“Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”
C.G. Jung
“Ricostruendo,attraverso la psicoterapia, la sua storia al di fuori delle lusinghe narcisistiche dell’autobiografia, il soggetto riordina le contingenze passate attribuendo loro il senso di necessità future.
Connettendo passato e futuro la storia si fa progetto senza scadere nel delirio onnipotente.
Il tempo del soggetto è dunque il futuro anteriore, quel “sarà stato” che scandisce la terapia.
Solo attraverso l’esaustione di tutte le impossibilità il soggetto accede a quei pochi gradi di libertà con i quali può esercitare il suo residuo potere”. Silvia Vegetti Finzi
“La sicurezza degli oggetti”
è un film del 2001 diretto da Rose Troche.
In un sobborgo americano le esistenze di quattro famiglie si incrociano.
Le vite di tutti si incroceranno solo per scoprire di essere determinate più dal possesso di determinati oggetti che dalla propria affettività.
Una folla di protagonisti recitati da bravi attori, una sceneggiatura ben strutturata negli incroci apparentemente casuali dei vari destini.
I protagonisti sono moderni disadattati, divenuti affettivamente analfabeti, che cercano tuttavia di aggrapparsi a quello che hanno per dare un senso alle proprie vite ma senza trovare il coraggio di approfondire sè stessi.
Sono persone perbene, della classe media, con belle case, tanti oggetti, eppure sentono la mancanza di qualcosa di fondamentale.
Manca per esempio la trasparenza dei sentimenti, che risultano opachi a sé e agli altri e manca la consapevolezza del proprio spessore psicologico, come manca il possesso di affetti, anziché di cose, mentre ci sarebbe – e invece si spreca – il tempo di condividere esperienze con gli altri.
Concentrandosi su alcuni episodi significativi delle loro esistenze, il film ci restituisce così brandelli di una vita alienata, descritta con uno stile minimalista, attento ai particolari minori, solo apparentemente insignificanti, e lo fa però con calore umano e autentica capacità di empatia nei confronti dei protagonisti.
Perché l’insensatezza è di questo mondo e riguarda in fondo tutti noi, in particolar modo quando abbiamo paura di incontrare noi stessi e non riusciamo a trovare la forza di approfondire le forze inconsce che ci abitano e che hanno un peso enorme sulle nostra vita agendo al di fuori della consapevolezza.
E’ forse questa paura la fonte di tante vite che dall’esterno appaiono assurde, senza un senso, le vite “a caso”, destinate ad accartocciarsi in un finale tanto prevedibile agli altri quanto incomprensibile a sè stessi.
“Un comportamento definito “folle” può essere l’unica reazione possibile ad un ambiente in cui si comunica in maniera assurda e insostenibile” Paul Watzlawick
La conversazione come accordo
Herbert Paul Grice (1913–1988), filosofo inglese, insegnò prima a Oxford e poi a Berkeley. Il suo lavoro ha lasciato un segno profondo nella teoria della comunicazione.
Il suo punto di partenza è semplice: quando parliamo, non lo facciamo a caso.
Anche quando non ce ne accorgiamo, ci muoviamo dentro una forma di accordo. Una regola implicita che tiene insieme lo scambio.
Il principio di cooperazione
Grice lo chiama principio di cooperazione e lo formula così:«Conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato».
Non è una legge scritta. Non è qualcosa che impariamo esplicitamente.
È una convenzione. Qualcosa che diamo per scontato e che ci permette di capirci.
Dire più di ciò che si dice
Quando ascoltiamo qualcuno, non ci limitiamo alle parole.
Interpretiamo. Colleghiamo. Diamo senso anche a ciò che non viene detto direttamente.
È qui che entra in gioco ciò che Grice chiama implicatura conversazionale: il significato che emerge dal contesto, dalla situazione, dal modo in cui qualcosa viene detto.
Le regole implicite della conversazione
Per descrivere questo funzionamento, Grice individua alcune regole di base. Non sono obblighi rigidi, ma orientamenti che rendono possibile lo scambio.
Le chiama massime conversazionali:
Quantità: dire abbastanza, ma non troppo
Qualità: dire ciò che si ritiene vero
Relazione: restare pertinenti
Modo: essere chiari, ordinati, comprensibili
Sono linee guida. E funzionano proprio perché, in genere, le diamo per valide.
Quando le regole vengono piegate
Ma una conversazione non è mai completamente lineare.
Queste regole possono essere rispettate, ma anche violate. A volte consapevolmente.
Ed è proprio da queste deviazioni che emerge altro significato.
Un esempio semplice
Se chiedo a qualcuno:
«Quella persona è sgradevole, vero?»
e ricevo come risposta:
«Che bella giornata oggi, non è vero?»
qualcosa non torna.
La risposta non è pertinente. La massima della relazione è stata violata.
Eppure, continuo a pensare che l’altro stia collaborando.
Allora quella violazione non è casuale. È intenzionale.
E da lì inferisco qualcosa: non vuole esprimersi. Sta evitando.
Ciò che si capisce senza essere detto
È in questi scarti che la comunicazione si fa più interessante.
Perché spesso ciò che conta non è ciò che viene detto apertamente, ma ciò che si lascia intendere.
Le implicature nascono proprio da questo gioco: tra ciò che si dice e ciò che si suppone venga rispettato.
Una teoria vicina alla vita
A partire dagli anni Settanta, il lavoro di Grice è stato ripreso e sviluppato in molte direzioni.
Ma la forza della sua proposta resta nella semplicità.
Descrive qualcosa che accade ogni giorno. Qualcosa che riconosciamo immediatamente.
Parlare non è solo trasmettere informazioni. È muoversi dentro un sistema di attese condivise.
E, a volte, è proprio nello scarto da queste attese che si rivela ciò che davvero si vuole dire.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2018/02/Le-logiche-della-comunicazione-di-paul-grice.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2018-03-18 09:05:432026-05-03 09:48:23LE LOGICHE DELLA CONVERSAZIONE DI PAUL GRICE
La psicologia, prima ancora di essere una costruzione teorica, è testimonianza.
Testimonianza di un processo che, in ogni individuo, ha i tratti dell’unicità e dell’irripetibilità.
Non si lascia ridurre completamente a categorie. Non si esaurisce in una spiegazione.
La posizione di Jung
Scrive Jung:
“la psicologia ha lo scopo di rendere la persona più consapevole del proprio processo psichico ma in senso più profondo non è una spiegazione di tale processo perchè ogni spiegazione del fatto psichico non può essere altro che lo stesso processo vitale della psiche”.
La psicologia non è “nè biologia nè fisiologia nè alcun’altra scienza [ma] soltanto conoscenza della psiche o scienza dell’anima“.
In questa prospettiva, la psicologia non è un sapere che osserva da fuori. È qualcosa che accade mentre si prova a comprenderla.
