Erickson

Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.

Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.

E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale  e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.

Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.

Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.

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Dott. Donato Saulle

Panico Psicologo Milano

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Tratto da:
“La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici”
Milton H. Erickson
Curatore: S. Rosen
Editore: Astrolabio Ubaldini
Collana: Psiche e coscienza
Anno edizione: 1983

relazione amorosa

AL CONFINE DEL CONTATTO – La relazione amorosa

AL CONFINE DEL CONTATTO

La relazione amorosa

“L’amore è un’ esperienza di libertà”
M.Recalcati

La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:

da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui

e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.

Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.

Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.

Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.

Dott. Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle
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Cit. Mantieni il bacio – Lezioni brevi sull’amore di Massimo Recalcati

GESTIONE DELLA RABBIA

LA GESTIONE DELLA RABBIA

LA GESTIONE DELLA RABBIA

L’uomo che coltiva per tutta la vita la propria vendetta mantiene le sue ferite sempre aperte”. 

F. Bacone

Con il termine rabbia si indica uno stato psichico alterato, in genere suscitato da elementi di provocazione capaci di rimuovere i freni inibitori che normalmente stemperano le scelte del soggetto coinvolto.

Con la rabbia si prova una profonda avversione verso qualcosa o qualcuno, ma in alcuni casi anche verso se stessi.

La psicologia e le varie discipline neuroscientifiche hanno dimostrato che la rabbia nasce come reazione alla frustrazione.

Lo stesso Wilhelm Reich diceva che la rabbia è un’emozione secondaria rispetto alla frustrazione e la frustrazione, noi sappiamo, nasce dal dolore, nasce dal mancato soddisfacimento di un nostro desiderio, ovvero, nasce da una impossibilità di raggiungere il piacere. La rabbia, quindi, nasce dalla frustrazione ma maschera il dolore.

Gli stati d’animo di rabbia e vendetta, oltre che da ferite e delusioni, possono essere fatti precipitare da un conflitto narcisistico, cioè da un conflitto avente a che fare con il senso di colpa o da una esperienza di fallimento o di grave sbaglio con conseguenti sentimenti di perdita, in cui l’aggressività diretta contro il Sè viene secondariamente rivolta verso soggetti esterni.

Mentre il sentimento della rabbia può contenere potenziali positivi e correttivi, la vendicatività è totalmente e inutilmente distruttiva.

I pazienti non si liberano dalla rabbia e dalla sete di vendetta unicamente elaborando l’ostilità che è dentro di loro. Le radici della rabbia e della vendicatività saranno distrutte quando la terapia sarà riuscita a elaborare il dolore e l’angoscia da separazione situati nelle sfere più profonde, solo in quel momento il paziente potrà accostare i suoi simili in modo più flessibile e armonico.”

Dott. Donato Saulle

art. rabbia Psicologo Milanoblu psicologo milano Psicologo Milano – Psicoterapeuta -Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 347.7966388blu psicologo milano Tratto da:

Bollati Boringhieri – Rabbia e vendicatività Harold F. Searles – La psicodinamica della vendicatività – Rabbia e vendicatività  – Bollati Boringhieri Charles W. Socarides – La vendicatività: il desiderio di pareggiare i conti – Rabbia e vendicatività – Bollati Boringhierihttp://www.crescita-personale.it/gestire-emozioni/1775/rabbia-psicologia/1560/a775/rabbia-psicologia/1560/a

LA SCRITTURA TERAPEUTICA

LA SCRITTURA TERAPEUTICA

La psicoterapia ci aiuta ad affrontare molteplici problemi, disturbi e difficoltà personali.

Nel creare, adattare e scegliere i diversi strumenti terapeutici con cui ”toccare i tasti giusti”, gli psicoterapeuti  devono essere particolarmente creativi pur nell’osservanza della teoria di riferimento.

Una delle tecniche più adoperate nella psicoterapia è la scrittura e in questo articolo si spiega perché viene impiegata come strumento terapeutico.

Esistono diversi modi di utilizzare la scrittura come strumento terapeutico, tutti basati sul mettere per iscritto i processi mentali quali pensieri, dubbi, desideri, obiettivi, piani, ma anche sentimenti ed emozioni.

