Eugenio Montale, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore 1925).
Recitata nel video da Vittorio Gassman
Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Eugenio Montale, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore 1925).
Recitata nel video da Vittorio Gassman
COMMENTO ALLA POESIA
Nella prima strofa il poeta si rivolge al lettore abituato ad ascoltare formule sicure e valori assoluti e lo invita a non domandargli parole che diano certezze, come aveva potuto fare il poeta tradizionale, e versi che svelino la complessità del suo animo.
Nella seconda strofa constata che ci sono uomini fiduciosi nella vita, che non si soffermano a riflettere, non si curano dei dubbi e delle incertezze esistenziali, di quanto di oscuro c’è dentro di loro (rappresentato dall’ombra proiettata su un muro scalcinato): costoro non sono consapevoli della precarietà del vivere (di cui l’ombra nella sua inconsistenza è metafora) e ostentano una sicurezza che è solo indizio di superficialità.
Nella terza strofa il poeta ribadisce di non possedere formule magiche capaci di infondere fiducia al lettore, svelandogli i misteri della vita e dell’universo.
Può solo esprimere il sussurro di una forma poetica scarna ed essenziale (qualche storta sillaba e secca come un ramo): oggi possiamo sapere solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
La conclusione esprime la crisi degli ideali e delle certezze.
Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è stato un poeta, traduttore, scrittore, filosofo, giornalista, critico letterario, critico musicale e politico italiano.
Nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la letteratura «per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni».
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2020/10/CIO-CHE-NON-SIAMO-SCR.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2020-10-07 08:23:582020-10-07 08:27:19CIO’ CHE NON SIAMO
“Stanno giocando un gioco.
Stanno giocando
a non giocare un gioco.
Se mostro loro che li vedo giocare
infrangerò le regole e mi puniranno.
Devo giocare al loro gioco,
di non vedere che vedo il gioco”
R. D. Laing
Maestro riconosciuto dell’antipsichiatria, Laing ha sorpreso tutti con il volume di poesie Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali che, apparso nel 1970, rappresenta in realtà, e con coerenza, una delle facce della sua ricerca.
Il libro illustra infatti le concezioni di Laing sui modi di relazione fra gli individui , cioè “sull’esperienza e il comportamento interpersonali”.
Ognuno di noi si fa del comportamento altrui un’idea soggettiva, che rappresenta la sua “esperienza” dell’altro.
L’intersecarsi di queste “esperienze”, il loro urtarsi e modificarsi senza sosta creano una serie praticamente infinita di “nodi”, di legami d’amore, di dipendenza, d’inquietudine.
Ronald Laing
Ronald David Laing (Glasgow, 7 ottobre 1927 – Saint-Tropez, 23 agosto 1989) è stato uno psichiatra scozzese che scrisse estesamente sulla malattia mentale, in particolare sulla psicosi.
Le opinioni di Laing sulle cause e il trattamento di importanti disfunzioni mentali furono influenzate dalla filosofia esistenzialista.
In controtendenza all’ortodossia psichiatrica del tempo, Laing considerava l’emozionalità espressa dal paziente una descrizione valida di esperienza vissuta più che semplicisticamente una sintomatologia di un qualche disordine separato o soggiacente.
Veniva associato al movimento anti-psichiatrico, sebbene ne rifiutasse l’etichetta.
Ma io amavo il suo viso.
Aveva il volto che io amo.
Chi vive abbastanza a lungo e ha un cuore attento può amare per più di una volta.
Ma un solo volto è quello che si ama.
E’ sempre lo stesso.
Lo si riconosce tra mille.
Klaus Mann
Klaus Mann (Monaco di Baviera, 18 novembre 1906 – Cannes, 21 maggio 1949) è stato uno scrittore tedesco naturalizzato statunitense.
Era il figlio secondogenito di Thomas Mann (1875-1955) e quindi fratello di Erika Mann.
Iniziò a scrivere racconti nel 1924 e nell’anno successivo divenne critico teatrale per un quotidiano di Berlino
Conosciuto anche come autore di romanzi, novelle, drammi e saggi.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2020/10/IL-VOLTO-CHE-AMO.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2020-10-03 20:39:002020-10-03 20:52:39IL VOLTO CHE AMO
Pellicola biografica ispirata alla figura della psicoanalista russa Sabina Spielrein e al suo rapporto sia terapeutico che amoroso con Jung. Gli interpreti principali sono Emilia Fox e Iain Glen.
