IL PRINCIPIO DI INDIVIDUAZIONE
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleIL PRINCIPIO DI INDIVIDUAZIONE SECONDO JUNG
“In ogni caos c’è un cosmo,
in ogni disordine un ordine segreto“
C. G. Jung
“Riprendiamo una considerazione che deriva proprio dal superamento del modello medico da parte di Jung.
Jung superando il modello medico non concepisce più dei parametri di sanità e malattia come tradizionali nella psicologia freudiana.
Jung si disinteressa a dei parametri precostituiti.
Proprio perché cerca di capire in che direzione va ogni singola psiche, egli si trova, poco alla volta, a costruire quello che chiamerà, in principio, il “cammino della individuazione”, che prende a modello naturalmente anche qui tanti racconti sia storici che archetipici.
Le persone più complesse e più creative e non si accontentano dei modelli precostituiti e cercano la propria strada.
Quello che Jung chiama “individuazione” e cioè trovare i propri singoli parametri.
Naturalmente Jung (che nella propria vita era piuttosto attento all’ordine costituito) dice che la ricerca dell’individuazione ha senso soltanto quando l’individuo sia già riuscito ad adeguarsi alle norme della società.
Non può esserci fin dall’inizio in uno sviluppo della persona individuale uno sviluppo diciamo così “anarchico”, senza criteri e con valori esclusivamente individuali.
Tuttavia una volta pervenuti alla soddisfazione dei parametri che la società impone agli individui, le persone che ancora cercano qualcosa nella vita, si trovano a criticare o comunque a disendentificarsi dai parametri esclusivamente oggettivi e collettivi e a cercare qualcosa di più personale.
Oggigiorno diremmo ad esempio che i modelli e i parametri proposti da media e televisione non sono più soddisfacenti per molte persone e quindi lo stadio successivo del processo di individuazione sarà quello di trovare quali sono gli scopi e il senso di quella vita.
Non dando fastidio agli altri non costituendosi come persona distruttiva ma nemmeno omologata alle istanze identitarie create dall’esterno”.
Prof. Luigi Zoja
ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA
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Carl Gustav Jung
(1875 – 1961) è stato uno psichiatra, psicoanalista, antropologo, filosofo e accademico svizzero.
E’ stato una delle principali figure intellettuali del pensiero psicologico, psicoanalitico e filosofico.
La sua tecnica e teoria, di derivazione psicoanalitica, è chiamata “psicologia analitica” o “psicologia del profondo”, più raramente “psicologia complessa”.
Il suo orientamento amplia la ricerca analitica dalla storia del singolo alla storia della collettività umana. C’è un inconscio collettivo che si esprime negli archetipi, oltre a un inconscio individuale (o personale). La vita dell’individuo è vista come un percorso, chiamato processo di individuazione, di realizzazione del sé personale a confronto con l’inconscio individuale e collettivo.
Prof. Luigi Zoja
(Varese, 19 agosto 1943) è uno psicoanalista e sociologo italiano. Ha compiuto le sue prime ricerche sociologiche nella seconda metà degli anni sessanta e ha poi studiato presso il C.G. Jung Institut di Zurigo.
IL FUTURO SECONDO JUNG
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleIL FUTURO SECONDO JUNG
“L’uomo cresce secondo la grandezza del suo compito“
C. G. Jung
“Chiediamoci adesso in che direzione procede la psicologia junghiana comprendendo che essa tende a porsi sempre di più come psicologia generale che osserva tutta la cultura e a distaccarsi dal modello medico e dal modello delle scienze tradizionali.
Possiamo completare quello che abbiamo detto fino adesso ricordando due principi che Jung ripete spesso: la psicologia è – e non è – una scienza.
Più precisamente Jung dice che la psicologia deve abolirsi come scienza.
Ed è solo abolendosi come scienza che raggiungerà pienamente il suo scopo scientifico.
Naturalmente dobbiamo interpretare questa frase, intendendo che, la psicologia, può dare un grande contributo conoscitivo e diremmo oggi che usiamo molto una distinzione all’interno delle scienze, tra scienza in senso stretto, scienze naturali cioè e scienze umane. Oggi diremmo che la psicologia raggiungerà il suo scopo scientifico, cioè il suo scopo conoscitivo in quanto scienza umana, quando non cade nell’equivoco e nell’ingenuità di presentarsi come una scienza in senso stretto. Come una scienza esatta.