Uscire dallo scrittoio
E Jung va ancora oltre:
“chi vuole conoscere la psiche umana imparerà poco o nulla dalla psicologia sperimentale. Sarebbe per lui consigliabile riporre nel cassetto la scienza esatta, spogliarsi della toga del dotto, dire addio allo scrittoio e, armato di tutta la sua umanità, vagabondare per il mondo, attraverso gli orrori delle prigioni, dei manicomi e degli ospedali;
attraverso le tetre bettole di periferia, i bordelli e gli inferni del giuoco; attraverso i salotti della società elegante, la borsa, i raduni di partito, le chiese, i revivals e i riti estatici delle sette:
sperimenterebbe così sulla propria pelle l’amore e l’odio, la passione in tutte le sue forme;
tornerebbe arricchito di un sapere che i suoi fitti trattati non gli avrebbero mai dato, e sarà di miglior aiuto per i suoi pazienti, un vero conoscitore dell’anima umana.
Infatti, tra ciò che la scienza chiama “psicologia” e ciò che le persone, nella vita pratica, di ogni giorno, si attendono dalla “psicologia” si è scavato irrimediabilmente un abisso profondo”.
Non è un invito a rinunciare al sapere. È un richiamo a non confonderlo con l’esperienza.
Il limite di ogni teoria
Se la psiche non è mai completamente separabile da chi la osserva, allora ogni descrizione resta parziale.
Jung ne è consapevole: non esiste uno sguardo neutro.
Ogni tentativo di dire qualcosa sulla psiche non restituisce una realtà oggettiva, ma una prospettiva. Un modo di vedere.
Sapere come ipotesi
Per questo le acquisizioni della psicologia non possono essere considerate verità definitive.
Sono strumenti. Ipotesi. Modelli.
Servono per orientarsi, non per chiudere il discorso.
E valgono sempre in relazione a chi li utilizza.
Lo sguardo di chi osserva
Ogni osservatore porta con sé qualcosa.
Una propria struttura psicologica. Una propria storia. Un proprio modo di sentire e di pensare.
E, allo stesso tempo, è immerso in un contesto più ampio: una cultura, un’epoca, un momento storico.
Ciò che vede — e il modo in cui lo vede — passa sempre da lì.
Tra scienza e vita
Resta allora una distanza.
Tra la psicologia come sapere e la psicologia come esperienza vissuta.
Una distanza che non si colma del tutto. E forse non deve essere colmata.
Perché è proprio in quello spazio — tra ciò che sappiamo e ciò che accade — che qualcosa, ancora, può essere ascoltato.
Fonti:
– R. Bernardini. “Jung a Eranos – Il progetto della psicologia complessa”. Franco Angeli Editore
– C.G. Jung. “Der Geist der Psychologie” (1947/1954), tr. it.: “Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”, in : Op. Vol. 8, p. 240
– C.G. Jung. “Uber die Archetipen kollektiven unbevuBten (1935/1954), tr. it.: “Gli archetipi dell’inconscio collettivo” in Op. Vol. 9i pag. 29
– C.G.Jung. “Neue bahnen der Psychologie” (1912), tr. it.: “Vie nuove della Psicologia” in Op. Vol. 7 pag. 240
Immagine: Edward Hopper – Stanza sul mare
Ringrazio Alessandra Govoni per avermi segnalato l’interessante argomento.
C.G. Jung
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/10/LANIMA-PER-SITO.png4541031Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2017-10-18 07:50:132026-05-03 09:28:13L’ANIMA DI JUNG
La parola d’origine tedesca Gestalttradotta in passato in modo inadeguato con il termine “forma”, corrisponde invece al significato di “struttura unitaria”, “configurazione complessiva”, termini questi più adeguati in quanto implicano anche un aspetto di organizzazione della forma percepita.
La terapia della Gestalt si inserisce tra le terapie umanistiche e nasce a New York nel 1950 circa dalle intuizioni di Friedrich Perls, psicoanalista tedesco, emigrato negli anni quaranta per motivi razziali in Sudafrica e poi negli Stati Uniti.
La vita di Perls è stata una sintesi continuamente rinnovata e rivitalizzata da un insieme vastissimo di esperienze umane sempre nuove e sempre diverse.
La stessa cosa possiamo dire della sua terapia in quanto sarebbe molto difficile precisare quanto questo suo approccio terapeutico deve a questa o a quella filosofia a questa o a quella scuola.
Inoltre le tecniche che sono nel tempo diventate celebri e utilizzate da altre teorie, oltre che in terapia della Gestalt, come la tecnica della sedia vuota, hanno portato la terapia della Gestalt ad essere identificata a volte con approssimazione con le sue tecniche e deprivata del suo imprescindibile sistema filosofico di riferimento.
L’apparente purezza della sua pratica clinica basata sul quì e ora e sulla immediatezza, in alcuni casi sorprendente degli esiti, sembrano permettere di eluderne gli assunti teorici che si possono invece ritrovare come base per la terapia della Gestalt, nella Filosofia Esistenziale, nella Fenomenologia e nella Semantica.
Nei suoi scritti sulla terapia della Gestalt tuttavia Perls che privilegiava uno stile e personale e creativo e che aveva una visione fondamentalmente eclettica e pluralista della terapia, pur citando le persone che hanno avuto influenza sul suo pensiero, non si è mai preoccupato di precisare che cosa esattamente aveva preso dall’uno o dall’altro.
E’ più facile quindi inquadrare la terapia della Gestalt a posteriori, inquadrandola storicamente e cominciando con il considerarla una parte importante della Psicologia Umanistica che si rifà alle concezioni di Maslow, Carl Rogers, Rollo May, ma che in realtà è diventata il polo di aggregazione di idee e di correnti che hanno, rispetto alla Psicoanalisi classica, una presa di distanza che comunque non è mai contrapposizione frontale ma piuttosto esigenza di integrazione, superamento in una concezione più vasta.
Storicamente negli anni ’50 – ’60 l’orientamento è di tipo psicodinamico: il disturbo psichico è considerato in termini biomedici anche per le innovazioni farmacologiche del momento. Contemporaneamente è riconosciuta l’inadeguatezza dei manicomi.
In questo periodo nascono nuovi modelli di riferimento; sociogenetici, comportamentali, umanistici, esistenziali e nuove psicoterapie: brevi, familiari, di gruppo, con tecniche differenti legate ai differenti disturbi.
In generale vi è una maggiore attenzione alla storia familiare, evolutiva e agli schemi adattivi messi in atto e che sono considerati fondamentali anche nella terapia della Gestalt. Sullivan nel 1954 propone una teoria basata sulla nozione di campo relazionale secondo la quale la personalità individuale è un prodotto dell’interazione di campi di forza interpersonali, di contesti relazionali non solo reali ma anche immaginari, che agiscono come personificazioni interiori anche in situazioni di isolamento. In quest’ottica la terapia è demedicalizata, il rapporto medico-paziente non è più concepito secondo lo schema sano-malato ma come un tentativo di reciproca comprensione nel quale il terapeuta sviluppa un maggiore atteggiamento empatico e riconosce l’importanza delle determinanti ambientali e sociali.
