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UNA VALANGA DI EMOZIONI

17 Aprile 2021/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

UNA VALANGA DI EMOZIONI

Lei dentro aveva

una valanga di emozioni,

che versava,

un po’ nei suoi sorrisi,

un po’ nei suoi occhi,

un po’ nei suoi disastri.

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LA TUA PAURA

22 Marzo 2021/in Senza categoria/da Donato Saulle

LA TUA PAURA

“La mia libertà

non può finire

dove comincia

la tua paura”

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2021/03/PAURA-CON-BORDO.jpg 547 1085 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2021-03-22 00:01:362021-03-22 10:21:11LA TUA PAURA

QUANDO LA STANZA INVECCHIA

2 Marzo 2021/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

QUANDO LA STANZA INVECCHIA

“Jung morì nel 1961, all’età di 86 anni.
Nello scritto Gli stadi della vita (1930/1931) troviamo i temi principali della sua riflessione sull’invecchiamento e sul corso della vita.
Durante la prima metà della vita l’uomo deve costruire un Io robusto e raggiungere gli obiettivi storicamente definiti dall’ambiente sociale.
Ciò comporta tuttavia una mutilazione della personalità perché alcune funzioni vengono represse, rimangono inutilizzate o indifferenziate.
Lo sviluppo è intrinsecamente unilaterale.
Dalla tensione tra radicamento nel mondo e mutilazione di alcuni importanti aspetti della soggettività nascono la crisi della seconda metà della vita e la spinta profonda, compensatoria, a riappropriarsi dell’altra metà di sé.
Invecchiare è difficile.
L’uomo contemporaneo non ha più il conforto di un rito che conferisce all’invecchiamento un significato condiviso dalla collettività.
L’unica guida che rimane, afferma Jung, è la voce dell’inconscio.
La relazione tra l’Io e l’inconscio – ovvero tra lo sguardo razionale della coscienza e le produzioni inconsce personali e collettive – rappresenta la via maestra per correggere l’unilateralità della coscienza e dei suoi valori e aprire la possibilità di riscatto di una vecchiaia vissuta come null’altro che decadimento.
L’avanzare dell’età non costituisce, in sé, una barriera all’individuazione poiché non provoca necessariamente la rigidità psicologica segnalata da altri autori.
La difficoltà sta nell’acquisire la capacità di comprendere, integrare e, se necessario, depotenziare i contenuti inconsci, alcuni dei quali posseggono una forza distruttiva che varia in relazione alla costituzione e alle vicende esistenziali.
Jung pone il quesito sul senso dell’invecchiamento.
Che cosa può spingerci a dire che il nostro invecchiamento non è riducibile al ritornare inorganici di Freud (1920)?
La risposta junghiana viene formulata nei termini seguenti.
Mentre il senso del mattino della vita consiste nel mettere radici nel mondo, trovare il proprio posto nella società, lavorare e amare, il senso del pomeriggio della vita consiste nel mettere radici nell’anima per accedere a un tipo di saggezza che supera l’Io e la sua prospettiva sul mondo.
Durante la prima metà della vita il fine è la “natura”, durante la seconda metà della vita il fine è la “cultura”, ovvero l’allargamento della soggettività, la differenziazione e l’integrazione delle parti della propria personalità fino ad allora rimaste inconsce.
Secondo Hillman (1967), il Puer e il Senex sono polarità dello stesso archetipo – l’archetipo Puer-Senex – che rimanda alla tensione tra vitalità e ordine, Io e Sé.
Hillman vede nei “sintomi della vecchiaia” – rigidità, ottusità e isolamento – non solo la conseguenza di una generica incapacità di entrare in contatto con l’inconscio quanto, più specificamente, il risultato della scissione del Senex dal Puer. Essa produce un grottesco ibrido senile e puerile che manifesta i lati negativi del Senex e del Puer.
In uno scritto Hillman (1999) afferma che il fine dell’invecchiamento coincide con il compimento e il disvelamento del “carattere”.
Il tempo della vecchiaia non è tempo inutile di decadimento e desituazione, vissuto nell’attesa della morte persecutrice e del ritegno del figlio edipico bensì grande avventura verso il compimento di sé, un’avventura che ha bisogno di longevità per svolgersi e concludersi.