Trama
Marie e Fraser, due giovani studiosi, l’una francese e l’altro scozzese, fanno reciproca conoscenza mentre si trovano entrambi a Mosca per svolgere ricerche sulla vita della psicoanalista russa Sabina Spielrein. I due ricostruiscono insieme la vita di Sabina, a partire dal suo ricovero a Zurigo nel 1904 per una grave forma di isteria.
Qui la paziente conosce il giovane medico Carl Gustav Jung, che, mettendo in pratica i nuovi metodi di psicoanalisi sviluppati da Freud, riuscirà a guarirla.
Sabina comincia ad interessarsi di psicoanalisi lei stessa, e nasce così un’intensa relazione amorosa tra lei e Jung. Ma, constatato che il suo amato Carl, sposato e con due figli, pur innamorato è preda di dubbi morali, Sabina fa scoppiare uno scandalo. I due, infine, si separano.
Tematiche
Nel film è presente il quadro di Klimt Giuditta II (1909), che la Spielrein usa come esempio della propria idea di connubio fra Eros e Thanatos.
Distribuzione
Presentato in anteprima il 27 settembre 2002 al Siena Film Festival, è uscito nelle sale a cominciare dal 17 gennaio 2003.
“L’amore è quanto c’è di più prossimo alla psicosi”. S. Freud
PRENDIMI L’ANIMA
è un film del 2002 diretto da Roberto Faenza.Pellicola biografica ispirata alla figura della psicoanalista russa Sabina Spielrein e al suo rapporto sia terapeutico che amoroso con Jung.
Gli interpreti principali sono Emilia Fox e Iain Glen.
Trama
Marie e Fraser, due giovani studiosi, l’una francese e l’altro scozzese, fanno reciproca conoscenza mentre si trovano entrambi a Mosca per svolgere ricerche sulla vita della psicoanalista russa Sabina Spielrein.
I due ricostruiscono insieme la vita di Sabina, a partire dal suo ricovero a Zurigo nel 1904 per una grave forma di isteria.
Qui la paziente conosce il giovane medico Carl Gustav Jung, che, mettendo in pratica i nuovi metodi di psicoanalisi sviluppati da Freud, riuscirà a guarirla. Sabina comincia ad interessarsi di psicoanalisi lei stessa, e nasce così un’intensa relazione amorosa tra lei e Jung.
Ma, constatato che il suo amato Carl, sposato e con due figli, pur innamorato è preda di dubbi morali, Sabina fa scoppiare uno scandalo. I due, infine, si separano.
Nel film è presente il quadro di Klimt Giuditta II (1909), che la Spielrein usa come esempio della propria idea di connubio fra Eros e Thanatos.
Distribuzione
Presentato in anteprima il 27 settembre 2002 al Siena Film Festival, è uscito nelle sale a cominciare dal 17 gennaio 2003.[2]
Riconoscimenti
2003 – David di Donatello
Nomination Migliore produttore a Elda Ferri
Nomination Migliore fotografia a Maurizio Calvesi
Nomination Migliore scenografia a Giantito Burchiellaro
Nomination Migliori costumi a Francesca Livia Sartori
2003 – Nastro d’argento
Nomination Migliore sceneggiatura a Roberto Faenza
Nomination Migliore scenografia a Giantito Burchiellaro
Nomination Migliori costumi a Francesca Livia Sartori
2003 – Globi d’oro
Nomination Migliore film a Roberto Faenza
Nomination Migliore regista a Roberto Faenza
2003 – Premio Flaiano[3]
Premio del pubblico per il miglior film a Roberto Faenza
Miglior interprete femminile a Emilia Fox
Miglior fotografia a Maurizio Calvesi
“Quando mi si dice che sono un sapiente, o un saggio, mi rifiuto di crederlo. Un uomo una volta immerse un cappello in un fiume e lo ritrasse colmo d’acqua. Che cosa vuol dire? Non sono quel fiume. Sono in riva al fiume, ma non faccio nulla. Altri si trovano sulla riva dello stesso fiume, ma molti di loro pensano di doverlo fare essi stessi. Io non faccio nulla. Non penso mai di essere colui che si debba preoccupare che le ciliegie abbiano gambi. Sto lì a guardare e ammiro ciò che la natura sa fare.