L’elemento innovativo introdotto da Perls nella terapia della Gestalt fu di estrapolare i principi delle leggi di percezione applicandoli ad una dimensione esistenziale ed evolutiva dell’individuo e quindi alla possibilità di utilizzarli in psicoterapia.
Alcuni ricercatori della psicologia della percezione infatti come Koler e Wertheimer sostennero che c’è prima di tutto una formazione complessiva – che essi chiamano Gestalt (formazione della figura) – e che tutti gli altri pezzi isolati sono formazioni secondarie e formulano la teoria della Gestalt in questo modo:
“ci sono degli insiemi il cui comportamento non è determinato da quello dei loro singoli elementi ma dove i processi delle parti sono determinati dalla intrinseca natura del loro insieme. Questo è il significato della celebre frase il tutto è più della somma delle parti. Lo scopo della teoria della Gestalt è di determinare la natura di questi insiemi.”
La psicologia della Gestalt (vedi: “La psicologia della percezione“) identificava un processo percettivo unitario grazie al quale i singoli stimoli sarebbero integrati nel soggetto in una forma dotata di continuità.
Ciò che prima era stato considerato un processo passivo, il percepire, veniva ad essere pensato come qualcosa di gran lunga più attivo e cioè come un’attività subordinata a certi principi organizzativi generali.Scrive E. Pessa: “i gestaltisti concepiscono il processo di soluzione di un problema alla stregua di un processo percettivo governato, per l’appunto, da leggi gestaltiche, leggi che fanno sì che si tenda a percepire una buona forma. Anche la situazione problematica, individuata da elementi e rapporti tra questi elementi, è una forma, che però è percepita come cattiva, mancante, incompleta: è proprio questo che fa sì che la situazione costituisca un problema in quanto tale. Le leggi della buona forma impongono, però, una ristrutturazione, nel senso del ristabilimento di una struttura completa, chiusa, ottimale, che costituisce di per sé la soluzione stessa del problema. L’atto di ristrutturazione costituisce il celebre insight, già introdotto da Kohler. Si tratta di una concezione dell’apprendimento molto qualitativa e difficile da verificare sperimentalmente. Tuttavia ha l’indubbio vantaggio di mettere in luce il ruolo dei fattori di tipo globale nei processi di apprendimento. In altri termini, essa asserisce che, accanto alle singole associazioni tra stimoli e risposte e sovraordinato rispetto a queste, esiste un campo, esattamente analogo ai campi di forze di cui parla la fisica, che determina globalmente la dinamica del processo di apprendimento e le storie delle varie connessioni stimolo-risposta. L’evoluzione di questo campo è governata da leggi che tendono al mantenimento di un opportuno equilibrio globale e, nel caso in cui esso sia turbato, fanno insorgere delle forze che provvedono al suo ristabilimento”
L’indagine psicologica è quindi essenzialmente diretta a rintracciare le leggi di questa strutturazione e che sono poi le leggi che regolano il nostro contatto con il mondo. Un altro aspetto fondamentale della psicologia della Gestalt, poi ripreso dalla terapia della Gestalt, è quello dell’organizzazione del campo percettivo in figura e sfondo, che fu introdotta da Edgar Rubin e che mise in risalto come la figura emergente è generalmente contraddistinta da contorni definiti che rappresentano il focus dell’attenzione ed è caricata di una maggiore energia di relazione con l’osservatore. Lo sfondo, al contrario, rappresenta il resto del campo visivo ed è caratterizzato da attributi inversi a quelli menzionati per la figura emergente. E’ interessante notare come allo stesso Rubin non sfugga l’importanza dell’esperienza passata dell’osservatore nell’investire di connotati affettivi gli elementi del campo osservato. Di qui la tendenza,non casuale, a privilegiare l’uno o l’altro elemento come focus dell’attenzione.
K. Lewin attuò inoltre un importante esperimento di memoria che sarà poi ripreso come fondamento per l’impianto teorico della terapia della Gestalt e che darà origine ad alcune tecniche per risolvere quelli che sono definiti “unfinished business” e cioè i “compiti non conclusi”.
Scrive Perls: “in un esperimento Lewin diede ad un certo numero di persone dei problemi da risolvere. Non era stato loro detto che era un test di memoria, ma avevano l’impressione che fosse eseguito un test di intelligenza. Il giorno dopo fu loro chiesto di scrivere i problemi che ricordavano ed erano proprio i problemi non risolti ad essere ricordati di più di quelli che erano stati risolti”.
E’ come se i compiti non conclusi e i problemi non risolti creino una sorta di interferenza e di frustrazione e fino a quando il compito o il blocco non è stato superato, concluso o risolto la mente non si libera del pensiero e i comportamenti si ripetono nel tentativo di superare il blocco o di risolverlo, a volte la persona non si rende conto in modo cosciente di questo blocco ed è per questo che a volte è utile l’incontro con un terapeuta.
La parola “soluzione”, nel linguaggio della terapia della Gestalt, indica la scomparsa e la dissolvenza di una situazione confusa.
Quindi una situazione non conclusa polarizza una carica di energia destinata a completarla rendendo la stessa energia non più disponibile per altri tipi di esperienza. Il mancato completamento della situazione precedente comporta un ripresentarsi ripetitivo della situazione stessa anche in luoghi e tempi successivi interferendo quindi con la possibilità dell’individuo di entrare efficacemente in contatto con i contesti cognitivi, emotivi e sociali in cui di volta in volta verrà a trovarsi.
Nella terapia della Gestalt di Perls questo concetto si dilata per definire una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. La relazione è determinata da un bisogno del soggetto e mira alla soddisfazione di questo bisogno. Una volta soddisfatto il bisogno la relazione cessa e si dice che la Gestalt è terminata. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o semplicemente un qualsiasi bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento.
Perls, appropriandosi in termini operativi dei concetti esposti sopra insiste soprattutto sul fenomeno della Gestalt non terminata come spiegazione del disagio psichico e sul concetto di integrazione come vera e radicale modalità terapeutica.
Scrive P. Baumgardner: “la terapia della Gestalt è un modo di occuparsi di un altro essere umano per dagli la possibilità di essere sè stesso, saldamente ancorato nel potere che lo costituisce, la terapia della Gestalt è una terapia esistenziale e si occupa quindi dei problemi creati dalla nostra paura di assumerci le responsabilità di ciò che siamo e di ciò che facciamo. E’ stato infatti sviluppato un procedimento terapeutico che, nella teoria della terapia della Gestalt e nella sua pratica, evita l’uso dei concetti. Egli distingue il procedimento terapeutico da quello del parlare intorno a qualcosa e delle problematiche morali lasciandoci lavorare con i dati, con i comportamenti osservabili che costituiscono il fenomeno invece che con ipotesi razionali. Queste differenziazioni sono di primaria importanza nella terapia della Gestalt, che si occupa quindi e si serve di ciò di cui abbiamo esperienza piuttosto che di ciò che è frutto del nostro pensiero. Il terapeuta della Gestalt deve perciò creare una situazione particolare: deve diventare il catalizzatore che facilita la presa di coscienza da parte del paziente riguardo a ciò che c’è nel presente, frustrandone i vari tentativi di fuga. Questa necessaria frustrazione, se non sapientemente dosata, può risultare, per alcuni tipi psicologici, particolarmente fastidiosa e può esitare in drop-out terapeutici.
