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NELL’INCONSCIO DI JUNG

“Rendi cosciente l’inconscio
altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita
e tu lo chiamerai destino”
C. G. Jung

NELL’INCONSCIO DI JUNG

Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.

Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.

Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza.
Attraversa tutto il suo pensiero.

Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza.
Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.

È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva.
L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.

Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.

La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore.
Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.

Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero.
Non chiude.
Lascia aperto.


Il centro del suo pensiero

Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere.
È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.

Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.

Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.


Il disagio psichico

I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia.
Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.

Nascono soprattutto nel presente.

Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita —
quando non riesce ad adattarsi all’ambiente,
o a trasformarlo secondo le proprie esigenze —
si crea una frattura.

Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.

Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche.
E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.

Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete:
modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.

Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato.
Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.

Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.


Il rapporto con l’inconscio

Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio.
Né di evitarlo.

Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.

Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.

Questo movimento non porta a una sintesi pacificata.
Porta a una coesistenza:
tra razionale e irrazionale,
tra introversione ed estroversione,
tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.

Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità.
Non è rendere tutto chiaro.

È integrare.

Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.


Il sintomo

In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.

È già, in sé, un tentativo.

Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.

Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere.
Si tratta di seguire.

Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.


Il ruolo del terapeuta

In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.

Non è fuori.

È coinvolto.

Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.

Non dirige.
Non interpreta dall’alto.

Sta dentro.

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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
U. Galimberti, Psicologia – Garzanti
Tags: Inconscio, Jung

IL DESIDERIO DELL’ALTRO – Nel linguaggio di Lacan

“Il linguaggio,
prima si significare qualcosa,
signfica per qualcuno.
J. Lacan

Jaques Lacan

Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.

Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto.
È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola.
Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.

La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso.
Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.

Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo.
Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge.
Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.

Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono.
È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.

La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo.
È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso.
È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato.
E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.

Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro.
Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.

Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia.
Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie.
Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.

Il soggetto non si costituisce mai da solo.
Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento.
È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.

Lo si vede già all’inizio della vita.
Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto.
È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale.
E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.

Ma in questo passaggio qualcosa si perde.
Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura.
Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.

Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta.
Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.

Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto.
Non è un seme che contiene in sé il proprio destino.
È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.

Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.

Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio.
Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.

Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.

Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere.
È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.

Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede.
Si affaccia, si interrompe, si nasconde.
Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.

E proprio per questo non può essere detta tutta.
Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.

Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti.
Al contrario, è quello di non saturare la domanda.

Di restituirla, ogni volta, al soggetto.

Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.

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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
Enciclopedia Treccani
Prof. Massimo Recalcati

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Tags: Lacan, desiderio, linguaggio, inconscio

 

ALL’AMORE ASSENTE

ALL’AMORE ASSENTE

“Ci sono infiniti modi per non amare”
Racamier

Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio.
E, forse, ancora di più per non amare gli altri.

Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro.
Relazioni in cui si prende, più che incontrare.

Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.

A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore.
Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.

Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.

Forse si può pensare all’amare come a una disposizione.
Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere.
Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.

Eppure questa apertura non è scontata.
Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare.
Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.

Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro.
E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi.
O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.

Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza.
Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.

Non con compassione — che spesso tiene distanza —
ma con interesse.

Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori.
Ma non è detto.

E non è mai definitivamente perduto.
Può accadere anche più tardi, nella vita.
Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.

E quella resta un’esperienza decisiva.

Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare.
Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro.
Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.

E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.

Non ci fidiamo di lui.
Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.

E allora acceleriamo.
Abbiamo fretta.
Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.

Ma l’amore non si addestra.
Non si trasmette come una tecnica.

Può essere offerto.
Può essere incontrato.
A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.

Ma non si può imporre.

E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.

Fortunatamente.

Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti.
Non può essere una forma migliore di controllo.

Può essere solo uno sguardo diverso.

Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende.
Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.

Un’alternativa che non si impara, ma si sente.

Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste.
Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.

