Pellicola biografica ispirata alla figura della psicoanalista russa Sabina Spielrein e al suo rapporto sia terapeutico che amoroso con Jung. Gli interpreti principali sono Emilia Fox e Iain Glen.
Trama
Marie e Fraser, due giovani studiosi, l’una francese e l’altro scozzese, fanno reciproca conoscenza mentre si trovano entrambi a Mosca per svolgere ricerche sulla vita della psicoanalista russa Sabina Spielrein. I due ricostruiscono insieme la vita di Sabina, a partire dal suo ricovero a Zurigo nel 1904 per una grave forma di isteria.
Qui la paziente conosce il giovane medico Carl Gustav Jung, che, mettendo in pratica i nuovi metodi di psicoanalisi sviluppati da Freud, riuscirà a guarirla.
Sabina comincia ad interessarsi di psicoanalisi lei stessa, e nasce così un’intensa relazione amorosa tra lei e Jung. Ma, constatato che il suo amato Carl, sposato e con due figli, pur innamorato è preda di dubbi morali, Sabina fa scoppiare uno scandalo. I due, infine, si separano.
Tematiche
Nel film è presente il quadro di Klimt Giuditta II (1909), che la Spielrein usa come esempio della propria idea di connubio fra Eros e Thanatos.
Distribuzione
Presentato in anteprima il 27 settembre 2002 al Siena Film Festival, è uscito nelle sale a cominciare dal 17 gennaio 2003.
“Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” C. G. Jung
NELL’INCONSCIO DI JUNG
Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.
Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.
Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza. Attraversa tutto il suo pensiero.
Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza. Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.
È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva. L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.
Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.
La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore. Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.
Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero. Non chiude. Lascia aperto.
Il centro del suo pensiero
Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere. È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.
Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.
Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.
Il disagio psichico
I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia. Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.
Nascono soprattutto nel presente.
Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita — quando non riesce ad adattarsi all’ambiente, o a trasformarlo secondo le proprie esigenze — si crea una frattura.
Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.
Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche. E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.
Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete: modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.
Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato. Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.
Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.
Il rapporto con l’inconscio
Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio. Né di evitarlo.
Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.
Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.
Questo movimento non porta a una sintesi pacificata. Porta a una coesistenza: tra razionale e irrazionale, tra introversione ed estroversione, tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.
Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità. Non è rendere tutto chiaro.
È integrare.
Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.
Il sintomo
In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.
È già, in sé, un tentativo.
Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.
Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere. Si tratta di seguire.
Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.
Non è fuori.
È coinvolto.
Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.
Non dirige. Non interpreta dall’alto.
Sta dentro.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
“Il linguaggio, prima si significare qualcosa, signfica per qualcuno. J. Lacan
Jaques Lacan
Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.
Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto. È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola. Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.
La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso. Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.
Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo. Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge. Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.
Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono. È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.
La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo. È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso. È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato. E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.
Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro. Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.
Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia. Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie. Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.
Il soggetto non si costituisce mai da solo. Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento. È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.
Lo si vede già all’inizio della vita. Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto. È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale. E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.
Ma in questo passaggio qualcosa si perde. Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura. Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.
Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta. Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.
Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto. Non è un seme che contiene in sé il proprio destino. È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.
Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.
Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio. Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.
Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.
Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere. È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.
Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede. Si affaccia, si interrompe, si nasconde. Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.
E proprio per questo non può essere detta tutta. Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.
Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti. Al contrario, è quello di non saturare la domanda.
Di restituirla, ogni volta, al soggetto.
Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio. E, forse, ancora di più per non amare gli altri.
Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro. Relazioni in cui si prende, più che incontrare.
Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.
A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore. Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.
Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.
Forse si può pensare all’amare come a una disposizione. Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere. Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.
Eppure questa apertura non è scontata. Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare. Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.
Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro. E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi. O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.
Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza. Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.
Non con compassione — che spesso tiene distanza — ma con interesse.
Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori. Ma non è detto.
E non è mai definitivamente perduto. Può accadere anche più tardi, nella vita. Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.
E quella resta un’esperienza decisiva.
Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare. Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro. Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.
E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.
Non ci fidiamo di lui. Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.
E allora acceleriamo. Abbiamo fretta. Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.
Ma l’amore non si addestra. Non si trasmette come una tecnica.
Può essere offerto. Può essere incontrato. A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.
Ma non si può imporre.
E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.
Fortunatamente.
Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti. Non può essere una forma migliore di controllo.
Può essere solo uno sguardo diverso.
Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende. Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.
Un’alternativa che non si impara, ma si sente.
Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste. Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.
* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati felice di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.” M. Erickson
Milton Erickson
Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).
E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.
A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.
I racconti di Erickson
Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.
Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.
E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.
Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.
Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2018/02/La-mia-voce-ti-accompagnerà-Erikson-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-03-18 20:10:492020-12-04 17:23:45LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson
Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.
Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.
Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.
Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».
Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine: “Nocturnos” – Ricardo Cinalli
La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:
da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui
e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.
Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.
Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.
Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.
Per comprenderli è necessario avere una certa famigliarità con aspetti basilari della teoria psicoanalitica, della struttura, della funzione e della evoluzione della psiche – cioè della mente.
Inizieremo quindi con il riassumere molto brevemente alcuni concetti base della teoria psicoanalitica come conscio, inconscio e preconscio.
La differenza di questi concetti è relativa e i tre termini indicano gradi variabili di accessibilità alla consapevolezza.
Il termine conscio si riferisce a quelle funzioni mentali (impulsi, ricordi, pensieri, sentimenti, percezioni) di cui una persona è consapevole in un certo momento.
Il termine inconscio si riferisce a quei processi psicologici di cui una persona è inconsapevole e dei quali non è in grado di divenire consapevole mediante uno sforzo di volontà.
Il termine preconscio si riferisce alle funzioni mentali di cui la persona è inconsapevole in un certo momento ma delle quali può divenire consapevole mediante i suoi ricordi, concentrando l’attenzione, o se qualcuno glie lo rammenta.
Lo sforzo intenzionale per diventare consapevoli di un contenuto preconscio può avere un successo immediato, richiedere qualche minuto, ore e a volte addirittura giorni. Talvolta può essere necessario l’aiuto di altre persone, come nel caso di una discussione tra amici, in cui uno di essi non riesce a ricordare un nome.
Di solito un nome viene escluso in questo modo dalla coscienza perchè un certo motivo o desiderio, magari anche superficiale, banale o semplicemente sgradevole, viene associato al nome e interferisce con il fatto che questo divenga conscio ed espresso.
In altri casi varie funzioni psicologiche vengono mantenute preconsce, cioè fuori dalla consapevolezza, allo scopo di poter meglio concentrare l’attenzione su un compito o una questione urgente.
Ad esempio quando un individuo scrive una importante lettera di affari egli esclude dalla consapevolezza tutte le altre faccende più o meno urgenti.
Se altre sensazioni e motivazioni venisse consentito di accedere alla coscienza esse finirebbero per avere un effetto distraente sull’attenzione, con un risultato negativo per ciò che si sta eseguendo.
Per scrivere la lettera nel modo migliore, la persona deve escludere dalla consapevolezza tutto il resto: motivazioni, pensieri, ricordi e sensazioni. Talvolta impulsi preconsci o inconsci, che sono personalmente inaccettabili, diventano così intensi e premono con vigore per essere espressi, che possono finire per entrare nella consapevolezza conscia o trovare espressione anche contro la volontà della persona in questione.
In questo senso i meccanismi di difesa possono diventare una minaccia per la capacità del soggetto di tenere sotto controllo la propria mente.
Il termine meccanismi di difesa si riferisce invece a varie attività psicologiche (come la rimozione, la razionalizzazione, l’inibizione o l’isolamento dell’affetto; alcuni dei quali approfondiremo in dettaglio in un prossimo post) che scattano in modo automatico e involontario mediante le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. Escludendo l’impulso dalla consapevolezza, egli ne rende un poco più improbabile l’espressione.
Secondo la teoria psicoanalitica, un impulso è sufficientemente inaccettabile perchè siano attivati dei meccanismi di difesa allorchè, secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza morale.
Di conseguenza quando un simile impulso preme per trovare espressione, l’individuo diventa apprensivo, proprio come farebbe in qualsiasi situazione realmente pericolosa.