Pears introduce, come abbiamo visto, come base del suo lavoro teorico la parola Gestalt e ne considera due tipi: la Gestalt completa o intera e la Gestalt in formazione. Parlando così della Gestalt come dell’unità finale di esperienza, esperienza riguardante prevalentemente la consapevolezza. A questo proposito le nozioni basilari che utilizzeremo sono quelle di bisogno e di situazione incompiuta e delle interrelazioni tra le due. Se le esigenze dell’organismo sono soddisfatte, attraverso il dare e ricevere dall’ambiente, la Gestalt è completa e la situazione compiuta. La consapevolezza del bisogno diminuisce, scompare ed emergono altri bisogni. L’organismo è pronto ad affrontare un’altra situazione incompiuta con le energie connesse alle nuove esigenze emergenti.
Lo scopo della terapia della Gestalt è quello di recuperare le parti perdute della personalità. Le nostre esperienze e le nostre funzioni rifiutate possono essere recuperate. Questo procedimento di riprendere, reintegrare e sperimentare di nuovo è il campo della psicoterapia. Il terapeuta viene coinvolto, insieme al paziente, nel processo di riappropriazione di tali sensazioni e comportamenti abbandonati fino a che il paziente comincia, continuando poi per proprio conto, ad affermare sè stesso e ad agire nei termini della persona che vuole essere realmente.
BIBLIOGRAFIA
Abbagnano Nicola, Foriero Giovani, “Filosofi e filosofie nella storia”, Volume Secondo, Torino, Paravia, 2000
Arcuri L. (a cura di) “Manuale di Psicologia Sociale”, Bologna,Il Mulino, 1995
Baddeley Alan, “La memoria umana – Teoria e pratica”, Bologna, Il Mulino, 1992
Bateson Gregory, “Verso un’ecologia della mente”, Milano, Adelphi, 1976
Berne Eric, ”Ciao! … E poi? La Psicologia del destino umano”, Milano, Bompiani, 2004
Burley Todd & M.C. Freier, “Character Structure: A Gestalt-Cognitive theory”, Psychotherapy: Theory, Research, Pratice, Training, Vol. 41, 2004
Clarkson Petruska, “Gestalt – Per una consulenza psicologia proattiva nella relazione d’aiuto”, Roma, Sovera, 1999
Dal Pra Ponticelli M. “Lineamenti di servizio sociale”, Roma, Astrolabio, 1987
Del Favero Renato, “La psicoterapia della Gestalt”, Firenze
Del Favero Roberto, Palomba Maurizio “Identità diverse”, Roma, Edizioni Kappa, 1996
Galimberti Umberto, “Psicologia”, Le Garzatine, 1999
Giusti Edoardo, “Ri-Trovarsi – Prima di cercare l’altro”, Roma, Armando editore, 1987
Ginger Serge, “La Gestalt”, Edizioni Mediterranee, 1990
Ginger Serge, Ginger Anne, “Gestalt, Terapia del Con-tatto emotivo”, Edizioni Mediterranee, 2004
Greenberg & Wanda Malcom, “Resolving Unfinished Business: Relating Process to Outcome”, Journal Of Consulting And Clinical Psychology, Vol. 70,No. 2, 406-416, 2002
Grinberg L., Sor D., Taback De Bianchedi E., “Introduzione al pensiero di Bion”, Raffaello Cortina Editore, 1993
Gruen Arno, “Il tradimento del Sé – La paura dell’autonomia nell’uomo e nella donna”, Milano, Feltrinelli, 1992
Harman Robert, Giusti Edoardo (a cura di), “La psicoterapia della Gestalt – Intervistando i Maestri”, Roma, Sovera, 1996
Holmes Jeremy, “La teoria dell’attaccamento – Jhon Bowlby e la sua scuola”, Raffaello Cortina editore, 1994
LeDoux Joseph, “Il cervello emotivo – Alle origini delle emozioni”, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2004
Legrenzi Paolo, “Manuale di psicologia generale”, Bologna, Il Mulino, 1997
Kopp B. Sheldon, “Se incontri un Buddha per la strada uccidilo”, Roma, Astrolabio, 1975
May Rollo, “L’arte del counseling”, Roma, Astrolabio, 1991
Naranjo Claudio, “Teoria della tecnica Gestalt”, Roma, Melusina Edizioni, 1973
Naranjo Claudio, “Carattere e nevrosi – L’enneagramma dei tipi psicologici”, Roma, Astrolabio, 1996
Ouspensky D. Peter, “L’evoluzione interiore dell’uomo”, Roma, Edizioni Mediterranee, 2004
Ouspensky D. Peter, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, Roma, Astrolabio, 1976
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Perls Fritz, “L’Io, la fame, l’aggressività”, Milano, Franco Angeli, 2003
Perls Fritz, Hefferline R.F., Goodman Paul, “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, Roma, Astrolabio, 1971
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Rossi Oliviero (a cura di), “Spiritualità e psicoterapia della Gestalt – Intervista ad Antonio Ferrara”, IN-formazione, Psicologia, Psicoterapia, Psichiatria, (in corso di stampa)
Tchechovitch Tchesslav, “Tu l’amerai – Ricordi di G.I.Gurdjieff”, Roma, Ubaldini Editore, 2004
Spagnolo Lobb Margherita, “Dizionario di Scienze dell’educazione”, Torino, SEI Edizioni, 1977
Spagnuolo Lobb Margherita, “La Psicoterapia della Getsalt in Italia – Letter from Italy”, International Gestalt Journal, vol. 27, No. 1, 2004
Verruca Gianfranco, “Invito allo Psicodramma classico”, Milano, Maieusis, 2001
Wagner-Moore Laura E., “Gestalt Therapy: Past, Present, Theory, And research”, Psychotherapy: Theory, Research, Pratice, Training, Vol. 41, No. 2, 180-189, 2004
Watzlawick Paul, Helmick Beavin, D.Jackson , “Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabia, 1971
Watzlawick Paul, “Il linguaggio del cambiamento – Elementi di comunicazione terapeutica”, Milano, Feltrinelli, 1995
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Zerbetto Riccardo, “Il logos ama nascondersi (Eraclito). A maniera di Epilogo” (contributo al libro di Claudio Naranjo su Gestalt De Vanguardia), Ed. La LLave, 2003
References
Balint, M. (1968). The basic fault: Therapeutic aspects of regression. London: Tavistock.
Bauer, P. (1996). What do infants recall of their lives? Memory for specific events by one- to two-year-olds. American Psychologist, 51, 29-41.
Bauer, P., Hertsgaard, L., & Dow, G. (1994). After 8 months have passed: Long-term recall of events by 1- to 2-year old children. Memory, 2(4), 353-382.
Beebe, B., Lachmann, F., & Jaffe, J. (1997). Mother-infant interaction structures and presymbolic self- and object representations. Psychoanalytic-Dialogues, 7(2), 133-182.