E l’altro, in qualche modo, lo riconosce sempre.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIAblu psicologo milano

* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
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Prof. Giorgio Maria Ferlini, Aretusa, 2012*
Immagine di copertina:
Poster del film: “All’amore assente”, A. Adriatico, 2007
Foto ed elaborazione grafica di Donato Saulle (2008)
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LE PASSIONI DOMINANTI – La teoria psicologica di Oscar Ichazo

LE PASSIONI DOMINANTI

La teoria psicologica di Oscar Ichazo

“Al centro di ogni carattere, in reciproca relazione l’uno con l’altro, sono presenti una forma di motivazione da carenza e un errore cognitivo”
O. Ichazo 

Un pensiero difficile da chiudere

Oscar Ichazo (Bolivia, 1931–2020) insegnò in Cile, tra Santiago e Arica, al confine con il Perù.
Raccontò di essere entrato in contatto, durante i suoi viaggi, con la tradizione sufi in Afghanistan.

Il suo pensiero è ampio, articolato, stratificato.
Non si lascia ridurre facilmente.

Quello che segue, quindi, non è che un tentativo.
Una forma necessariamente semplificata, quasi una traccia, che prova a restituire qualcosa di una visione molto più complessa.

Una visione che, anche così ridotta, può comunque aprire uno spazio di riflessione.


La fissazione dell’ego

Al centro del suo lavoro c’è un’idea semplice solo in apparenza:
l’ego non è qualcosa di unitario, ma tende a fissarsi.

Fin dalle prime fasi della vita, alcune modalità di risposta diventano stabili, si organizzano, si irrigidiscono.
E una di queste, per ciascuno, finisce per occupare il posto centrale.

Diventa un punto di riferimento.
Un modo di vedersi.
Un’immagine di sé attorno alla quale si costruisce la personalità.

Questa fissazione non è solo cognitiva.
È sostenuta anche da una tonalità emotiva precisa, quella che Ichazo chiama “passione”.

Pensiero, emozione e comportamento non si sviluppano separatamente.
Si tengono insieme, si rinforzano a vicenda.


Dove nasce il carattere

Il punto non è tanto descrivere queste strutture, quanto comprenderne l’origine.

Per Ichazo, ciò che chiamiamo carattere prende forma molto presto, all’interno dell’esperienza infantile.
In particolare, nel momento in cui qualcosa non trova risposta.

L’essere umano, nei primi anni di vita, è completamente centrato su di sé.
Non per scelta, ma per necessità.

E proprio per questo è esposto alla frustrazione.

Quando le aspettative legate ai bisogni fondamentali non vengono soddisfatte, si produce una rottura.
Un’esperienza che il bambino vive come mancanza.

Ichazo individua tre grandi ambiti in cui questa esperienza può avvenire:

  • la conservazione
  • la relazione
  • l’adattamento

È in uno o più di questi livelli che qualcosa si incrina.

E da lì prende forma una risposta.


La difesa che diventa personalità

Quella risposta, all’inizio, è una difesa.
Un modo per proteggersi dalla ripetizione di quella mancanza.

Ma, con il tempo, si stabilizza.
Diventa automatica.
E si trasforma in ciò che chiamiamo personalità.

Ogni carattere è, in questo senso, una cristallizzazione.
Un adattamento precoce che si irrigidisce.

Si struttura attorno a:

  • un nucleo emotivo dominante (la passione)
  • un modo di pensare ricorrente (la fissazione)
  • una modalità istintiva di stare nel mondo

Quando non c’è più distanza

Il problema non è che queste strutture esistano.
Il problema è quando diventano invisibili.

Quando il soggetto coincide completamente con esse.
Quando non c’è più distanza.


Osservare per cambiare

Per questo, nel lavoro di Ichazo, l’accento non è sulla correzione, ma sull’osservazione.

Attraverso una pratica di auto-osservazione, la persona può iniziare a riconoscere i propri automatismi.
A vedere ciò che, fino a quel momento, agiva senza essere visto.

E in questo riconoscimento si apre una possibilità.

Non immediata.
Non definitiva.

Ma reale.

Ridurre l’identificazione.
Allentare la rigidità.
E, in alcuni casi, trascendere quelle strutture che, nate come protezione, finiscono per mantenere la sofferenza.