Tuttavia, mettere nero su bianco tutto ciò, senza il supporto e i consigli di un professionista, può rivelarsi controproducente.

Vale a dire che per trarre dei benefici terapeutici dalla scrittura, deve essere ”orientata”, ritualizzata e basata su indicazioni ben precise.

Con quali pazienti si usa la scrittura come strumento terapeutico?

Nonostante la scrittura intesa come strumento terapeutico possa essere impiegata in diverse situazioni e per diversi motivi, è una tecnica adatta a precisi pazienti e problemi.

Anzitutto, si tratta di una tecnica consigliata solo nel trattamento di pazienti che abbiano sufficienti capacità di lettura e scrittura per affrontare al meglio il compito che viene loro assegnato.

In altre parole, questo metodo è rivolto a persone che non provino ansia nel dover scrivere e che se la sentano, in modo totalmente volontario, di portare a termine il compito senza sentirsi incapaci o inferiori.

A tal proposito, tale compito deve essere ”una scommessa sicura”.

In secondo luogo, la scrittura aiuta molto i pazienti che hanno difficoltà ad esternare verbalmente ciò che accade loro e che provano, pensano o desiderano.

Per queste persone scrivere è un modo per ”buttare fuori” tutto quello che li riguarda, senza subire pressioni né provare vergogna.

Scrivere i propri sentimenti, pensieri e desideri è uno dei modi migliori di fare ordine nella propria testa.

In questo modo, al caos subentrano idee tangibili e chiare.

La scrittura, dunque, può rivelarsi particolarmente adatta per le persone introverse.

Quando è opportuno impiegare la scrittura come strumento terapeutico?

Una volta appurato che il paziente è in grado di affrontare le attività di scrittura a fini terapeutici, bisogna adattarle al suo caso.

Le situazioni in cui si opta più spesso per un terapia basata sulla scrittura sono le seguenti:

Gestione di sentimenti negativi riguardo eventi del passato.
Ricordi traumatici.
Elaborazione di un lutto.
Accettazione di cambiamenti del proprio ruolo e del ciclo vitale.
Necessità di guardare i problemi in prospettiva.
Necessità di miglioramento dell’autostima.
Prevenzione delle ricadute (sia nel caso delle dipendenze sia nel caso di disturbi come ansia e depressione).

Oltre che nei casi sopracitati, tutti riguardanti la psicologia clinica, la scrittura può rivelarsi uno strumento terapeutico anche nei percorsi di crescita personale.

Quando si tratta di definire i propri obiettivi ed elaborare un piano d’azione per raggiungerli, la scrittura può rivelarsi la strategia migliore.

Avere davanti ai propri occhi, su carta, ciò che si vuole realizzare e pensare a come riuscirci è anche una strategia motivazionale che ci permette di concentrarci al meglio sui nostri obiettivi.

Quali sono le attività di scrittura terapeutica più comuni?

La scrittura terapeutica viene adoperata per raggiungere obiettivi ben precisi.

Tuttavia, comprende diverse attività raggruppabili in tre categorie: lettere, frasi o messaggi e diari.

La lettera è piuttosto diffusa in psicoterapia, di solito al paziente viene chiesto di scrivere una lettera a se stesso, a qualcun altro o persino a un sintomo.

Nella lettera, il paziente deve esprimere tutto quello che pensa o prova e durante la seduta psicologica potrà discuterne col terapeuta.

Altrimenti si utilizzano frasi e messaggi quasi sempre rivolti a se stessi in cui si cerca di porre l’attenzione sulle proprie qualità fondamentali per automotivarsi ed evitare di scontrarsi con i soliti ostacoli.

In questo caso al paziente viene chiesto di scrivere dei post-it e di posizionarli in un luogo visibile oppure gli viene suggerito di mettere nel proprio portafogli una frase, un biglietto che possa aiutarlo a ritrovare la carica e la motivazione nel momento del bisogno.

Infine, anche i diari vengono spesso utilizzati in terapia.

Questa attività prevede che il paziente affronti ogni giorno un argomento (che va scelto con cura).

In questo modo, il paziente può vedere con i suoi occhi l’evoluzione del suo problema, i suoi miglioramenti e i suoi cambiamenti, tuttavia, affinché il diario si riveli utile, non basta mettere su carta i propri pensieri, bensì è necessario analizzarne il contenuto con il terapeuta.