Nel senso della chimica, per esempio, dove mettendo una certa quantità di certi elementi assieme si ottiene sempre quel certo risultato.
La psicologia dipende dalla individualità di ogni psiche che è sempre un poco diversa l’una dall’altra.
Qui vorrei ricordare l’altra frase ripetuta da Jung e l’altro principio che egli enuncia a questo proposito, e cioè che la psiche non possiede un “punto di Archimede” cioè un punto d’appoggio esterno a se stessa.
Nella chimica c’è il laboratorio e c’è l’osservatore, mentre quello che è fondamentale per la psicologia è che si tratterà sempre di una mente, di un sistema psichico, che osserva se stessa.
Il modello freudiano ovviamente risente fortemente ancora dell’aspirazione di Freud a creare un’altra scienza, simile alla medicina, simile alle scienze in senso stretto e quindi procede casualisticamente.
Le sofferenze, le nevrosi, che noi sperimentiamo da adulti vanno ricercate in certe origini, in certe esperienze patologiche che l’individuo ha sofferto durante l’età dello sviluppo.
Jung non si chiede soltanto da dove viene il movimento psichico che stiamo osservando, nel paziente o nella collettività, ma si chiede anche in che direzione va.
Cioè la psicologia di Jung è spesso stata descritta come teleologica o finalistica.
Per capire cosa sta facendo un individuo non basta chiedersi da dove viene e cosa è avvenuto nel passato ma ci chiediamo anche che tipo di futuro l’individuo cerca di costruire
Quindi ci si chiede che senso hanno anche gli inciampi, le nevrosi, le difficoltà che si creano nella vita di un individuo e che cosa sta cercando di raggiungere quella persona”.
Prof . Luigi Zoja
Prof . Luigi Zoja è uno psicoanalista e sociologo italiano.
Ha compiuto le sue prime ricerche sociologiche nella seconda metà degli anni sessanta e ha poi studiato presso il C.G. Jung Institut di Zurigo.
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UNA VALANGA DI EMOZIONI
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleUNA VALANGA DI EMOZIONI
Lei dentro aveva
una valanga di emozioni,
che versava,
un po’ nei suoi sorrisi,
un po’ nei suoi occhi,
un po’ nei suoi disastri.
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LA TUA PAURA
/in Senza categoria/da Donato SaulleLA TUA PAURA
“La mia libertà
non può finire
dove comincia
la tua paura”
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QUANDO LA STANZA INVECCHIA
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleQUANDO LA STANZA INVECCHIA
“Jung morì nel 1961, all’età di 86 anni.
Nello scritto Gli stadi della vita (1930/1931) troviamo i temi principali della sua riflessione sull’invecchiamento e sul corso della vita.
Durante la prima metà della vita l’uomo deve costruire un Io robusto e raggiungere gli obiettivi storicamente definiti dall’ambiente sociale.
Ciò comporta tuttavia una mutilazione della personalità perché alcune funzioni vengono represse, rimangono inutilizzate o indifferenziate.
Lo sviluppo è intrinsecamente unilaterale.
Dalla tensione tra radicamento nel mondo e mutilazione di alcuni importanti aspetti della soggettività nascono la crisi della seconda metà della vita e la spinta profonda, compensatoria, a riappropriarsi dell’altra metà di sé.
Invecchiare è difficile.
L’uomo contemporaneo non ha più il conforto di un rito che conferisce all’invecchiamento un significato condiviso dalla collettività.
L’unica guida che rimane, afferma Jung, è la voce dell’inconscio.
La relazione tra l’Io e l’inconscio – ovvero tra lo sguardo razionale della coscienza e le produzioni inconsce personali e collettive – rappresenta la via maestra per correggere l’unilateralità della coscienza e dei suoi valori e aprire la possibilità di riscatto di una vecchiaia vissuta come null’altro che decadimento.
L’avanzare dell’età non costituisce, in sé, una barriera all’individuazione poiché non provoca necessariamente la rigidità psicologica segnalata da altri autori.