Belsky, J., Spritz, B., & Crnic, K. (1996). Infant attachment security and affective-cognitive information processing at age 3. Psychological Science, 7(2), 111-114.
Bowlby, J. (1969). A secure base: Clinical applications of attachment theory. London: Routledge.
Bowlby, J. (1980). Attachment and loss: Vol. 3. Loss. New York: Basic Books.
Boyer, M., Barron, K., & Farrar, J. (1994). Three-year-olds remember a novel event from 20 months: Evidence for long-term memory in children? Memory, 2(4), 417-445.
Burley, T. D. (1981, August). A phenomenological theory of personality. In T. D. Burley (Chair), Recent advances in Gestalt therapy. Symposium at the 89th Annual Convention of the American Psychological Association, Los Angeles, California.
Davis, G. C., & Breslau, N. (1994). Post-traumatic stress disorder in victims of civilian trauma and criminal violence. Psychiatric Clinics of North America, 2, 289-300.
Gaensbauer, T. (1995). Trauma in the preverbal period: Symptoms, memories, and developmental impact. Psychoanalytic Study of the Child, 50, 122-149.
Greenberg, E. (1999). Commentary on Norman Shub’s “Character in the Present.” Gestalt Review, 3(1), 78-88.
Gunzenhauser, N. (1987). Infant stimulation: For whom, what kind, when, and how much? Johnson & Johnson Baby Products Company Round Table Series, 13, 52-53.
Hayne, H., & Findlay, N. (1995). Contextual control of memory retrieval in infancy: Evidence for associative priming. Infant Behavior and Development, 18, 195-207.
Jones, C., Griffiths, R. D., Humphris, G., & Skirrow, P. M. (2001). Memory, delusions, and the development of posttraumatic stress disorder-related symptoms after intensive care. Critical Care Medicine, 29, 573-580.
Kahneman, D. (2002). Maps of bounded rationality: A perspective on intuitive judgment and choice [Nobel prize lecture]. Retrieved February 2, 2004, from
Larson, C. (1998). Cultural premises in persuasion. In Persuasion: Perception and responsibility. New York: Wadsworth.
McDonough, L., & Mandler, J. (1994). Very long-term recall in infants: Infantile amnesia reconsidered. Memory, 2(4), 339-352.
Nelson, K. (1994). Long-term retention of memory for preverbal experience: Evidence and implications. Memory, 2(4), 467-475.
Paley, J., & Alpert, J. (2003). Memory of infant trauma.. Psychoanalytic Psychology, 20(4), 329-347.
Perls, F., Hefferline, R., & Goodman, P. (1951). Gestalt therapy: Excitement and growth in the human personality. Highland, NY: Gestalt Journal Press.
Piaget, J. (1952). The origins of intelligence in children. New York: International Universities Press.
Rescorla, R. A., & Wagner, A. R. (1972). A theory of Pavlovian conditioning: Variations in the effectiveness of reinforcement and nonreinforcement. In A. H. Black & W. F. Prokasy (Eds.), Classical conditioning. II: Current research and theory. New York: Appleton-Century-Crofts.
Rochat, P., & Hesbos, S. (1997). Differential rooting response by neonates: Evidence for an early sense of self. Early Development and Parenting, 6(2), 105-112.
Rovee-Collier, C. (1996). Shifting the focus from what to why.. Infant Behavior and Development, 19, 385-400.
Rovee-Collier, C. (1997). Dissociations in infant memory: Rethinking the development of implicit and explicit memory. Psychological Review, 104, 467-498.
Rovee-Collier, C., Evancio, S., & Earley, L. (1995). The time window hypothesis: Spacing effects.. Infant Behavior and Development, 18, 69-78.
Schacter, D. (1995). Implicit memory: A new frontier for cognitive neuroscience. In M. Gazzaniga (Ed.), The cognitive neurosciences (pp. 815-824). Cambridge, MA: MIT Press.
Sheffield, E., & Hudson, J. (1994). Reactivation of toddlers’ event memory.. Memory, 2(4), 447-465.
Shub, N. (1999). Character in the present: Why Gestalt therapy is particularly helpful for treating character-disordered clients. Gestalt Review, 3(1), 64-78.
Squire, L. (1986). Mechanisms of memory.. Science, 232, 1612-1619.
Szasz, T. (1981). The myth of mental illness. In O. Grusky & M. Pollner (Eds.), The sociology of mental illness (pp. 45-54). Austin, TX: Holt, Rinehart & Winston.
Tedstone, J. E., & Tarrier, N. (2003). Posttraumatic stress disorder following medical illness and treatment. Clinical Psychology Review, 23, 409-448.
Tulving, E. (1985). How many memory systems are there?. American Psychologist, 40, 385-398.
Underwood, B. (1969). Attributes of memory.. Psychological
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/07/gestalt-bordo.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2017-07-18 08:08:272020-09-30 13:41:55TERAPIA DELLA GESTALT – La somma delle parti
“Tutto, in natura, ha una essenza lirica, un destino tragico, una esistenza comica”
G. Santayana
Vite di uomini non illustri è un libro di Giuseppe Pontiggia.
GIUSEPPE PONTIGGIA
detto Peppo (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) è stato uno scrittore, aforista, critico letterario e docente italiano.
VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI
Vite immaginarie di personaggi immaginari, nell’Italia compresa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Duemila:
donne e uomini dal destino oscuro, di cui vengono rievocate, con precisione “storica“, le esperienze che hanno reso memorabile ai loro occhi l’esistenza:
Gli eventi veramente significativi e decisivi non corrispondono quasi mai ai dati esterni, ma appartengono a una trama segreta, a una mitologia familiare e personale, a una rete sotterranea di sentimenti, di ricordi e di desideri, a una vita parallela che spesso è clandestina e ignorata.
Questo libro racconta queste storie con la scansione cronologica delle biografie illustri, ma applicata a personaggi anonimi e a una cronaca spesso interiore; e riprende, in forme discrete e allusive, il linguaggio con cui le hanno vissute i protagonisti e i linguaggi d’epoca con le loro diverse inflessioni (da quella dannunziana a quella burocratica, da quella giornalistica a quella militare).
Ottiene così un contrappunto di stili che avvicina l’umanità delle figure da diverse angolazioni: e queste variaziani all’interno ne costituiscono uno degli aspetti più inventivi e nuovi nel quadro della narrativa contemporanea.
Raccontando l’esistenza di personaggi che appartengono alla cosidetta gente comune, l’autore ne scopre ogni volta l’eccezionalità.
Non c’è vita d’uomo che non sia ricca di phatos e di violenza, di svolte drammatiche e di situazioni comiche, di momenti sordidi e grandi, di private perversioni, di cadute e di nobili e imprevisti riscatti.
Leggere alcuni racconti di questo libro è come ritrovare, dentro una vita, la vita di tutti e dentro la vita di tutti la vita di ognuno.
de Capitani Filippo
“Nasce de Capitani il 3 ottobre 1932 nella clinica dell’Assunta di Bologna.