C’è una bella antica leggenda di un rabbino. Uno studente andò da lui e disse: “Nei tempi passati vi furono uomini che videro Dio in faccia. Perché questo non succede più?” Il rabbino rispose: “Perché oggi nessuno sa chinarsi tanto.” Bisogna chinarsi un poco, per attingere l’acqua dal fiume.
I muri divisori
La differenza tra me e la maggior parte degli altri uomini è che per me i “muri divisori” sono trasparenti. È questa la mia caratteristica. Altri ritengono i muri così spessi, che al di là di quelli non vedono nulla, e perciò credono che non vi sia nulla. In un certo qual modo io percepisco i processi che si verificano nel profondo, e da ciò deriva la mia certezza interiore. Chi non vede nulla non ha nessuna certezza, e non può pervenire a nessuna conclusione, o non può fidarsi delle sue conclusioni.
Non so che cosa mi abbia consentito di percepire la corrente della vita. Probabilmente l’inconscio stesso, o forse i miei primi sogni. Essi hanno deciso il mio cammino fin dall’inizio. La conoscenza dei processi del profondo ha ben presto plasmato la mia relazione col mondo.
Fondamentalmente fu già nella mia infanzia quella che è oggi.
Da bambino sentivo di essere solo, e lo sono ancora oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono conoscer nulla.
La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili.
La solitudine
La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell’inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.
Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.
È importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. Riempie la vita di qualcosa di impersonale, di un numinosum. Chi non ha mai fatto questa esperienza ha perduto qualcosa d’importante.
L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili, e non solo quelle che accadono nell’ambito di ciò che ci si attende.
Ho penato molto a tener dietro ai miei pensieri. C’era in me un demone, e alla fine la sua presenza si è dimostrata decisiva. Mi dominava, e se a volte sono stato spietato, ciò è dipeso dal fatto che ero nelle sue mani. Non ho mai potuto posarmi, una volta raggiunta una meta. Ero costretto a proseguire per raggiungere la mia visione. E i miei contemporanei, non potendo naturalmente percepire la mia visione, hanno solo visto uno che correva all’impazzata.
Ho offeso molta gente, perché non appena mi accorgevo che non mi capivano, per me era finita. Dovevo procedere per la mia strada.
Non avevo pazienza con gli uomini, ad eccezione dei miei pazienti.
Dovevo obbedire a una legge interna che mi si imponeva senza lasciarmi libertà di scelta. Naturalmente non sempre le ho obbedito. Chi potrebbe vivere senza essere mai incoerente?
Fui sempre presente e vicino per molti uomini, fino a che avevano qualche rapporto con il mio mondo interiore; poi poteva accadere che non fossi più vicino a loro, perché non vi era più nulla che ci legasse. Appresi a fatica che gli uomini continuavano ad esistere anche quando non avevano più nulla da dirmi.
Molti suscitarono in me un sentimento di viva umanità, ma solo quando apparivano nel cerchio, magico della psicologia; subito dopo, non appena i raggi del riflettore si rivolgevano altrove, non vi era più nulla da vedere. Fui capace di interessarmi intensamente di molti uomini; ma non appena ero penetrato in loro, l’incantesimo finiva.
In tal modo mi feci molti nemici.
Un uomo dotato di spirito creativo
Ma un uomo dotato di spirito creativo ha poco potere sulla sua vita. Non è libero. È incatenato e spinto dal suo demone. Questa mancanza di libertà è stata per me un gran tormento.
Spesso mi è sembrato d’essere su un campo di battaglia, dicendo: “Sei caduto, mio buon camerata, ma io devo andare avanti! Non posso, non posso restare. “Ché terribilmente ci strappa il cuore.” Ti voglio bene, anzi ti amo, ma non posso restare.” È una cosa straziante. E sono io l’offerta sacrificale; non posso restare. Ma il demone fa in modo che ne usciamo felicemente e la benedetta incoerenza fa sì che, in flagrante contrasto con la mia “infedeltà”, possa ugualmente mantenere la fede in misura insospettata.
Forse potrei dire: ho bisogno degli uomini molto più degli altri, e al tempo stesso molto meno.
Quando il demone è all’opera, si è sempre troppo vicini e troppo lontani. Solo quando tace si può tenere il giusto mezzo. Il demone della creatività è stato con me spietato. Le imprese comuni che ho progettato di solito hanno avuto cattiva sorte, sebbene non dovunque e non sempre.