Il ruolo del terapeuta

In questo processo, il terapeuta non impone un cambiamento.
Non corregge dall’esterno.

Piuttosto, aiuta a mettere a fuoco.

A riconoscere le linee principali del carattere, le visioni implicite del mondo, le attitudini che orientano le scelte.

E, soprattutto, le possibilità evolutive che da lì possono emergere.

Non per eliminare ciò che c’è, ma per smettere di esserne completamente determinati.


Ciò che protegge, ciò che limita

Perché quei meccanismi, in fondo, non sono errori.

Sono tentativi.

Tentativi di protezione, di adattamento, di sopravvivenza.

Ma ciò che un tempo ha protetto, nel tempo può diventare ciò che limita.

E allora il lavoro non è distruggere, ma trasformare.

Lasciare che qualcosa, finalmente, possa muoversi.

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Fonti:
O. Ichazo, Interviews with Oscar Ichazo, Arica Institute Press, 1982
C. Naranjo, Atteggiamento e prassi della teoria gestaltica, 1991
A. H. Almaas, L’ enneagramma delle idee sacre. Aspetti molteplici della realtà, Trad. D. Ballarini, Astrolabio, 2007
Igor Vitale, Enneagramma. La storia dal sufismo in poi Gurdjieff, Ouspensky, Ichazo, marzo 2nd, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica, http://www.igorvitale.org/category/psicologia-clinica/ consultato il 10/07/2017
S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
https://en.wikipedia.org/wiki/Oscar_Ichazo
https://en.wikipedia.org/wiki/Arica_School
Immagine di copertina tratta da: Birdy – Le ali della libertà (Birdy), Alan Parker, 1984blu psicologo milano

LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER

“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti” 
Alfred Adler

Alfred Adler nacque a Vienna nel 1870. Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista austriaco incontrò Freud nel 1902 e ne rimase fedele allievo solo per pochi anni e cioè fino al 1911.

“Già durante il periodo di collaborazione con Freud, Adler aveva intuito il ruolo che una presunta inferiorità organica poteva avere sulla vita dell’individuo, e da questa prima ipotesi nacque il concetto di pulsione aggressiva quale principio dell’energia psichica; per Adler, infatti, il movente istintuale principale è un’aggressività che compensi il senso di inferiorità nei confronti dei propri simili.

Nel 1911 abbandonò completamente la teoria freudiana degli istinti e della libido, proponendo che il riferimento psicoanalitico alla sessualità fosse inteso esclusivamente in senso metaforico.

La nevrosi maschile rappresenterebbe una “protesta virile”, una sovracompensazione nei confronti di un sentimento di inadeguatezza.

Gli individui si sentono inadeguati e imperfetti, e per compensazione si autoingannano creandosi uno “stile di vita” che costituisce essenzialmente una modalità esistenziale tesa al raggiungimento di una superiorità nei confronti degli altri.

La psicoterapia, quindi, consiste in una libera discussione su di un piano paritetico tra lo psicoterapeuta e il paziente con l’intento di individuare il movimento inconscio in cui il paziente ha “organizzato” questo autoinganno da cui discende uno stile di vita fittizzio e nevrotico. Adler diede molta importanza al contesto ambientale e all’interesse per i problemi sociali quali elementi per la crescita sana dell’individuo.

Per le sue idee sociali e per la sua motivata convinzione che le difficoltà psicologiche dell’individuo risalgano, in ultima analisi, a fattori storici e culturali, egli viene considerato il precursore delle revisioni “sociali” della psicoanalisi.”*

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* Tratto da: U. Galimberti, Psicologia, Le Garzantine, Garzanti, Torino 1999 – pg. 8

Alfred Adler

LE LOGICHE DEL DESIDERIO

LE LOGICHE DEL DESIDERIO

Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.

Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.

Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.

Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti  qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è  l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».