La difficoltà sta nell’acquisire la capacità di comprendere, integrare e, se necessario, depotenziare i contenuti inconsci, alcuni dei quali posseggono una forza distruttiva che varia in relazione alla costituzione e alle vicende esistenziali.
Jung pone il quesito sul senso dell’invecchiamento.
Che cosa può spingerci a dire che il nostro invecchiamento non è riducibile al ritornare inorganici di Freud (1920)?
La risposta junghiana viene formulata nei termini seguenti.
Mentre il senso del mattino della vita consiste nel mettere radici nel mondo, trovare il proprio posto nella società, lavorare e amare, il senso del pomeriggio della vita consiste nel mettere radici nell’anima per accedere a un tipo di saggezza che supera l’Io e la sua prospettiva sul mondo.
Durante la prima metà della vita il fine è la “natura”, durante la seconda metà della vita il fine è la “cultura”, ovvero l’allargamento della soggettività, la differenziazione e l’integrazione delle parti della propria personalità fino ad allora rimaste inconsce.
Secondo Hillman (1967), il Puer e il Senex sono polarità dello stesso archetipo – l’archetipo Puer-Senex – che rimanda alla tensione tra vitalità e ordine, Io e Sé.
Hillman vede nei “sintomi della vecchiaia” – rigidità, ottusità e isolamento – non solo la conseguenza di una generica incapacità di entrare in contatto con l’inconscio quanto, più specificamente, il risultato della scissione del Senex dal Puer. Essa produce un grottesco ibrido senile e puerile che manifesta i lati negativi del Senex e del Puer.
In uno scritto Hillman (1999) afferma che il fine dell’invecchiamento coincide con il compimento e il disvelamento del “carattere”.
Il tempo della vecchiaia non è tempo inutile di decadimento e desituazione, vissuto nell’attesa della morte persecutrice e del ritegno del figlio edipico bensì grande avventura verso il compimento di sé, un’avventura che ha bisogno di longevità per svolgersi e concludersi.
Guggenbühl-Craig (1986) arricchisce le immagini della vecchiaia con quella del Vecchio Stolto.
Il Vecchio Stolto è un aspetto dell’ombra del Senex e possiede una funzione compensatoria rispetto alle visioni idealizzate e anestetizzate dell’invecchiamento (come a tratti appare la visione hillmaniana), dell’individuazione del Sé.
Allo stesso tempo, il Vecchio Stolto raffigura un aspetto d’ombra diverso da quello del vecchio re dispotico ricordato da Jung o dall’immagine freudiana della vecchiaia come esaurimento della psiche e ritorno a una dimensione inorganica.
Il Vecchio Stolto non è un re ma un buffone tutt’altro che inorganico.
Qualcosa di simile alla saggezza può essere raggiunto durante la vecchiaia ma ciò che rende difficile tale acquisizione è, secondo Guggenbühl-Craig, la perdita del contatto con l’inconscio e con la coscienza collettiva.
Il vecchio desituato si trasforma in figura storica, anacronismo vivente.
Ma non se ne accusa e accusa i giovani di disorientamento etico.
Dice che il mondo vive all’insegna dell’insicurezza ma non vede che lui stesso è insicuro e non sa più capire il mondo.
Mentre Hillman sottolinea la necessità di integrare il Puer col Senex, Guggenbühl-Craig propone di integrare l’immagine del Vecchio Saggio con quella del vecchio smemorato, pasticcione ed emotivamente labile: il Vecchio Stolto.
Ciascuna immagine è in sé parziale e perciò genera contenuti psichici distorti, emozioni, aspettative e convinzioni problematiche.
È cosa saggia invece accettare il deterioramento fisico e mentale, le malattie e la morte, accettare di essere anche una figura storica che ha perso il contatto con la coscienza e l’inconscio collettivi.
Lacivitas non deve imprigionare il vecchio nel mito della saggezza, non deve costringerlo a partecipare in modo costruttivo alle vicende della comunità.
Gli sia concesso – dalla società, dai figli, da se stesso – di essere saggio o sciocco, profondo o superficiale, di lavorare oppure oziare.
Coloro che si identificano con l’immagine del Vecchio Saggio diventano patriarchi cocciuti, convinti di possedere la saggezza e incapaci di vedere quanto sono sciocchi e tirannici.