Per una forma di compensazione, credo, sono conservatore al massimo grado. Ancora riempio la pipa servendomi del recipiente per il tabacco che usava mio nonno, e ancora conservo il suo Alpenstock, con in cima un corno di camoscio, che egli portò da Pontresina, dove era stato uno dei primi ospiti di quella stazione climatica. Sono soddisfatto del corso preso dalla mia vita. È stata ricca, e mi ha dato molto. Come avrei potuto attendermi tanto? Non mi sono accadute che cose inaspettate.
Molto avrebbe potuto essere diverso se io stesso fossi stato diverso. Ma tutto è stato come doveva essere; perché tutto è avvenuto in quanto io sono come sono. Molte cose si sono realizzate secondo i miei progetti, ma non sempre a mio vantaggio ma quasi tutto si è svolto naturalmente e per opera del destino.
Devo pentirmi di molte stupidaggini provocate dalla mia ostinazione; ma se non fossi stato ostinato non avrei raggiunto la mia meta.
E così sono deluso e non lo sono. Sono deluso degli uomini e di me stesso. Dei primi ho appreso tante cose sorprendenti, e di me ho fatto più di quel che mi aspettassi. Non posso pronunciare un giudizio definitivo perché il fenomeno della vita e il fenomeno dell’uomo sono troppo grandi. Quanto più sono divenuto vecchio, tanto meno ho capito, o penetrato o saputo di me stesso.
Sono stupito, deluso, compiaciuto di me; sono afflitto, depresso, entusiasta.
Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme.
Sono incapace di stabilire un valore o un non-valore definitivo; non ho un giudizio da dare su me stesso e la mia vita. Non vi è nulla di cui mi senta veramente sicuro. Non ho convinzioni definitive, proprio di nulla.
So solo che sono venuto al mondo e che esisto, e mi sembra di esservi stato trasportato. Esisto sul fondamento di qualche cosa che non conosco. Ma, nonostante tutte le incertezze, sento una solidità alla base dell’esistenza e una continuità nel mio modo di essere. Il mondo nel quale siamo nati è brutale e crudele, e al tempo stesso di una divina bellezza. Dipende dai nostro temperamento credere che cosa prevalga: il significato, o l’assenza di significato.
Se la mancanza di significato fosse assolutamente prevalente, a uno stadio superiore di sviluppo la vita dovrebbe perdere sempre di più il suo significato; ma non è questo – almeno così mi sembra il caso. Probabilmente, come in tutti i problemi metafisici, tutte e due, le cose sono vere: la vita è – o ha – significato, e assenza di significato. Io nutro l’ardente speranza che il significato possa prevalere e vincere la battaglia.
Lao Tse
Quando Lao Tse dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime ciò che io provo ora, nella mia vecchiaia avanzata.
Lao Tse è l’esempio di un uomo di una superiore intelligenza, che ha visto e provato il valore e la mancanza di valore, e che alla fine della sua vita desidera tornare nel suo proprio essere, nell’eterno inconoscibile significato.
L’archetipo dell’uomo vecchio che ha visto abbastanza è sempre vero. Questo tipo appare a qualsiasi livello di intelligenza, e i suoi tratti sono sempre gli stessi, sia egli un vecchio contadino o un grande filosofo come Lao Tse. Così è la vecchiaia, dunque limitazione.
Eppure vi sono tante cose che riempiono la mia vita: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte, e l’eterno nell’uomo. Quanto più mi sono sentito incerto di me stesso, tanto più si è sviluppato in me un senso di affinità con tutte le cose.
Mi sembra, infatti, che quell’alienazione che per tanto tempo mi ha diviso dal mondo si sia trasferita nel mio mondo interiore, e mi abbia rivelato una insospettata estraneità con me stesso”.
“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
Attacco di Panico
Il Disturbo di Panico è caratterizzato dalla presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti per un periodo di almeno un mese da:
preoccupazione persistente di avere altri attacchi anticipati da sensazioni di ansia,
preoccupazioni relative a possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi di panico come perdere il controllo, avere un infarto o impazzire, con sensazioni di depersonalizzazione,
cambiamenti significativi del proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, con evitamento attivo delle situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Generalmente si instaura un circolo vizioso in quanto i sintomi mentali e cognitivi peggiorano i sintomi fisici e viceversa.