La valutazione delle potenziali conseguenze di un impulso non implica un processo conscio o intenzionale. Esso, al contrario, è spontaneo, automatico, e si svolge al di fuori della consapevolezza. Il giudizio può essere confortato da considerazioni realistiche, oppure essere basato interamente su punti di vista irrazionali o infantili circa le conseguenze dell’impulso e la reazione anticipata degli altri a esso. In che misura il giudizio sia razionale o irrazionale dipende dalle precedenti esperienze di vita della persona. Qualunque impulso che, in modo più o meno corretto, sia stato associato con la minaccia di disapprovazione, punizione o ritorsione verrà considerato come pericoloso.
Sebbene evocati dal bisogno di evitare la minaccia di una possibile perdita di controllo su di un impulso inaccettabile, i meccanismi di difesa possono continuare a operare anche dopo che la minaccia originaria è scomparsa. La difesa può perciò diventare abituale e trincerarsi fermamente entro la struttura caratteriale della persona e nel suo modo abituale di comportarsi.
Bisogna infine da sottolineare il fatto che i meccanismi di difesa hanno una funzione evolutiva e sono collegati alla sopravvivenza stessa dell’individuo, per questo motivo le difese vanno rispettate, è necessario tuttavia comprenderle e superarle in particolar modo quando si percepisce che queste non sono più funzionali al benessere e si trasformano in un sintomo di malessere psicologico impedendo la libera espressione della propria personalità e un contatto armonico e flessibile con sè stessi e con gli altri.
“Il fondamento della vergogna non è il nostro sbaglio personale,
ma che tale umiliazione sia visibile a tutti.” Milan Kundera.
Il senso della vergogna viene descritto come:
– un turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere, o effettivamente riceve, una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri,
– un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati,
– un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati,
– il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili.
La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell’azione.
La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: viene violato ciò con cui ci si copre per proteggere l’intimità del proprio sé e l’immagine diventa improvvisamente evidente all’occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non ci si sarebbe voluti mostrare.
Spesso l’individuo mette in atto modificazioni nello stile di vita di relazione che tendono a limitare la libertà di azione, per timore di dover fare i conti con questa condizione emotiva disagevole.
Centrale quindi nello sviluppo e nel mantenimento del problema è la paura del giudizio dell’altro, probabilmente per le esperienze precoci di invalidazioni di vissuti emotivi fondamentali.
Questi sentimenti dolorosi hanno come conseguenza l’orientarsi verso stili di vita caratterizzati da timidezza e distacco dagli altri.
Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è una emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia).
Funziona prevalentemente per accessi, del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé.
Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova speculare vergogna o imbarazzo di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno, ci si vergogna di parenti o amici.
Queste caratteristiche rendono difficile l’ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza e accettazione da parte di chi la sperimenta: si tende più facilmente a fuggirlo.
Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l’autogiudizio e l’autocondanna.
L’intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, a volte invidia o depressione, apatia, ritiro.
Inoltre la vergogna si pone sul crinale tra intrapsichico ed interpersonale: si tratta infatti di un sentimento che riguarda contemporaneamente la sfera della massima intimità dell’individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall’altro.
Quindi il senso di vergogna mette in relazione l’esperienza intrapsichica con quella interpersonale, la sfera narcisistica e la sfera cosiddetta oggettuale, ponendosi su un terreno di mediazione tra i due versanti, che del resto sono sempre intimamente intrecciati.
Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui io mi percepisco irrimediabilmente perdente, mentre l’altro – generalmente un altro significativo – diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale.
Un’altra manifestazione che tende a difendere il sé dalla vergogna è la rabbia. Questa si presenta come un bisogno incoercibile di vendicare un torto vissuto, come una ferita narcisistica allo sviluppo affettivo del sé, che ha generato un profondo senso di umiliazione (Kohut, 1971). Molte volte la rabbia si presenta in forme più sottili, ad esempio attraverso il sarcasmo o l’ironia, ed ha la funzione di far provare all’altro il senso di umiliazione e vergogna che si è sperimentato.
Alcuni psicoanalisti americani hanno descritto il cosiddetto “ciclo della vergogna-rabbia”: in questo ciclo accade che ci si vergogna di se stessi, del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro, e che tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento e rabbia verso l’altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso.
Per quanto riguarda la relazione interpersonale, quando è presente il senso di vergogna, si tratta di una relazione che non è, o non è ancora, reciproca, intersoggettiva, dove l’uno e l’altro siano percepiti entrambi soggetti, con uguale diritto di esistenza, pur nella diversità, bensì di una relazione fortemente asimmetrica, del tipo soggetto-oggetto, dove l’Altro, quello vincente, da cui ci si sente guardati (male) è il Soggetto, percepito come giudicante, sprezzante, svilente nei confronti dell’oggetto che sta osservando, quell’oggetto fallito, difettoso, insignificante, patetico e ridicolo che è esattamente ciò con cui chi prova vergogna si sta identificando.