Il mito del Vecchio Stolto non è tirannico: al vecchio non è richiesto di diventare stolto, soltanto gli è concesso, e lo può fare senza scandalo.
La medicina definisce l’invecchiamento come il progressivo e generalizzato decremento funzionale che conduce alla perdita della risposta adattativa allo stress e ad un aumento del rischio di malattie correlate all’età.
In questa definizione possiamo rintracciare il primo universale dell’invecchiamento: la dimensione ineludibile del decadimento.
Se riflettiamo sui modi in cui il soggetto fa esperienza del decadimento, siamo abituati a pensare alla perdita e al narcisismo ferito.
Tuttavia esiste una categoria più aderente all’esperienza dell’invecchiare, che raccoglie il tema della perdita e delle ferite narcisistiche ma supera il cerchio dell’individuo e include il rapporto dell’individuo col mondo.
È il secondo universale dell’invecchiamento: la desituazione.
Se consideriamo il decadimento e la desituazione come vincoli universali e tuttavia sempre aperti alla possibilità dei significati e della scelta, possiamo fare riferimento al discorso junghiano sull’individuazione e pensare il decadimento e la desituazione come universali appartenenti a un’esistenza che non approda necessariamente alla disperazione ma si mantiene aperta alla speranza, anche alla laica e paradossale speranza nella Morte e nel Figlio.
Nel passato molti autori sostenevano che l’invecchiamento porta l’individuo verso l’incoercibile coazione a ripetere i medesimi stili difensivi e di adattamento ai conflitti e alle frustrazioni.
Tutto ciò, assieme alla grande quantità di materiale della memoria ed allo spegnimento della libido, rende l’anziano non analizzabile.
Oggi, anche alla luce delle ricerche neurologiche sull’invecchiamento cerebrale e sulla plasticità neurale e delle ricerche epidemiologiche sullo stato di salute e sulle funzioni cognitive degli anziani, è ragionevole pensare che l’analizzabilità dell’anziano non sia determinata principalmente dall’età ma dal percorso esistenziale e dalla qualità del rapporto tra l’Io e l’inconscio.
Caduta la preclusione (biologica o pulsionale) all’analizzabilità, che in fondo rifletteva una rigidità della psicoanalisi più che dell’anziano, il problema può essere riformulato nei termini della relazione tra paziente anziano e terapeuta (più giovane), evidenziando anche il contesto collettivo in cui avviene tale relazione.
La relazione tra paziente anziano e terapeuta (più giovane) può essere considerata da quattro punti di vista: la maggiore fragilità del corpo (il decadimento), la marginalità dell’anziano nella società (la desituazione), la rigidità, la dinamica Puer-Senex nel terapeuta (la soggettività del terapeuta) (Spagnoli e Pierri, 2001).
Vediamoli brevemente.
Il corpo dell’anziano è più fragile tuttavia il terapeuta può rimuovere questo fatto e vivere un senso di irrealtà quando, durante la terapia, compare un evento clinico intercorrente.
Il corpo fragile provoca un senso di fragilità rispetto allo spazio e evoca i vissuti di morte: la morte è certo riconducibile al simbolico ma, soprattutto nei pazienti molto anziani, è lì davvero, vicino al paziente e al terapeuta.
L’anziano va in psicoterapia (o viene inviato allo psicoterapeuta, spesso sollecitato dai figli) sospinto da una “sindrome ansioso-depressiva”, da disturbi somatoformi o da una demenza iniziale.
Spesso è un non-responder alle terapie con psicofarmaci prescritte dal medico di base.
In alcuni casi la richiesta è più specificamente analitica e allora quasi sempre proviene da persone che in passato sono state in analisi o comunque hanno avuto esperienze psicoterapeutiche.
Indipendentemente dalla ragione dell’invio o dalla natura della crisi motivante, il paziente anziano patisce un senso di marginalità, si sente sempre più estraneo al mondo, inutile, invisibile, desituato e con questi sentimenti deve misurarsi.
A maggior ragione oggi, poiché la tecnica ha nullificato l’esperienza del vecchio.
Così il radicamento nell’anima di cui parla Jung trova due origini: da un lato l’individuazione come spinta interiore, dall’altro la desituazione come alienazione rispetto al presente.