Solo in questo modo sarà possibile sfruttare al massimo le potenzialità del diario, ciò non toglie che il paziente possa provare un certo sollievo già scrivendo un diario personale.

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Dott. Donato Saulle

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO 

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Tratto da: https://lamenteemeravigliosa.it/la-scrittura-strumento-terapeutico/

LA PSICOANALISI DI BRUCE SPRINGSTEEN

LA PSICOANALISI DI BRUCE SPRINGSTEEN

LA PSICOANALISI DI BRUCE SPRINGSTEEN

Bruce Springsteen

Passavo e ripassavo per le stesse strade, senza riconoscerle, senza riconoscermi.
Per un attimo mi son detto: “smettila di andare e venire così, che cosa cerchi dunque di ritrovare… o di perdere? Qui non ci sei più, rientra a casa tua”.
Ma un attimo dopo: “ma no, sei ancora qui, sei anche qui, sei sempre lo stesso, qui e laggiù, oppure non sei da nessuna parte”.
J.-B. Pontalis

La bibliografia su Bruce Springsteen è una delle più ampie tra quelle dedicate ai protagonisti della musica rock.
L’artista del New Jersey è uno degli esponenti della musica popolare a cui sono stati dedicati più libri biografici, saggi di critica e tesi universitarie.
La prima biografia dedicata al cantautore del New Jersey, “Born to Run. The Bruce Springsteen Story” fu scritta nel 1979 dal giornalista Dave Marsh e divenne un best seller.
A partire dagli anni ottanta il cantautore è stato oggetto di studio per il suo contributo alla rilettura, anche critica, del cosiddetto «sogno americano» e per la sua visione politica e sociale.
In seguito molti autori hanno affrontato la musica e la poetica di Springsteen che, grazie alle sue opere, stava diventando una delle voci più influenti nel mondo della cultura statunitense.

Born to run – L’autobiografia

Springsteen dedica molto tempo a descrivere accuratamente le sue origini, la sua infanzia in un quartiere duro ed operaio del New Jersey, con un padre severo e difficile e la sua lotta per cercare di trovare, personalmente e professionalmente, la propria identità (termine che usa spesso).

È in questo contesto che nasce la sua passione per la chitarra, per la musica e, in seguito, per cantare e comporre.

Ha questa capacità di scrivere con grande sensibilità quello che sente, descrivendo il modo in cui le sue relazioni e il mondo in cui è cresciuto influenzano il suo modo di suonare, il modo di interagire con i vari gruppi e i temi delle sue canzoni e dei suoi album.

Una cosa  che colpisce è la sua determinazione nel perseguire il desiderio che sentiva dentro di riscatto, la sua ambizione, per se stesso e per la sua musica.

Ad un certo punto arriva un successo straordinario, raggiunge un enorme riconoscimento pubblico. E’ in quel periodo che decide di viaggiare attraverso gli Stati Uniti assieme ad un suo caro amico.

Mentre attraversano il Texas in auto, si fermano in una cittadina in festa, una fiera di paese, con musica e balli e questa scena, racconta, gli provoca un profondo senso di solitudine e angoscia.
Springsteen ne rimane paralizzato.

Scrive:
alla fiera c’è musica, un palchetto, un gruppo che suona nella serata gelida. Uomini e donne ballano abbracciati, io li ossservo e di punto in bianco vengo colto dalla disperazione e dall’invidia per quelle coppie e del loro rituale di fine estate, i piccoli piaceri che tengono unite quelle persone e la loro città. Certo, per quanto ne so potrebbero odiare quel buco desolato, potrebbero detestarsi l’un l’altro e mettersi allegramente le corna: come escluderlo?

In quel momento, però, penso solo che vorrei essere fra loro, essere uno di loro.

Ma so che non posso.

Li guardo, non posso fare altro.
Li guardo… e prendo nota. Non mi immischio e se lo faccio i miei termini sono talmente rigidi da soffocare l’anima di qualsiasi sviluppo positivo di tutto ciò che è reale.

In questa cittadina sul fiume, la mia vita di osservatore, di attore che si tiene prudentemente alla larga dalla mischia emotiva, dalle conseguenze del caos connaturato al vivere e all’amare, mi presenta il conto.