Dott. Donato Saulle

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Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine:  “Nocturnos” – Ricardo Cinalliblu psicologo milano

Tags: Conflitto, Lacan, Gestalt, Perls, capro espiatorio

AL CONFINE DEL CONTATTO – La relazione amorosa

AL CONFINE DEL CONTATTO

La relazione amorosa

“L’amore è un’ esperienza di libertà”
M.Recalcati

La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:

da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui

e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.

Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.

Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.

Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.

Dott. Donato Saulle

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Cit. Mantieni il bacio – Lezioni brevi sull’amore di Massimo Recalcati

IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA

IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA

“Il fondamento della vergogna non è il nostro sbaglio personale,
ma che tale umiliazione sia visibile a tutti.”

Milan Kundera.

Il senso della vergogna viene descritto come:
– un turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere, o effettivamente riceve, una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri,
– un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati,
– un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati,
– il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili.

La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell’azione.
La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: viene violato ciò con cui ci si copre per proteggere l’intimità del proprio sé e l’immagine diventa improvvisamente evidente all’occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non ci si sarebbe voluti mostrare.
Spesso l’individuo mette in atto modificazioni nello stile di vita di relazione che tendono a limitare la libertà di azione, per timore di dover fare i conti con questa condizione emotiva disagevole.
Centrale quindi nello sviluppo e nel mantenimento del problema è la paura del giudizio dell’altro, probabilmente per le esperienze precoci di invalidazioni di vissuti emotivi fondamentali.
Questi sentimenti dolorosi hanno come conseguenza l’orientarsi verso stili di vita caratterizzati da timidezza e distacco dagli altri.

Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è una emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia).
Funziona prevalentemente per accessi, del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé.
Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova speculare vergogna o imbarazzo di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno, ci si vergogna di parenti o amici.
Queste caratteristiche rendono difficile l’ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza e accettazione da parte di chi la sperimenta: si tende più facilmente a fuggirlo.

Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l’autogiudizio e l’autocondanna.
L’intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, a volte invidia o depressione, apatia, ritiro.
Inoltre la vergogna si pone sul crinale tra intrapsichico ed interpersonale: si tratta infatti di un sentimento che riguarda contemporaneamente la sfera della massima intimità dell’individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall’altro.
Quindi il senso di vergogna mette in relazione l’esperienza intrapsichica con quella interpersonale, la sfera narcisistica e la sfera cosiddetta oggettuale, ponendosi su un terreno di mediazione tra i due versanti, che del resto sono sempre intimamente intrecciati.

Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui io mi percepisco irrimediabilmente perdente, mentre l’altro – generalmente un altro significativo – diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale.

Un’altra manifestazione che tende a difendere il sé dalla vergogna è la rabbia. Questa si presenta come un bisogno incoercibile di vendicare un torto vissuto, come una ferita narcisistica allo sviluppo affettivo del sé, che ha generato un profondo senso di umiliazione (Kohut, 1971). Molte volte la rabbia si presenta in forme più sottili, ad esempio attraverso il sarcasmo o l’ironia, ed ha la funzione di far provare all’altro il senso di umiliazione e vergogna che si è sperimentato.