Scoprirà in prima elementare, nella scuola salesiana di Via Carracci che cosa significa essere nato con la de minuscola.
Significa – gli spiega sua madre con pacatezza indulgente, come se spiegasse la differenza tra l’acqua del mare e quella del lago – non essere nato come gli altri.
Sì, ma gli altri come nascono?
Sua madre si ritrae: “Tu pensa solo a quello che sei tu, hai capito?”
Tutta la vita cercherà di colmare una differenza che non sa quale sia“.
Il presente post ha il solo scopo di divulgare il libro senza scopo di lucro.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/05/UOMINI-NON-ILLUSTRI.png4661030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2017-05-18 07:40:252020-10-09 08:40:30VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI
Paul Adrien Maurice Dirac (1902-1984) è stato uno dei più grandi fisici del Novecento e uno dei fondatori della meccanica quantistica.
Eppure, ciò che colpiva chi lo incontrava non era soltanto la sua straordinaria intelligenza.
Era il suo silenzio.
Dirac parlava pochissimo. Così poco che i colleghi dell’Università di Cambridge inventarono scherzosamente una nuova unità di misura: il Dirac, equivalente a una parola all’ora. Una battuta che, secondo molti, non era poi così lontana dalla realtà.
Non amava le conversazioni inutili, le discussioni superficiali o il bisogno di apparire. Sembrava sentirsi più a suo agio tra formule e numeri che tra le parole.
Forse proprio per questo dedicò la sua vita alla ricerca di un linguaggio più preciso di quello umano: la matematica.
Tra i suoi contributi più celebri vi è l’equazione
(∂ + m) ψ = 0
considerata da molti fisici una delle più eleganti mai scritte.
Per Dirac la bellezza non era soltanto una questione estetica. Era un criterio di verità. Era convinto che dietro l’apparente complessità dell’universo si nascondesse un ordine profondo, semplice e armonioso, e che le leggi della natura dovessero riflettere questa armonia.
La sua vita sembra raccontare proprio questo paradosso: un uomo quasi incapace di parlare di sé che riuscì però a descrivere il mondo con una chiarezza straordinaria.
Dietro la sua apparente freddezza non vi era assenza di sensibilità, ma una forma diversa di attenzione. Mentre molti cercavano risposte nelle parole, Dirac le cercava nel silenzio delle equazioni.
Forse è anche per questo che continua ad affascinarci.
Perché in un’epoca in cui tutti parlano, Dirac ci ricorda che a volte le intuizioni più profonde nascono proprio dalla capacità di ascoltare ciò che il rumore del mondo tende a coprire.
E che, forse, alcune delle verità più importanti possono essere espresse con poche parole.
IL PRESENTE POST DEVE ESSERE CONSIDERATO SOLO COME OPERA DELLA CREATIVITA’ LETTERARIA DELL’AUTORE
Tag: (∂ + m) ψ = 0
Psicologo Milano
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2015/11/PAUL-DIRAC-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2015-11-08 23:06:062026-06-23 01:31:28(∂ + m) ψ = 0 – L’EQUAZIONE DI PAUL DIRAC
“L’uomo che coltiva per tutta la vita la propria vendetta mantiene le sue ferite sempre aperte”. F. Bacone
Con il termine rabbia si indica uno stato psichico alterato, in genere suscitato da elementi di provocazione capaci di rimuovere i freni inibitori che normalmente stemperano le scelte del soggetto coinvolto. Con la rabbia si prova una profonda avversione verso qualcosa o qualcuno, ma in alcuni casi anche verso se stessi.
Di natura diversa è la vendicatività, cioè unostato emozionale complesso che apparentemente nasce come reazione al dolore e alla rabbia successivi a una perdita. Le risposte più comuni conseguenti alla sofferenza della perdita di un oggetto d’amore sono quelle della tristezza o della depressione, sentimenti questi che possono giungere a innescare anche rabbia e desiderio di vendetta. Per Charles W. “Le osservazioni cliniche suggeriscono che la tristezza può continuare a essere l’aspetto predominante della depressione solo fino a che il soggetto riesce a mantenere l’investimento libidico sul mondo oggettuale operando una deviazione dell’aggressività sul Sè. Gli stati d’animo di rabbia e vendetta, oltre che da ferite e delusioni, possono essere fatti precipitare da un conflitto narcisistico, cioè da un conflitto avente a che fare con il senso di colpa o da una esperienza di fallimento o di grave sbaglio con conseguenti sentimenti di perdita, in cui l’aggressività diretta contro il Sè viene secondariamente rivolta verso soggetti esterni.
Mentre il sentimento della rabbia può contenere potenziali positivi e correttivi, la vendicatività è totalmente e inutilmente distruttiva. Il soggetto è in stato di forte malumore, appare implacabile, spietato, crudele, insensibile, inesorabile e inflessibile. Vive in funzione della vendetta, che sembra essere diventata l’unico scopo della sua vita. In preda a forti passioni, cerca di sfruttare qualsiasi occasione per dar luogo ad azioni punitive o di ritorsione, e al primo posto nella lista dei suoi desideri c’è quello di pareggiare i conti (in realtà, di andare anche al di là di un pareggiare i conti). Il quadro clinico è il medesimo sia che il soggetto pensi e agisca sulla base della convinzione di essere impegnato in una operazione di giusta punizione, sia nel caso in cui voglia dar corso a una rappresaglia maligna.
Si osserva una tendenza a mettere in atto la vendetta anche contro tutte le possibili avversità e a prescindere dai “costi” dell’operazione e alle conseguenze che possono giungere anche all’annullamento di sè. L’individuo in preda a questo stato non permetterà che il male che gli è stato fatto (vero o presunto) resti impunito. Protesterà insistentemente di non essere inferiore a nessuno e di non voler sopportare gli abusi arrecatigli da chichesssia. La persona vendicativa può essere, a tratti, consapevole dell’irrazionalità e inadeguatezza dei suoi sentimenti e dei suoi scopi, ma tale consapevolezza viene rapidamente oscurata dalla forza travolgente dello stato d’animo che prova. Non sperimenta alcun senso di colpa. Non mostra alcuna preoccupazione circa le possibili conseguenze morali, sociali e personali delle sue azioni.