Guggenbühl-Craig (1986) arricchisce le immagini della vecchiaia con quella del Vecchio Stolto.
Il Vecchio Stolto è un aspetto dell’ombra del Senex e possiede una funzione compensatoria rispetto alle visioni idealizzate e anestetizzate dell’invecchiamento (come a tratti appare la visione hillmaniana), dell’individuazione del Sé.
Allo stesso tempo, il Vecchio Stolto raffigura un aspetto d’ombra diverso da quello del vecchio re dispotico ricordato da Jung o dall’immagine freudiana della vecchiaia come esaurimento della psiche e ritorno a una dimensione inorganica.
Il Vecchio Stolto non è un re ma un buffone tutt’altro che inorganico.
Qualcosa di simile alla saggezza può essere raggiunto durante la vecchiaia ma ciò che rende difficile tale acquisizione è, secondo Guggenbühl-Craig, la perdita del contatto con l’inconscio e con la coscienza collettiva.
Il vecchio desituato si trasforma in figura storica, anacronismo vivente.
Ma non se ne accusa e accusa i giovani di disorientamento etico.
Dice che il mondo vive all’insegna dell’insicurezza ma non vede che lui stesso è insicuro e non sa più capire il mondo.
Mentre Hillman sottolinea la necessità di integrare il Puer col Senex, Guggenbühl-Craig propone di integrare l’immagine del Vecchio Saggio con quella del vecchio smemorato, pasticcione ed emotivamente labile: il Vecchio Stolto.
Ciascuna immagine è in sé parziale e perciò genera contenuti psichici distorti, emozioni, aspettative e convinzioni problematiche.
È cosa saggia invece accettare il deterioramento fisico e mentale, le malattie e la morte, accettare di essere anche una figura storica che ha perso il contatto con la coscienza e l’inconscio collettivi.
Lacivitas non deve imprigionare il vecchio nel mito della saggezza, non deve costringerlo a partecipare in modo costruttivo alle vicende della comunità.
Gli sia concesso – dalla società, dai figli, da se stesso – di essere saggio o sciocco, profondo o superficiale, di lavorare oppure oziare.
Coloro che si identificano con l’immagine del Vecchio Saggio diventano patriarchi cocciuti, convinti di possedere la saggezza e incapaci di vedere quanto sono sciocchi e tirannici.
Il mito del Vecchio Stolto non è tirannico: al vecchio non è richiesto di diventare stolto, soltanto gli è concesso, e lo può fare senza scandalo.
La medicina definisce l’invecchiamento come il progressivo e generalizzato decremento funzionale che conduce alla perdita della risposta adattativa allo stress e ad un aumento del rischio di malattie correlate all’età.
In questa definizione possiamo rintracciare il primo universale dell’invecchiamento: la dimensione ineludibile del decadimento.
Se riflettiamo sui modi in cui il soggetto fa esperienza del decadimento, siamo abituati a pensare alla perdita e al narcisismo ferito.
Tuttavia esiste una categoria più aderente all’esperienza dell’invecchiare, che raccoglie il tema della perdita e delle ferite narcisistiche ma supera il cerchio dell’individuo e include il rapporto dell’individuo col mondo.
È il secondo universale dell’invecchiamento: la desituazione.
Se consideriamo il decadimento e la desituazione come vincoli universali e tuttavia sempre aperti alla possibilità dei significati e della scelta, possiamo fare riferimento al discorso junghiano sull’individuazione e pensare il decadimento e la desituazione come universali appartenenti a un’esistenza che non approda necessariamente alla disperazione ma si mantiene aperta alla speranza, anche alla laica e paradossale speranza nella Morte e nel Figlio.
Nel passato molti autori sostenevano che l’invecchiamento porta l’individuo verso l’incoercibile coazione a ripetere i medesimi stili difensivi e di adattamento ai conflitti e alle frustrazioni.
Tutto ciò, assieme alla grande quantità di materiale della memoria ed allo spegnimento della libido, rende l’anziano non analizzabile.
Oggi, anche alla luce delle ricerche neurologiche sull’invecchiamento cerebrale e sulla plasticità neurale e delle ricerche epidemiologiche sullo stato di salute e sulle funzioni cognitive degli anziani, è ragionevole pensare che l’analizzabilità dell’anziano non sia determinata principalmente dall’età ma dal percorso esistenziale e dalla qualità del rapporto tra l’Io e l’inconscio.