Alcuni psicoanalisti americani  hanno descritto il cosiddetto “ciclo della vergogna-rabbia”: in questo ciclo accade che ci si vergogna di se stessi, del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro, e che tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento e  rabbia  verso l’altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso.
Per quanto riguarda la relazione interpersonale, quando è presente il senso di vergogna, si tratta di una relazione che non è, o non è ancora, reciproca, intersoggettiva, dove l’uno e l’altro siano percepiti entrambi soggetti, con uguale diritto di esistenza, pur nella diversità, bensì di una relazione fortemente asimmetrica, del tipo soggetto-oggetto, dove l’Altro, quello vincente, da cui ci si sente guardati (male) è il Soggetto, percepito come giudicante, sprezzante, svilente nei confronti dell’oggetto che sta osservando, quell’oggetto fallito, difettoso, insignificante, patetico e ridicolo che è esattamente ciò con cui chi prova vergogna si sta identificando.
La vergogna sta qui ad indicare lo scacco subito, il senso di indegnità avvertito da chi riceve, o presume di ricevere, un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.
Interessante a questo proposito è l’interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna.
Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell’altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.
La vergogna scrive “non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente, cristallizzato che sono io per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione degli altri per essere ciò che sono”.
Il sentimento di vergogna, sia quella che subiamo e sia quella che, più o meno inconsciamente, tendiamo ad indurre e ad alimentare, può gradualmente ridurre i suoi effetti invalidanti, nella misura in cui favoriamo il crescere, nelle nostre relazioni, della consapevolezza e dell’attenzione per la propria e l’altrui soggettività.
La consapevolezza cioè del fatto che pur essendo in questo momento oggetto del mio sguardo, l’altro continua a mantenere una propria autonomia, una propria soggettività, che fa sì che esso non si esaurisca mai totalmente in ciò che io vedo.
Mantenere la consapevolezza del mistero che ciascun soggetto continua ad essere, per se stesso e per l’altro, della molteplicità di aspetti che non sono mai del tutto evidenti ed oggettivi, la consapevolezza cioè di uno svelamento ulteriore sempre possibile e mai completamente esaurito.
E qui torna spontaneamente ad imporsi all’attenzione quell’aspetto della vergogna che sembra portare in sé il passaggio evolutivo di affermazione della soggettività che spinge a difendere il proprio Sé, e di conseguenza quello altrui, da intrusioni invasive nella sfera dell’intimità.
Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli, ( i “capri espiatori” ) che sono spesso identificati per razza, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza e orientamento sessuale, che hanno il fine di scaricare la frustrazione comune per mantenere il precario equilibrio di società e di persone scarsamente evolute.
All’interno di queste identità sociali il sentimento della vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito e può nascondersi anche dietro marcate dichiarazioni di appartenenza.
Questo sentimento di vergogna è anche inevitabilmente la risposta ad uno sguardo purtroppo oggettivante di chi, sentendosi “il Soggetto” tende a rendere l’altro “cosa”, spogliandolo del suo diritto di soggetto.
Credo sia necessario riconoscere la responsabilità dello sguardo, del modo di guardare, di pensare e di parlare a noi stessi, all’altro, al mondo, con il fine di ridurre “l’effetto Gorgone” da cui siamo circondati, ovvero “lo sguardo che pietrifica”, immagine simbolicamente evocativa della sofferenza connessa al sentimento della vergogna.

 

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Dott. Donato Saulle

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Fonti:
Agnese Galotti -Vergogna e immagine di sè
http://www.geagea.com/52indi/52_08.htm
Umberto Galimberti – Psicologia – Garzanti
Meterangelis G. – La Vergogna e le organizzazioni narcisistiche patologiche (2011)
“Rifugi della Mente – Processi di sviluppo”
Immagine: Ricardo Cinalli – Risurrezioneblu psicologo milano

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Tag.
Psicologia, Psicoterapia, Vergogna, Psicologo Milano

 

NEL SEGNO DELL’ABUSO

NEL SEGNO DELL’ABUSO

“Vorrei svegliarmi in un mondo più gentile”

Le forme di abuso e di maltrattamento possono essere considerate da diversi punti di vista. In questo post vengono presi in considerazione quegli abusi costanti e striscianti, insiti in forme di comunicazioni e di relazioni tossiche, malsane e malate.

Vengono quindi prese in considerazione in modo primario le forme di abuso psicologico e solo marginalmente si parlerà di quelle forme che sfociano, in minaccia o atto, di abuso fisico o sessuale.

In questa ottica si considera fondamentale separare gli atti posti in essere con cosciente e consapevole volontà di causare un danno psicologico a un altro essere umano da quegli atti, e sono la maggior parte, che sono agiti in modo inconsapevole o inconscio ma che esitano comunque e sempre in una condizione di malessere in chi li subisce e, pur in maniera diversa, anche in chi li commette.