A un livello psicologico più profondo il mondo del Sè e degli oggetti viene modificato, con la conseguente produzione di una serie di alterazioni del comportamento, del pensiero, degli atteggiamenti, dei valori, delle aspettative e della tonalità dei sentimenti. Il campo psicologico e mentale si restringe, l’orizzonte si oscura, il pensiero diventa ossessivo, la realtà viene interpretata come persecutoria e con il passare del tempo la situazione diventa cronica. Senza il continuo e necessario confronto con qualcuno che sappia ascoltare e mettere confini e limiti al proprio pensiero l’unica realtà diventa la realtà vendicativa che sostituisce il reale condiviso e il soggetto si sgancia dal proprio elemento umano. Se l’oggetto della furia vendicativa non è nel raggio d’azione di colui che cova i sentimenti di vendetta, può verificarsi un aumento dello stato di tensione. Il soggetto può avere la fantasia che in quello stesso momento stiano per essere perpetuate nuove cattive azioni contro di lui. La somiglianza tra questi due aspetti e le fasi dello sviluppo paranoide è evidente, anche se non è necessariamente detto che nel soggetto vendicativo debba insorgere una condizione paranoide. Come in altre situazioni e stati d’animo di affettività intensa, la possibilità che una modificazione delle condizioni ambientali porti a una diminuzione della tensione è minima, perchè il soggetto tende a selezionare, per poi scartarli, tutti gli stimoli esterni che contraddicono il suo stato emotivo. Lo spirito vendicativo viene continuamente alimentato da una serie di immagini e fantasie sui presunti torti subiti. Il soggetto può anche dar luogo, consciamente e inconsciamente, ad atti nocivi per il suo immediato benessere, a partire dai quali procede poi verso lo stato di vendicatività, vissuto a quel punto come giustificato”.
Per Searles “Il fine conscio della vendicatività è il castigo, la punizione, nonchè un agognato stato di pace che ovviamente non si raggiungerà mai con il compimento della vendetta. Si osserva poi che di solito l’atto vendicativo stesso è altamente sovradeterminato. Da un punto di vista inconscio, il fine del soggetto vendicativo è quello di tenere nascosto un danno ancor più disastroso sofferto dal suo Io, un danno che costituisce la base di tutte le altre offese specifiche delle quali egli si lamenta. In questo senso l’atto vendicativo è un meccanismo di difesa la cui funzione è quella di nascondere traumi narcisistici più profondi. Si potrebbe forse dire che la vendicatività, o qualsiasi altra forma di ostilità, può servire come difesa contro la presa di coscienza di emozioni rimosse cariche di angoscia e la vendicatività sembra prestarsi in particolare alla rimozione dal dolore e dalla angoscia di separazione. Essa permette all’individuo di eludere o di postporre l’esperienza di questi due affetti, e della necessaria fase si separazione che porta la persona ad essere autonoma e adulta, perchè non ha veramente “rinunciato” alla persona verso cui è diretta la sua vendicatività: vale a dire, l’essere occupato con fantasie vendicative riguardanti quella persona serve, in effetti, a tenersi psicologicamente aggrappati ad essa.
I pazienti non si liberano dalla rabbia e dalla terribile sete di vendetta unicamente elaborando l’ostilità che è dentro di loro. Le radici della rabbia e della vendicatività saranno distrutte quando la terapia sarà riuscita a elaborare il dolore e l’angoscia da separazione situati nelle sfere più profonde, solo in quel momento il paziente potrà accostare i suoi simili in modo più flessibile e armonico”.
Psicologo Milano – Psicoterapeuta -Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 347.7966388
Tratto da:
Bollati Boringhieri – Rabbia e vendicatività
Harold F. Searles – La psicodinamica della vendicatività – Rabbia e vendicatività – Bollati Boringhieri
Charles W. Socarides – La vendicatività: il desiderio di pareggiare i conti – Rabbia e vendicatività – Bollati Boringhieri
Immagine: Michelangelo – Anima dannata (part.)
Tags: rabbia, vendicatività
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2015/05/VENDICATIVITA-TITOLOCOMPLETO-f.jpg5801116Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2015-05-28 08:40:012020-10-19 21:30:09RABBIA E VENDICATIVITA’ – Il desiderio di pareggiare i conti
“Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un giardino. Ci incontreremo laggiù”. J. Rumi
Oggi non parliamo direttamente di psicologia o di psicoterapia ma vogliamo proporre la poesia e la cultura di Mevlana Mohammed Rumi (nato nel 1207, morto nel 1273 a Konya) anche conosciuto come Jalāl ad-Dīn Muḥammad Rūmī (persiano: جلالالدین محمد رومی ) che è considerato il massimo poeta della letteratura persiana.
Scrive Kabir Helminski il traduttore delle sue poesie in italiano: “quando iniziai a tradurre le poesie di Rùmì non avrei mai immaginato dove questo cammino mi avrebbe condotto. Quella che all’inizio mi sembrò una città esotica e lontana, il cui profilo e il cui aspetto iniziavo appena a distinguere, il luogo della poesia, ora è diventata un luogo più familiare, le cui strade e cui vicoli, non sono più visti in prospettiva, ma mi fanno sentire a casa. Per me questo mondo è reale e presente come quello esterno in cui vivo, e anche di più, perchè è un mondo di significati e non soltanto di “cose”.
Il suo genio letterario si rivela nei suoi versi di poesia lirica del Dīwān o canzoniere, noto come Divan-i Shams-i Tabrīz, considerato il suo capolavoro, un ampio arazzo in cui sono intessute favole e scene di vita quotidiana dei suoi tempi.
Per chi ha famigliarità con la sua vita e con le sue opere Rùmì è qualcosa di più di un poeta. Il tema della sua poesia non è la vita ma qualcosa di molto di più della vita. Mentre la maggior parte dei poeti ci propone costruzioni di pensieri e sentimenti accuratamente preordinati Rùmì scrive a partire da un luogo che è al di là del pensiero e del sentimento come noi li conosciamo: “I tuoi pensieri sono la sbarra alla porta. Rimuovi il legno”.
La sua poesia non è tanto la ricerca di una verità e di una conoscenza immanente o di una scoperta da farsi nel mondo esterno, quanto l’elaborazione di un immediato “adesso”, l’improvviso canto interiore dell’esperienza che inonda questo mondo senza appartenervi. E’ la conoscenza che trabocca di parole, suoni e immagini. La sua è conoscenza del tutto e, insieme, delle sue parti.
Rùmì costruisce il modello di uno sterminato mondo interiore utilizzando come metafora ogni possibile evento e situazione del mondo esterno. Cerca di scardinare le convenzioni del pensare e del sentire, cerca di cambiare i condizionamenti e portare il ragionamento oltre gli infiniti preconcetti e pregiudizi tuttora presenti nelle nostre società.
E’ da segnalare infine che l’opera di Rùmì non è frutto di ambizione letteraria, ma è un desiderio di essere utile. Per lo più i suoi componimenti lirici sgorgavano spontaneamente ed erano trascritti da chi si trovava ad ascoltare.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2015/05/LA-PEOSIA-DI-RUMI-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2015-05-14 08:56:032023-08-23 10:35:22“Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un giardino. Ci incontreremo laggiù” J. Rumi
Psichiatra e psicanalista statunitense (1892 – 1949) può essere considerato, insieme a K. Horney e a E. Fromm, il massimo esponente della tendenza culturalista neo-freudiana negli USA.
Ebbe una grande influenza nell’ambiente psicoanalitico specie per l’idea che egli aveva del disturbo mentale e per il suo modo di impostare il rapporto con il paziente
Il pensiero
Sullivan sosteneva che tutti i comportamenti umani sono la somma delle varie motivazioni che influiscono sulla persona in ogni momento specifico. Il senso della scelta è un riflesso nella coscienza della convergenza di vari motivi che si riconducono ai bisogni di soddisfacimento e di sicurezza.