Caduta la preclusione (biologica o pulsionale) all’analizzabilità, che in fondo rifletteva una rigidità della psicoanalisi più che dell’anziano, il problema può essere riformulato nei termini della relazione tra paziente anziano e terapeuta (più giovane), evidenziando anche il contesto collettivo in cui avviene tale relazione.
La relazione tra paziente anziano e terapeuta (più giovane) può essere considerata da quattro punti di vista: la maggiore fragilità del corpo (il decadimento), la marginalità dell’anziano nella società (la desituazione), la rigidità, la dinamica Puer-Senex nel terapeuta (la soggettività del terapeuta) (Spagnoli e Pierri, 2001).
Vediamoli brevemente.
Il corpo dell’anziano è più fragile tuttavia il terapeuta può rimuovere questo fatto e vivere un senso di irrealtà quando, durante la terapia, compare un evento clinico intercorrente.
Il corpo fragile provoca un senso di fragilità rispetto allo spazio e evoca i vissuti di morte: la morte è certo riconducibile al simbolico ma, soprattutto nei pazienti molto anziani, è lì davvero, vicino al paziente e al terapeuta.
L’anziano va in psicoterapia (o viene inviato allo psicoterapeuta, spesso sollecitato dai figli) sospinto da una “sindrome ansioso-depressiva”, da disturbi somatoformi o da una demenza iniziale.
Spesso è un non-responder alle terapie con psicofarmaci prescritte dal medico di base.
In alcuni casi la richiesta è più specificamente analitica e allora quasi sempre proviene da persone che in passato sono state in analisi o comunque hanno avuto esperienze psicoterapeutiche.
Indipendentemente dalla ragione dell’invio o dalla natura della crisi motivante, il paziente anziano patisce un senso di marginalità, si sente sempre più estraneo al mondo, inutile, invisibile, desituato e con questi sentimenti deve misurarsi.
A maggior ragione oggi, poiché la tecnica ha nullificato l’esperienza del vecchio.
Così il radicamento nell’anima di cui parla Jung trova due origini: da un lato l’individuazione come spinta interiore, dall’altro la desituazione come alienazione rispetto al presente.
Il mondo risulta estraneo per gusti, linguaggi, valori.
Perdiamo il mondo e lo possiamo ritrovare soltanto attraverso un’apertura che non proviene dall’Io.
In questa nuova apertura sta la sostanza del discorso junghiano sull’invecchiamento, dell’idea eriksoniana di saggezza (Erikson et al., 1986) e del concetto kohutiano di narcisismo cosmico (Kohut, 1978).
Secondo la visione tradizionale, nell’anziano la libido narcisistica prevale rispetto a quella oggettuale e i meccanismi di difesa, che mirano a ridurre l’ansia e proteggere l’autostima, si irrigidiscono, ovvero divengono pervasivi, automatici e ancora più inconsci.
Tutto ciò rende impossibile la trasformazione.
Altri autori hanno sottolineato la dimensione dinamica e qualitativa delle difese rispetto a quella energetica ed “economica”. Si può così riformulare il tema della rigidità psichica dell’anziano nei termini della qualità maturativa dei meccanismi difensivi.
La repressione, la sublimazione, l’altruismo, l’umorismo si presentano come difese che consentono, anche nella vecchiaia, un migliore equilibrio tra adattamento e creatività rispetto alla rimozione, alla scissione e all’eccesso di identificazione proiettiva.
L’affermazione di Jung che le persone nella seconda metà della vita pongono al terapeuta, in vari modi, il problema esistenziale (inteso come domanda di senso), deve essere vista anche sotto il profilo del contro-transfert: tale problema, e i sentimenti da esso costellati, coinvolgono profondamente la soggettività del terapeuta e in particolare costellano i motivi del decadimento, della desituazione, della Morte e del Figlio.
In fondo l’anziano, sofferente o felice, incarna anche una domanda di senso rivolta a se stesso, al terapeuta e alla società.
Qual è il senso della vecchiaia?
Qual è il senso del lavoro di chi opera nei servizi sanitari e sociali per gli anziani?
La società attuale  sottrae dignità all’invecchiamento relegandolo tra i disvalori collettivi.