Fernandez  definisce l’abuso come “azione violenta che, condotta con intenzione e direzionalità, cerca di causare danno a una persona”.
In realtà non è sempre vero che l’abusante abbia sempre una consapevolezza intenzionale e come fine principale quello di procurare un danno (che comunque provoca e di cui sottovaluta le conseguenze), sembra però che a volte la spinta emotivo-affettiva si organizzi attorno a:
– sentimenti di onnipotenza;
– bisogno di sottomettere ed anche annichilire l’altro;
– bisogno di controllo assoluto sulla vita dell’altro;
– scaricare un desiderio distorto, caratterizzato cioè da una deformazione o deviazione dello stimolo rivolto a procurare un danno;
– comportamenti appresi nella sfera famigliare, subiti prima e riproposti poi.

Queste osservazioni riportano al quesito non risolto se si tratti di un atto istintivo che ha un valore in sé oppure se, al contrario, sia il risultato di un retroscena ampiamente psicopatologico (naturalmente ci sono i casi, che vanno chiariti, nei quali si può riscontrare una vera volontà di delinquere) che non è argomento di questo post.
Quando l’abuso si riferisce a un danno provocato, l’uso della parola non è corretto per cui bisognerebbe parlare di violenza che può essere agita sia sul corpo che sulla organizzazione psico-affettiva.
Quando l’abuso viene perpetrato involontariamente e con modalità velate, oscure o inconsce tutto diventa più complesso in quanto l’attore, e spesso la persona che subisce, non percepiscono la gravità delle conseguenze psicologiche che provocano questi atteggiamenti di continua e costante svalutazione.

La violenza psicologica si mette in atto provocando continuamente la vittima, con offese, denigrando, con il disprezzo e con l’umiliazione ma anche con il sarcasmo. Inculcando nella sua mente il seme dell’ossessione e dell’insicurezza, limitando la vittima della sua libertà o della sua intimità. Mentendo o mettendo l’accento sugli aspetti della realtà più svalutanti, con l’esclusione dal potere decisionale e spesso con l’isolamento.

In alcuni casi si possono rilevare modalità disfunzionali che coinvolgono interi sistemi familiari nella attuazione inconscia di comportamenti prevaricanti e non rispettosi dei confini e dei limiti di un singolo componente del nucleo familiare che, spesso, se segnala il proprio senso di disagio viene escluso o allontanato dal nucleo. Allontanarsi da un nucleo disfunzionale è a volte inevitabile ma nei casi di esclusione subita, senza aver compreso, anche a livello solo razionale, le dinamiche sottostanti, questo viene vissuto con sensi di colpa (una colpa senza nome) e non integrato in una visione di Sè e della propria biografia dotata di senso.

Dobbiamo quindi parlare di un trauma che riguarda per lo più la sfera psico-mentale e che coinvolge sia la potenzialità dell’attore che quella di chi subisce il trauma.
Una azione può risultare più traumatica se agita in pubblico, piuttosto che in privato, anche perché può essere più incisiva se suscita sensi di vergogna.
Può diventare traumatico non solo un atteggiamento attivo, ma anche una negligenza, una mancanza ed anche un semplice allontanarsi, un atteggiamento, una modalità anche non verbale.
L’azione traumatica può diventare tale se il soggetto si trova impreparato (da una azione imprevedibile) o in una condizione anche temporanea di debolezza (per es. un trauma verbale in una persona anziana, temporaneamente indifesa perché depressa o agitata per altri motivi) o incapace di sopportare l’ira, il sarcasmo o la fredda indifferenza dell’attore.
Anche un eccesso di accudimento può esitare nelle conseguenze di un abuso. Un dare continuamente senza lasciare il tempo di formulare e a volte nemmeno di pensare il bisogno. Saturare una richiesta prima che venga espressa. Soddisfare dei bisogni o prevenirli porta a soffocare la domanda e quindi il soggetto non può che allontanarsi o protestare per far comprendere, magari per vie negative la vera domanda.
In forma leggera la situazione è probabilmente più frequente di quanto si pensi ed è ampiamente sottovalutata perchè non causa evidenti problemi fisici immediati. La manifestazione più severa dell’ipercura è la  sindrome di Münchausen per procura, in questo caso si attribuisce, generalmente al bambino, sintomi e malattie di cui non soffre realmente, ma che sono piuttosto il frutto di una convinzione distorta, radicata nello stato di salute fisica e psicologica del genitore che trasferisce su di lui (per procura) il proprio stato e la propria convinzione di malattia.
Il trauma non produce generalmente danni fisici, e quindi visibili, immediati (se si eccettuano i momentanei stati d’ansia), ma successivamente si possono provocare:
– perdita dell’equilibrio psico-mentale;
– diminuzione del senso di sicurezza o condizioni di paralizzante insicurezza;
– paura di aver perso le proprie capacità mentali;
– sensazione di incapacità od insufficienza ad assolvere i propri compiti;
– convinzione di essere la causa di questo accadimento;
– diminuzione dell’autostima e perdita del senso di auto-soddisfazione;
– sentirsi senza via d’uscita,
– ridurre l’empatia e la dimensione dell’intimità.
– sentimenti di vergogna e colpevolezza
– ritiro sociale e abuso di sostanze