Ho trentadue anni e quello che un tempo sapeva anestetizzarmi l’anima e la mente non funziona più.

Ho appena eseguito un impeccabile tuffo nel mio abisso, lo stomaco è in centrifuga…
Dopo un’ora di tormento, chiedo a Matt di tornare indietro, a quell’ultima città che abbiamo lasciato: “subito per favore”. Matt non mi chiede perchè e torna.

Ho bisogno di quella città, soprattutto ho bisogno di allontanarmi da quella festa al più presto. Mi manca l’aria.

Non so dire perchè, sento solo la necessità di mettere le radici da qualche parte prima di dissolvermi nell’etere.

Quando arriviamo è quasi l’alba, è buio pesto e non c’è anima in giro. Mi viene da piangere, ma le lacrime non escono. Non ho mai provato una angoscia simile. Perchè quì? Perchè stasera? Non lo so.

So solo  che, con il passare degli anni, il peso dei nodi irrisolti si fa molto più pesante, il prezzo sempre più alto.

Forse avevo tagliato un laccio di troppo, avevo fatto eccessivo affidamento sulla mia infallibile magia musicale, mi ero allontanato troppo da quella nebulosa identità che mi ero costruito.

Quale che fosse la ragione, mi ero nuovamente smarrito nel mezzo del nulla, ma stavolta ero rimasto a secco di euforia e illusione.

Nulla riesce a lenire la malinconia e cancellare lo spettro di quella serata alla fiera.

Già da tempo le difese che mi ero costruito per proteggermi e sopportare le tensioni dell’infanzia hanno perso il loro scopo originale ma ormai ne sono diventato dipendente.

Le sfrutto per isolarmi oltre il dovuto, sancire la mia alienazione, tagliarmi fuori dalla vita, controllare gli altri e tenere a bada le emozioni finchè non fa male.

Ora però non funziona più.

L’incontro con la psicoanali

Nel documentario “In his own word”  Springsteen racconta così il suo incontro con la psicoanalisi.

In passato avevo l’abitudine di salire in macchina e di guidare fino al mio vecchio quartiere,
quello in cui sono cresciuto,
arrivavo lì e passavo davanti alle case in cui avevo vissuto, lo facevo sopratutto di notte, perchè spesso rimanevo sveglio.
L’ho fatto con una certa regolarità,
due tre quattro volte alla settimana – per anni – finchè un giorno mi sono chiesto
“ma che cosa diavolo mi è preso?”
così sono andato da un analista e…
giuro che è vero…
sono andato lì,
mi sono seduto e ho detto
“dottore per anni sono salito in macchina e sono tornato al mio vecchio quartiere, in piena notte,  per guardare le case e i posti dove sono vissuto,
l’ho fatto per anni,
ora vorrei sapere cosa significa” e lui mi ha detto:
“dimmelo tu perchè lo hai fatto”
“veramente la pago proprio per questo”
e lui mi ha risposto:
“forse ti senti in colpa per qualcosa e stai cercando un modo per liberarti di quel peso,
hai commesso un errore
e quindi continui a tornare sui tuoi passi per vedere se puoi rimediare”
al che io ho detto:
“è proprio così…”
e lui:
“non puoi”.

Springsteen scrive in “Born to run” di essere stato in terapia per venticinque anni:
”il risultato del mio lavoro con lui ed il debito che provo nei suoi confronti sono l’anima di questo libro”

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Dott. Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO– Cell. 3477966388

BLU

Fonti:
https://it.wikipedia.org/wiki/Bruce_Springsteen
Bibliografia su Bruce Springsteen
ISBN 88-85008-66-6. (EN) John W. Duffy (a cura di), Bruce Springsteen. In His Own Words, 1ª ed., Londra, Omnibus Press, 1993, ISBN 0-7119-3017-1.
Bruce Springsteen, Born to Run, New York, Simon & Shuster, 2016, ISBN 978-1-5011-4151-5.
Bruce Springsteen, Born to Run. L’autobiografia, traduzione di Michele Piumini, 1ª ed., Milano, Mondadori, 2016, ISBN 978-88-04-66932-6.
http://www.dedalusbologna.it/blog/parliamone/boss-la-psicoanalisi