Il mondo risulta estraneo per gusti, linguaggi, valori.
Perdiamo il mondo e lo possiamo ritrovare soltanto attraverso un’apertura che non proviene dall’Io.
In questa nuova apertura sta la sostanza del discorso junghiano sull’invecchiamento, dell’idea eriksoniana di saggezza (Erikson et al., 1986) e del concetto kohutiano di narcisismo cosmico (Kohut, 1978).
Secondo la visione tradizionale, nell’anziano la libido narcisistica prevale rispetto a quella oggettuale e i meccanismi di difesa, che mirano a ridurre l’ansia e proteggere l’autostima, si irrigidiscono, ovvero divengono pervasivi, automatici e ancora più inconsci.
Tutto ciò rende impossibile la trasformazione.
Altri autori hanno sottolineato la dimensione dinamica e qualitativa delle difese rispetto a quella energetica ed “economica”. Si può così riformulare il tema della rigidità psichica dell’anziano nei termini della qualità maturativa dei meccanismi difensivi.
La repressione, la sublimazione, l’altruismo, l’umorismo si presentano come difese che consentono, anche nella vecchiaia, un migliore equilibrio tra adattamento e creatività rispetto alla rimozione, alla scissione e all’eccesso di identificazione proiettiva.
L’affermazione di Jung che le persone nella seconda metà della vita pongono al terapeuta, in vari modi, il problema esistenziale (inteso come domanda di senso), deve essere vista anche sotto il profilo del contro-transfert: tale problema, e i sentimenti da esso costellati, coinvolgono profondamente la soggettività del terapeuta e in particolare costellano i motivi del decadimento, della desituazione, della Morte e del Figlio.
In fondo l’anziano, sofferente o felice, incarna anche una domanda di senso rivolta a se stesso, al terapeuta e alla società.
Qual è il senso della vecchiaia?
Qual è il senso del lavoro di chi opera nei servizi sanitari e sociali per gli anziani?
La società attuale sottrae dignità all’invecchiamento relegandolo tra i disvalori collettivi.
Alberto Spagnoli
Quando la stanza invecchia
Il medico junghiano e il paziente anziano
Questo testo è tratto dal saggio “Quando la stanza invecchia”, e compare nel volume di autori vari, a cura di Maria Irmgard Wuehl pubblicato dall’editore Vivarium, Nella stanza dell’analista junghiano.
Il presente post ha il solo scopo di divulgare il libro da cui è stato tratto senza scopo di lucro e ha ricevuto formale autorizzazione da parte della casa editice Vivarum.

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Alberto Spagnoli
psicoterapeuta, ha pubblicato, fra l’altro E divento sempre più vecchio (Bollati Boringhieri, 2001); è impegnato nel “Aging, Progetto Finalizzato Invecchiamento.”
Note L’idea di psicoterapia psicoanalitica e di analisi come aiuto a prendere cura di sé, vivendo col paziente alcune esperienze che si intrecciano tra loro e sono riconducibili a: il supporto (che rimanda ai concetti di holding ed al rapporto contenuto-contenitore), la comprensione (pensabilità, dicibilità e comunicabilità dei contenuti psichici, con una particolare attenzione alle angosce, al confronto con l’ombra e ai meccanismi di difesa) e la trasformazione, ovvero l’emergere di nuove emozioni e pensieri che facilitano un adattamento creativo.
Bibliografia
Erikson E. H., Erikson J. M., Kivinick H. Q., (1986) Vital involvement in old age, Norton, New York.
Ferro A., (1996) Nella stanza dell’analisi. Cortina, Milano.
Freud S., (1920) “Al di là del principio di piacere”, Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
Guggenbühl-Craig A., (1986) Il vecchio stolto e la corruzione del mito, Moretti & Vitali, Bergamo, 1997.
Hillman J., (1967) Senex e puer, Marsilio, Padova 1973.
Spagnoli A., Pierri M., (2001) “Psicoterapie ad indirizzo dinamico”, in Scocco P., De Leo D., Pavan L. (a cura di), Manuale di psicoterapia dell’anziano, Bollati Boringhieri, Torino.