La violenza verbale può assumere anche aspetti di abuso se:
– svalorizza l’altro nelle sue capacità psico-fisiche, attitudini, potenzialità;
– blocca o devia gli argomenti dell’altro;
– ribatte ogni giustificazione;
– irride o minimizza i valori dell’altro;
– giudica e critica in maniera incontrovertibile, rifiutando ogni tipo di dialogo;
– confonde l’altro con argomentazioni ossessive;
– erode la fiducia e la determinazione dell’altro;
– insulta o alza smodatamente la voce;
– minaccia di passare alla compulsività fisica;
– approfitta di leggere dimenticanze, usando anche la manipolazione.

Le caratteristiche della violenza riguardano:
– produrre risposte d’angoscia: questa si definisce come risposta emotiva intensa, automatica e inconscia;
– incutere paura, che è una risposta mediata (non automatica), elaborata da processi personali consci ed inconsci e che, quindi, ha le caratteristiche che l’assimilano ai sentimenti;
– provocare uno stato di terrore nel quale è implicito un senso di impotenza totale che nei casi più gravi può far sentire di essere di fronte ad una esperienza catastrofica o ad una morte inevitabile.

A volte queste esperienze sono isolate e spurie, anche se quando accadono possono essere traumatiche. Una situazione diversa si presenta invece quando si è esposti a queste forme di legami per lungo tempo e a poco a poco ci si abitua a tale situazione e la si aspetta. Questo, naturalmente, vale sopratutto per l’infanzia, che è il periodo in cui i bambini hanno la tendenza a concludere che quello che accade a loro, accade in tutto il mondo – quindi quello che accade a loro è, e diventa, per così dire, la legge dell’universo e la propria visione del mondo. E’ dunque chiaro che in questi casi non si tratta di un trauma isolato; siamo piuttosto di fronte a un modello ben determinato di interazione. Si può meglio capire la qualità interattiva di questo modello se si tiene presente che il doppio legame nell’adulto non può essere – per la natura della comunicazione umana – un fenomeno unidirezionale.

L’indice dell’importanza della violenza tiene poi conto del soggetto verso il quale l’azione viene agita, proprio perché, per esempio, un bambino o un anziano sono più vulnerabili di un adulto e un disabile ha meno capacità di difendersi.
Inoltre, le percezioni personali riguardo alla violenza si legano inesorabilmente alla percezione del livello di potenzialità aggressiva dell’attore sia per sé che per il ruolo che lo caratterizza e, quindi, sulle possibili ritorsioni in caso di autodifesa, di reazioni di contenimento o aggressive a loro volta.

Spesso si assiste a una notevole sottovalutazione del fatto che persone con problematiche personali ed emotive non risolte, e con scarse possibilità di risolverle da sole, producano comportamenti non empatici e non rispettosi dei limiti dell’altro e che questi possono determinare una condizione di abuso e provocare effetti intensi e duraturi negli anni che vengono a volte anche tramandati tra generazioni. L’abuso e il maltrattamento sono fenomeni  che non si risolvono con il semplice passare del tempo. Si cronicizzano. E’ necessario superare la paura anche solo di pensarle queste situazioni, evitare di negare che il problema esista o che si possa risolvere da solo.