La vergogna sta qui ad indicare lo scacco subito, il senso di indegnità avvertito da chi riceve, o presume di ricevere, un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.
Interessante a questo proposito è l’interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna.
Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell’altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.
La vergogna scrive “non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente, cristallizzato che sono io per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione degli altri per essere ciò che sono”.
Il sentimento di vergogna, sia quella che subiamo e sia quella che, più o meno inconsciamente, tendiamo ad indurre e ad alimentare, può gradualmente ridurre i suoi effetti invalidanti, nella misura in cui favoriamo il crescere, nelle nostre relazioni, della consapevolezza e dell’attenzione per la propria e l’altrui soggettività.
La consapevolezza cioè del fatto che pur essendo in questo momento oggetto del mio sguardo, l’altro continua a mantenere una propria autonomia, una propria soggettività, che fa sì che esso non si esaurisca mai totalmente in ciò che io vedo.
Mantenere la consapevolezza del mistero che ciascun soggetto continua ad essere, per se stesso e per l’altro, della molteplicità di aspetti che non sono mai del tutto evidenti ed oggettivi, la consapevolezza cioè di uno svelamento ulteriore sempre possibile e mai completamente esaurito.
E qui torna spontaneamente ad imporsi all’attenzione quell’aspetto della vergogna che sembra portare in sé il passaggio evolutivo di affermazione della soggettività che spinge a difendere il proprio Sé, e di conseguenza quello altrui, da intrusioni invasive nella sfera dell’intimità.
Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli, ( i “capri espiatori” ) che sono spesso identificati per razza, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza e orientamento sessuale, che hanno il fine di scaricare la frustrazione comune per mantenere il precario equilibrio di società e di persone scarsamente evolute.
All’interno di queste identità sociali il sentimento della vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito e può nascondersi anche dietro marcate dichiarazioni di appartenenza.
Questo sentimento di vergogna è anche inevitabilmente la risposta ad uno sguardo purtroppo oggettivante di chi, sentendosi “il Soggetto” tende a rendere l’altro “cosa”, spogliandolo del suo diritto di soggetto.
Credo sia necessario riconoscere la responsabilità dello sguardo, del modo di guardare, di pensare e di parlare a noi stessi, all’altro, al mondo, con il fine di ridurre “l’effetto Gorgone” da cui siamo circondati, ovvero “lo sguardo che pietrifica”, immagine simbolicamente evocativa della sofferenza connessa al sentimento della vergogna.
Fonti:
Agnese Galotti -Vergogna e immagine di sè
http://www.geagea.com/52indi/52_08.htm
Umberto Galimberti – Psicologia – Garzanti
Meterangelis G. – La Vergogna e le organizzazioni narcisistiche patologiche (2011)
“Rifugi della Mente – Processi di sviluppo”
Immagine: Ricardo Cinalli – Risurrezione
Le forme di abuso e di maltrattamento possono essere considerate da diversi punti di vista. In questo post vengono presi in considerazione quegli abusi costanti e striscianti, insiti in forme di comunicazioni e di relazioni tossiche, malsane e malate.
Vengono quindi prese in considerazione in modo primario le forme di abuso psicologico e solo marginalmente si parlerà di quelle forme che sfociano, in minaccia o atto, di abuso fisico o sessuale.
In questa ottica si considera fondamentale separare gli atti posti in essere con cosciente e consapevole volontà di causare un danno psicologico a un altro essere umano da quegli atti, e sono la maggior parte, che sono agiti in modo inconsapevole o inconscio ma che esitano comunque e sempre in una condizione di malessere in chi li subisce e, pur in maniera diversa, anche in chi li commette.
Fernandez definisce l’abuso come “azione violenta che, condotta con intenzione e direzionalità, cerca di causare danno a una persona”.