La frequenza e la gravità degli attacchi di panico sono ampiamente variabili.
L’Attacco di Panico
in particole il primo episodio viene vissuto come un’ esperienza terribile, improvvisa ed inaspettata, e non è infrequente che il soggetto, terrorizzato, si rechi al pronto soccorso.
Immediatamente la paura di un nuovo attacco di panico diventa dominante e tale “paura della paura” è responsabile della tendenza all’evitamento di tutte le situazioni ritenute pericolose ed il paziente diviene schiavo del suo disturbo, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che può sfociare, a sua volta, ad una depressione secondaria.
Le limitizioni
Talvolta, diventa praticamente impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus, aereo, metropolitana o guidare l’auto, guidare nei tunnel, sui ponti stare in mezzo alla folla o in coda, in banche, ascensori, supermercati.
Simili modalità di comportamento risultano, quindi, molto limitanti per la vita del soggetto e responsabili, in alcuni casi, anche di serie difficoltà nei rapporti interpersonali.
Gli attacchi di panico, come alcune forme di ansia e di depressione, sono la formula più comune è più diffusa per esprimere una difficoltà di adattamento alla realtà.
Un rifiuto all’adesione omologata, una ribellione del vero sè all’appiattimento.
Il farmaco svolge un ruolo accessorio e di supporto nella fase più grave, tuttavia è il solo vero ascolto attraverso l’analisi e l’esperienza della vita stessa, che riattiva le risorse individuali, quando la situazione non è ancora cronicizzata.
quindi, si propone di individuare gli eventi che scatenato gli attacchi di panico nell’individuo, coglierne i vissuti correlati e il significato che questi eventi assumono nella narrazione di vita dello stesso.
La persona che comprende di avere un problema, ad esempio espresso negli attacchi di panico, che impedisce la spontanea espressione di tutte le sue potenzialità è una persona che soffre e ha sofferto, la sua storia di vita lo ha portato a trovare forme di adattamento che si rivelano poi essere la fonte del sintomo.
“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
Vi informo che da lunedi 8 giugno sarà possibile riprendere le sedute in studio.
Per la sicurezza e la tranquillità di tutti sono previsti i seguenti cambiamenti:
gli eventuali dispositivi di sicurezza, come le mascherine e il gel disinfettante, si potranno trovare in studio qualora ne siate sprovvisti.
Le poltrone saranno distanziate di più 2 metri e le finestre saranno socchiuse per garantire il ricircolo dell’aria pur garantendo la privacy.
Non sarà misurata la temperatura ma vi chiedo di comunicarmi anticipatamente eventuali sintomi, in questo caso la seduta potrà essere effettuata on-line e per nessun motivo sarà sospeso il sostegno psicologico.
E’ possibile (anzi preferibile) nei mesi di giugno e luglio, fissare appuntamenti il sabato pomeriggio, oltre al lunedi il martedi e il giovedi in orari da concordare.
Sempre da lunedi 8 giugno e fino a fine luglio, chi decide di proseguire le sedute on-line avrà una riduzione della parcella del 20% (non cumulabile con riduzioni già in essere).
La prima seduta è consigliabile effettuarla di persona in studio e poi decidere di comune accordo se è il caso di proseguire il percorso on-line ma è comunque possibile, con accordi comuni, effettuare, in modalita video, anche la prima seduta.
Sarà fatto tutto il possibile per soddisfare tutte le richieste.
Donato Saulle
cell. 3477966388
“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2020/06/riapertura-studio-con-bordo-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2020-06-03 12:15:512020-06-04 09:57:51RIAPERTURA STUDIO VIA SAN VITO, 6 – MILANO
«Modificare il passato non è modificare un fatto isolato;
è annullare le sue conseguenze,
che tendono ad essere infinite.
In altre parole:
è creare due storie nuove e universali.»
“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è stato uno scrittore, poeta, saggista, traduttore, filosofo e accademico argentino.
Le opere di Borges hanno contribuito alla letteratura filosofica e al genere fantastico.
È ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo, ispirato tra gli altri da Macedonio Fernández, Rafael Cansinos Assens, dalla letteratura inglese (Chesterton, Kipling, Stevenson, Wells, De Quincey, Shaw), da quella tedesca (Schopenhauer, Heine, Kafka) e dal taoismo.
Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”.
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