Anche perchè a volte sono sostenute da persone che credono di possedere una presunta superiorità “morale”.

E’ necessario infine sottolineare che non tutto il dolore è patologia. Spesso il dolore, anzi l’essenza del dolore, è non conoscenza di sé, della propria biografia e delle dinamiche relazionali  e comportamentali che fanno parte della propria storia di vita.

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Dott. Donato Saulle

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Romeo Lucioni, Ida Basso – Nel segno dell’abuso
http://www.slowmind.net/timologinews/abuso3.html
P. Watzlawick, J.H.Beavin, D. Jacson – Pragmatica della comunicazione umana
Umberto Galimberti: Il successo della filosofia – Feltrinelli Editore
http://www.feltrinellieditore.it/news/2003/10/23/umberto-galimberti-il-successo-della-filosofia-2200/
Immagine: Maurizio Bottarelli, Spiaggia nera a Mokau (particolare), 2007

Tags: Abuso, matrattamento, trauma, comunicazione, inconscio

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IL TEMPO DEL CAMBIAMENTO – Quanto dura una psicoterapia

IL TEMPO DEL CAMBIAMENTO – Quanto dura una psicoterapia

Ricostruendo, attraverso la psicoterapia, la sua storia al di fuori delle lusinghe narcisistiche dell’autobiografia, il soggetto riordina le contingenze passate attribuendo loro il senso di necessità future.

Connettendo passato e futuro la storia si fa progetto senza scadere nel delirio onnipotente.
Il tempo del soggetto è dunque il futuro anteriore, quel “sarà stato” che scandisce la terapia.

Solo attraverso l’esaustione di tutte le impossibilità il soggetto accede a quei pochi gradi di libertà con i quali può esercitare il suo residuo potere”.
Silvia Vegetti Finzi

Quanto dura una psicoterapia

La durata di una psicoterapia è molto variabile e dipende da numerosi fattori: da quanto tempo la persona ha sopportato da sola il problema, la complessità del problema, la condizione emotiva del paziente al momento della richiesta e le sue possibilità economiche.

Spesso si pensa che i problemi di tipo psicologico necessitino di un intervento lungo e costoso.

Con un percorso di psicoterapia integrata a volte il problema si sblocca in poche sedute permettendo alla persona di recuperare la fiducia nelle proprie capacità personali.

Inoltre nessun paziente viene sequestrato dal suo terapeuta; bensì decide sempre in maniera autonoma e certo, se vuole, insieme al terapeuta, di poter scegliere il momento più adatto in cui sospendere o interrompere il suo percorso.

Chiaramente più sono complessi gli obiettivi e le situazioni che la persona si prefigge di raggiungere, di superare o comprendere e più probabilmente sarà necessario impegnare del tempo per raggiungerli.

A volte però è necessario essere supportati soltanto per un breve tratto del proprio percorso di vita.

Nel mio caso comunque la scelta di rinnovare ogni volta l’incontro terapeutico è sempre del paziente che scieglie, in totale libertà, di valutare e decidere se proseguire o interrompere il percorso psicologico o psicoterapeutico proposto anche senza dare formale comunicazione allo psicoterapeuta.

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

Ogni seduta deve essere considerata come incontro unico e rinnovabile solo fissando un nuovo appuntamento.

E’ opportuno comunque riflettere sul fatto che un percorso terapeutico è un percorso di conoscenza di sè che è utile affrontare con serietà.

La psicoterapia

La psicoterapia è una terapia della parola; è l’arte di saper dare il giusto nome alle istanze della psiche per donare un senso nuovo, più profondo e più ampio alla propria biografia e alla propria storia.
E’ essenzialmente un percorso di conoscenza di sè stessi che porta anche a imparare a rispettare i propri tempi interni.

Jung diceva che: “tutto ciò che ha valore esige tempo e richiede pazienza “affinchè le parole dette e ascoltate diventino memoria”.

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“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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