Dunque il suo contributo sulle tecniche del colloquio clinico, in cui delineava un approccio meno nosografico e più interpersonale rispetto ai modelli classici, ha avuto molta influenza nella psichiatria statunitense degli anni tra il ’40 e ’50.
Il colloquio
Nel suo approccio, il colloquio diviene uno strumento non solo diagnostico, ma anche di analisi delle dinamiche relazionali usate dal soggetto, di cui questi non è sufficientemente consapevole.
Il superamento di tali “disattenzioni selettive” nei confronti dei propri stessi processi relazionali diviene quindi parte del processo terapeutico.
Nel 1954, come psicologo, psicologo clinico e psicoterapeuta, nel delineare lo sviluppo della psicologia individuale pose l’accento sui bisogni di sicurezza e sui vissuti di angoscia, interpretati come risposta alla frustrazione dei bisogni primari.
Il campo relazionale
Nell’analisi della personalità operò uno spostamento dai rapporti e conflitti intrapsichici alle dinamiche interpersonali, formulando una teoria basata sulla nozione di “campo relazionale”, secondo la quale la personalità individuale è un prodotto dell’interazione di campi di forza interpersonali, di contesti relazionali non solo reali ma anche immaginari, che agiscono come “personificazioni” interiori anche in situazioni di isolamento.
Quindi in quest’ottica il rapporto terapeuta-paziente non è più concepito secondo lo schema sano-malato, ma come un tentativo di reciproca comprensione nel quale, il terapeuta, sviluppa un maggiore atteggiamento empatico riconoscendo l’importanza delle determinanti ambientali e sociali e si propone di individuare insieme al paziente, con rispetto e ascolto, gli eventi scatenanti del malessere e le motivazioni dell’isolamento per comprendere i vissuti correlati e il significato che questi eventi assumono nella narrazione di vita dello stesso.
Le informazioni e il regolamento del gruppo sono i seguenti:
“Argomenti di Psicologia e Psicoterapia” intende far conoscere le principali teorie psicologiche, approfondire e divulgare il pensiero degli esponenti più significativi nel campo della Psicologia e della Psicoterapia.
Il Gruppo ha finalità aggregative e informative.
Chiunque può proporre i propri post per la pubblicazione possibilmente attinenti all’impostazione del gruppo e rispettosi delle altrui sensibilità.
I post devono essere attinenti ai temi del gruppo, non offensivi; mossi da intento costruttivo, non provocatori o inutilmente polemici.
I post e le discussioni sono tuttavia pubblicati, o rimossi, con insindacabile giudizio degli amministratori.
Gli amministratori sono persone che regalano un po’ del proprio tempo agli utenti per permettere di mantenere nel gruppo un tono costruttivo.
Per poter amministrare il gruppo, alle volte saranno prese misure drastiche quali la cancellazione di post che violano il regolamento e l’espulsione degli autori degli essi.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2016/08/base-per-scritte.jpg4951093Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2014-11-18 04:34:512020-09-04 19:24:06ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti o tecnologie simili per scopi tecnici e, previo tuo consenso, per altri finalità come specificato nella Cookie Policy. Puoi acconsentire all'uso di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta Tutti" o negare e chiudere l'avviso utilizzando il pulsante "Rifiuta tutti". Puoi liberamente dare, negare o revocare il tuo consenso in qualsiasi momento cliccando su "Consenso Cookie" in fondo alla pagina. Impostazioni
Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza durante la navigazione nel sito Web. Di questi, i cookie classificati come necessari vengono memorizzati nel browser in quanto sono essenziali per il funzionamento delle funzionalità di base del sito web. Utilizziamo anche cookie di terze parti che ci aiutano ad analizzare e capire come utilizzi questo sito web. Questi cookie verranno memorizzati nel tuo browser solo con il tuo consenso. Hai anche la possibilità di disattivare questi cookie. Tuttavia, la disattivazione di alcuni di questi cookie potrebbe influire sulla tua esperienza di navigazione.
I cookie necessari sono assolutamente essenziali per il corretto funzionamento del sito web. Questi cookie garantiscono le funzionalità di base e le caratteristiche di sicurezza del sito web, in modo anonimo.
Cookie
Durata
Descrizione
cookielawinfo-checkbox-advertisement
1 year
Set by the GDPR Cookie Consent plugin, this cookie is used to record the user consent for the cookies in the "Advertisement" category .
cookielawinfo-checkbox-analytics
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Analytics".
cookielawinfo-checkbox-functional
11 months
The cookie is set by GDPR cookie consent to record the user consent for the cookies in the category "Functional".
cookielawinfo-checkbox-necessary
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookies is used to store the user consent for the cookies in the category "Necessary".
cookielawinfo-checkbox-others
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Other.
cookielawinfo-checkbox-performance
11 months
This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Performance".
CookieLawInfoConsent
1 year
Records the default button state of the corresponding category & the status of CCPA. It works only in coordination with the primary cookie.
viewed_cookie_policy
11 months
The cookie is set by the GDPR Cookie Consent plugin and is used to store whether or not user has consented to the use of cookies. It does not store any personal data.
_GRECAPTCHA
5 months 27 days
This cookie is set by the Google recaptcha service to identify bots to protect the website against malicious spam attacks.
I cookie per la performance vengono utilizzati per comprendere e analizzare gli indici chiave delle prestazioni del sito Web che aiutano a fornire una migliore esperienza utente per i visitatori.
Cookie
Durata
Descrizione
_gat
1 minute
This cookie is installed by Google Universal Analytics to restrain request rate and thus limit the collection of data on high traffic sites.
I cookie analitici vengono utilizzati per capire come i visitatori interagiscono con il sito web. Questi cookie aiutano a fornire informazioni sulle metriche del numero di visitatori, frequenza di rimbalzo, fonte di traffico, ecc.
Cookie
Durata
Descrizione
_ga
2 years
The _ga cookie, installed by Google Analytics, calculates visitor, session and campaign data and also keeps track of site usage for the site's analytics report. The cookie stores information anonymously and assigns a randomly generated number to recognize unique visitors.
_gid
1 day
Installed by Google Analytics, _gid cookie stores information on how visitors use a website, while also creating an analytics report of the website's performance. Some of the data that are collected include the number of visitors, their source, and the pages they visit anonymously.
I cookie pubblicitari vengono utilizzati per fornire ai visitatori annunci e campagne di marketing pertinenti. Questi cookie tracciano i visitatori attraverso i siti Web e raccolgono informazioni per fornire annunci personalizzati.
Cookie
Durata
Descrizione
test_cookie
15 minutes
The test_cookie is set by doubleclick.net and is used to determine if the user's browser supports cookies.
__gads
1 year 24 days
The __gads cookie, set by Google, is stored under DoubleClick domain and tracks the number of times users see an advert, measures the success of the campaign and calculates its revenue. This cookie can only be read from the domain they are set on and will not track any data while browsing through other sites.