Alberto Spagnoli
Quando la stanza invecchia
Il medico junghiano e il paziente anziano
Questo testo è tratto dal saggio “Quando la stanza invecchia”, e compare nel volume di autori vari, a cura di Maria Irmgard Wuehl  pubblicato dall’editore Vivarium, Nella stanza dell’analista junghiano.

Il presente post ha il solo scopo di divulgare il libro da cui è stato tratto senza scopo di lucro e ha ricevuto formale autorizzazione da parte della casa editice Vivarum.

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Donato Saulle

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Alberto Spagnoli

psicoterapeuta, ha pubblicato, fra l’altro E divento sempre più vecchio (Bollati Boringhieri, 2001); è impegnato nel “Aging, Progetto Finalizzato Invecchiamento.”

Note L’idea di psicoterapia psicoanalitica e di analisi come aiuto a prendere cura di sé, vivendo col paziente alcune esperienze che si intrecciano tra loro e sono riconducibili a: il supporto (che rimanda ai concetti di holding ed al rapporto contenuto-contenitore), la comprensione (pensabilità, dicibilità e comunicabilità dei contenuti psichici, con una particolare attenzione alle angosce, al confronto con l’ombra e ai meccanismi di difesa) e la trasformazione, ovvero l’emergere di nuove emozioni e pensieri che facilitano un adattamento creativo.

Bibliografia

Erikson E. H., Erikson J. M., Kivinick H. Q., (1986) Vital involvement in old age, Norton, New York.
Ferro A., (1996) Nella stanza dell’analisi. Cortina, Milano.
Freud S., (1920) “Al di là del principio di piacere”, Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
Guggenbühl-Craig A., (1986) Il vecchio stolto e la corruzione del mito, Moretti & Vitali, Bergamo, 1997.
Hillman J., (1967) Senex e puer, Marsilio, Padova 1973.
Spagnoli A., Pierri M., (2001) “Psicoterapie ad indirizzo dinamico”, in Scocco P., De Leo D., Pavan L. (a cura di), Manuale di psicoterapia dell’anziano, Bollati Boringhieri, Torino.
Kohut H., (1978) La ricerca del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1982

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BUONE FESTE

22 Dicembre 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

Buone feste a tutti.

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UNA NUOVA VISIONE DEL MONDO

14 Novembre 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

UNA NUOVA VISIONE DEL MONDO

“Per sciogliere i sintomi diventa indispensabile risalire

fino alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e,

con l’aiuto di quelle forze motrici che a suo tempo non erano disponibili,

indirizzarlo verso uno sbocco diverso.

A una nuova visione del mondo”.

S. Freud

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Immagine di Rafael Aranujo

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UNO SPAZIO SENZA CENTRO

14 Novembre 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

“Io non ho mai provato altro che amore e odio, rabbia e gioia, terrore e stordimento, tutti spazi senza centro, con solo un polo nord e un polo sud, estremi tra cui oscillo come un pendolo che esiste soltanto ai suoi due punti massimi.

Nulla di ciò che conosco mi dice che la vita può essere diversa da così, nulla tranne l’esperienza di questi pochi ultimi mesi, in cui non ci sono stati punti massimi, non ci sono stati poli contrapposti, estremi di emozioni, ed è come se avessi cessato di esistere.

Tutto mi dice che se voglio sopravvivere devo trovare una via di mezzo, un luogo in cui posso stare senza sentirmi come se da un lato ci fosse un mare che infuria per consumarmi, e dall’altro una vasta prateria aperta che aspetta ingannevole di inghiottirmi in un vuoto immenso.

Non so quale sia il luogo che cerco, so solo quello che non è, e non è questo, non è tutto o niente.

E’ qualcosa.

Ma non questo”.

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Tratto da “Martin e Jhon” di Dale Peck

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LA PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE

26 Ottobre 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

LA PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE

Gli psicoterapeuti di indirizzo cognitivo-comportamentale adottano un punto di vista fondato su una lunga tradizione di ricerca scientifica, che inizia con i primi studi di Pavlov sui riflessi condizionati e prosegue tutt’oggi con migliaia di studi sperimentali.

I terapeuti che adottano la prospettiva Psicoterapia cognitivo-comportamentale presumono che il “sintomo” sia l’espressione di un precedente apprendimento di schemi comportamentali, emotivi e di pensiero errati o disadattivi, derivanti da peculiari esperienze di vita del paziente, eventualmente mantenuti da un contesto interpersonale patogeno nel presente.

Il soggetto che li mostra viene pertanto considerato portatore di strutture cognitive non adeguate o di processi cognitivi inadatti a selezionare e ad elaborare in modo funzionale gli stimoli ambientali.