Kohut H., (1978) La ricerca del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1982
BUONE FESTE
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleBuone feste a tutti.
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UNA NUOVA VISIONE DEL MONDO
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleUNA NUOVA VISIONE DEL MONDO
“Per sciogliere i sintomi diventa indispensabile risalire
fino alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e,
con l’aiuto di quelle forze motrici che a suo tempo non erano disponibili,
indirizzarlo verso uno sbocco diverso.
A una nuova visione del mondo”.
S. Freud
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Immagine di Rafael Aranujo
UNO SPAZIO SENZA CENTRO
/in News, Senza categoria/da Donato Saulle“Io non ho mai provato altro che amore e odio, rabbia e gioia, terrore e stordimento, tutti spazi senza centro, con solo un polo nord e un polo sud, estremi tra cui oscillo come un pendolo che esiste soltanto ai suoi due punti massimi.
Nulla di ciò che conosco mi dice che la vita può essere diversa da così, nulla tranne l’esperienza di questi pochi ultimi mesi, in cui non ci sono stati punti massimi, non ci sono stati poli contrapposti, estremi di emozioni, ed è come se avessi cessato di esistere.
Tutto mi dice che se voglio sopravvivere devo trovare una via di mezzo, un luogo in cui posso stare senza sentirmi come se da un lato ci fosse un mare che infuria per consumarmi, e dall’altro una vasta prateria aperta che aspetta ingannevole di inghiottirmi in un vuoto immenso.
Non so quale sia il luogo che cerco, so solo quello che non è, e non è questo, non è tutto o niente.
E’ qualcosa.
Ma non questo”.
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Tratto da “Martin e Jhon” di Dale Peck
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LA PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE
/in News, Senza categoria/da Donato SaulleLA PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE
Gli psicoterapeuti di indirizzo cognitivo-comportamentale adottano un punto di vista fondato su una lunga tradizione di ricerca scientifica, che inizia con i primi studi di Pavlov sui riflessi condizionati e prosegue tutt’oggi con migliaia di studi sperimentali.
I terapeuti che adottano la prospettiva Psicoterapia cognitivo-comportamentale presumono che il “sintomo” sia l’espressione di un precedente apprendimento di schemi comportamentali, emotivi e di pensiero errati o disadattivi, derivanti da peculiari esperienze di vita del paziente, eventualmente mantenuti da un contesto interpersonale patogeno nel presente.
Il soggetto che li mostra viene pertanto considerato portatore di strutture cognitive non adeguate o di processi cognitivi inadatti a selezionare e ad elaborare in modo funzionale gli stimoli ambientali.
Lo psicoteraputa
Lo psicoterapeuta in questo caso può attuare, con l’aiuto del paziente, tecniche di condizionamento o decondizionamento sperimentalmente, al fine di modificare in modo diretto le risposte emozionali e gli schemi che si sono rivelati disadattivi, o sostituirli con nuovi schemi più funzionali, tramite esperienze, come l’esposizione a stimoli prima evitati o a comportamenti di tipo nuovo che possono essere attuati con prescrizioni comportamentali.
Le nuove abilità
Un esempio è l’acquisizione di nuove abilità, come più efficaci competenze comunicative, tramite il “role playing” o pratica recitativa.
Il terapeuta cognitivo comportamentale può anche usare procedure di vario tipo che spaziano dal “dialogo socratico” alla ristrutturazione cognitiva per permettere al paziente di identificare, ed esaminare criticamente, e quindi modificare, sia i propri processi cognitivi sia i comportamenti non funzionali ai suoi scopi.
Infine, il terapeuta può adottare specifici atteggiamenti interpersonali all’interno della relazione terapeutica, per consentire al paziente una correzione dei suoi schemi interpersonali di base. Il trattamento pertanto è costituito da procedure di tipo maieutico e psicoeducativo, mentre il cambiamento nel paziente si assume sia legato a processi di apprendimento e ristrutturazione.
I sintomi
Una volta eliminati tutti i “sintomi” ed acquisiti comportamenti alternativi, comprese le consonanti strutture cognitive, spesso viene eliminato il disturbo.
Nuovi atteggiamenti del soggetto nonché i vantaggi dei nuovi comportamenti in genere stabilizzano i cambiamenti ottenuti.
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