Lo psicoteraputa

Lo psicoterapeuta in questo caso può attuare, con l’aiuto del paziente, tecniche di condizionamento o decondizionamento sperimentalmente, al fine di modificare in modo diretto le risposte emozionali e gli schemi che si sono rivelati disadattivi, o sostituirli con nuovi schemi più funzionali, tramite esperienze, come l’esposizione a stimoli prima evitati o a comportamenti di tipo nuovo che possono essere attuati con prescrizioni comportamentali.

Le nuove abilità

Un esempio è l’acquisizione di nuove abilità, come più efficaci competenze comunicative, tramite il “role playing” o pratica recitativa.

Il terapeuta cognitivo comportamentale può anche usare procedure di vario tipo che spaziano dal “dialogo socratico” alla ristrutturazione cognitiva per permettere al paziente di identificare, ed esaminare criticamente, e quindi modificare, sia i propri processi cognitivi sia i comportamenti non funzionali ai suoi scopi.

Infine, il terapeuta può adottare specifici atteggiamenti interpersonali all’interno della relazione terapeutica, per consentire al paziente una correzione dei suoi schemi interpersonali di base. Il trattamento pertanto è costituito da procedure di tipo maieutico e psicoeducativo, mentre il cambiamento nel paziente si assume sia legato a processi di apprendimento e ristrutturazione.

I sintomi

Una volta eliminati tutti i “sintomi” ed acquisiti comportamenti alternativi, comprese le consonanti strutture cognitive, spesso viene eliminato il disturbo.

Nuovi atteggiamenti del soggetto nonché i vantaggi dei nuovi comportamenti in genere stabilizzano i cambiamenti ottenuti.

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VINSI UGUALE

23 Ottobre 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

Volevano farmi competere.
Non giocai.
Vinsi uguale.

Gio Evan

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Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali

22 Ottobre 2020/in Senza categoria/da Donato Saulle

Nodi.

Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali

Ronald Laing

Ronald David Laing psichiatra scozzese.

Maestro riconosciuto dell’antipsichiatria, Laing ha sorpreso tutti con il volume di poesie Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali che, apparso nel 1970, rappresenta in realtà, e con coerenza, una delle facce della sua ricerca.

Il libro illustra infatti le concezioni di Laing sui modi di relazione fra gli individui , cioè “sull’esperienza e il comportamento interpersonali”.
Ognuno di noi si fa del comportamento altrui un’idea soggettiva, che rappresenta la sua “esperienza” dell’altro.
L’intersecarsi di queste “esperienze”, il loro urtarsi e modificarsi senza sosta creano una serie praticamente infinita di “nodi”, di legami d’amore, di dipendenza, d’inquietudine.

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UNA DONNA FORTE

10 Ottobre 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

UNA DONNA FORTE

“Tante volte mi son chiesta se avrei sofferto di meno se solo fossi stata più superficiale.
E‘ strano ma più la vita mi ha bastonato e più la mia sensibilità si è fatta esigente.
E‘ proprio il mio destino che ha perfezionato questo mio strano talento.
Eppure tutto ciò si è trasformato in un paradosso insopportabile.
Da un lato tendo a non ripararmi più, a non difendermi;
inglobo tutto il male, anche quello degli altri, senza apparente paura.
Anzi, mi sembra di non poter starne lontano.
E l’accoglimento del male continua ad acuire la mia disponibilità a sentire e a capire.
D’altro lato, è proprio questa capacità che mi ha fatto crescere fino a rendermi temibile per gli altri, fino a costringermi a vivere incompresa.
Credo che mi evitino proprio in quanto percepiscono che pretendo di più.
Io invece vorrei solo trovare una complicità meno superficiale:
ma più la cerco e più sono scartata.
Sapesse quante volte la gente che mi conosce o che ha conosciuto la mia storia mi dice:
ma tu sei più forte degli altri, tu sei più coraggiosa.
Invece  no, non è vero, non voglio che sia così.
Io sono esattamente come le altre donne, le altre mogli, le altre mamme.
Ho diritto alla mia fragilità.
Perchè devo essere condannata a questo ruolo di donna forte,
senza poter mai scendere da un piedistallo innaturale e ingiusto?”

Paolo Crepet
Solitudini – Memorie di assenze
Immagine di Tamara de Lempicka

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Dott. Donato Saulle

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Il presente post ha il solo scopo di divulgare il libro da cui è stato tratto senza scopo di lucro.blu psicologo milano

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