In realtà non è sempre vero che l’abusante abbia sempre una consapevolezza intenzionale e come fine principale quello di procurare un danno (che comunque provoca e di cui sottovaluta le conseguenze), sembra però che a volte la spinta emotivo-affettiva si organizzi attorno a:
– sentimenti di onnipotenza;
– bisogno di sottomettere ed anche annichilire l’altro;
– bisogno di controllo assoluto sulla vita dell’altro;
– scaricare un desiderio distorto, caratterizzato cioè da una deformazione o deviazione dello stimolo rivolto a procurare un danno;
– comportamenti appresi nella sfera famigliare, subiti prima e riproposti poi.
Queste osservazioni riportano al quesito non risolto se si tratti di un atto istintivo che ha un valore in sé oppure se, al contrario, sia il risultato di un retroscena ampiamente psicopatologico (naturalmente ci sono i casi, che vanno chiariti, nei quali si può riscontrare una vera volontà di delinquere) che non è argomento di questo post.
Quando l’abuso si riferisce a un danno provocato, l’uso della parola non è corretto per cui bisognerebbe parlare di violenza che può essere agita sia sul corpo che sulla organizzazione psico-affettiva.
Quando l’abuso viene perpetrato involontariamente e con modalità velate, oscure o inconsce tutto diventa più complesso in quanto l’attore, e spesso la persona che subisce, non percepiscono la gravità delle conseguenze psicologiche che provocano questi atteggiamenti di continua e costante svalutazione.
La violenza psicologica si mette in atto provocando continuamente la vittima, con offese, denigrando, con il disprezzo e con l’umiliazione ma anche con il sarcasmo. Inculcando nella sua mente il seme dell’ossessione e dell’insicurezza, limitando la vittima della sua libertà o della sua intimità. Mentendo o mettendo l’accento sugli aspetti della realtà più svalutanti, con l’esclusione dal potere decisionale e spesso con l’isolamento.
In alcuni casi si possono rilevare modalità disfunzionali che coinvolgono interi sistemi familiari nella attuazione inconscia di comportamenti prevaricanti e non rispettosi dei confini e dei limiti di un singolo componente del nucleo familiare che, spesso, se segnala il proprio senso di disagio viene escluso o allontanato dal nucleo. Allontanarsi da un nucleo disfunzionale è a volte inevitabile ma nei casi di esclusione subita, senza aver compreso, anche a livello solo razionale, le dinamiche sottostanti, questo viene vissuto con sensi di colpa (una colpa senza nome) e non integrato in una visione di Sè e della propria biografia dotata di senso.
Dobbiamo quindi parlare di un trauma che riguarda per lo più la sfera psico-mentale e che coinvolge sia la potenzialità dell’attore che quella di chi subisce il trauma.
Una azione può risultare più traumatica se agita in pubblico, piuttosto che in privato, anche perché può essere più incisiva se suscita sensi di vergogna.
Può diventare traumatico non solo un atteggiamento attivo, ma anche una negligenza, una mancanza ed anche un semplice allontanarsi, un atteggiamento, una modalità anche non verbale.
L’azione traumatica può diventare tale se il soggetto si trova impreparato (da una azione imprevedibile) o in una condizione anche temporanea di debolezza (per es. un trauma verbale in una persona anziana, temporaneamente indifesa perché depressa o agitata per altri motivi) o incapace di sopportare l’ira, il sarcasmo o la fredda indifferenza dell’attore.
Anche un eccesso di accudimento può esitare nelle conseguenze di un abuso. Un dare continuamente senza lasciare il tempo di formulare e a volte nemmeno di pensare il bisogno. Saturare una richiesta prima che venga espressa. Soddisfare dei bisogni o prevenirli porta a soffocare la domanda e quindi il soggetto non può che allontanarsi o protestare per far comprendere, magari per vie negative la vera domanda.
In forma leggera la situazione è probabilmente più frequente di quanto si pensi ed è ampiamente sottovalutata perchè non causa evidenti problemi fisici immediati. La manifestazione più severa dell’ipercura è la sindrome di Münchausen per procura, in questo caso si attribuisce, generalmente al bambino, sintomi e malattie di cui non soffre realmente, ma che sono piuttosto il frutto di una convinzione distorta, radicata nello stato di salute fisica e psicologica del genitore che trasferisce su di lui (per procura) il proprio stato e la propria convinzione di malattia.
Il trauma non produce generalmente danni fisici, e quindi visibili, immediati (se si eccettuano i momentanei stati d’ansia), ma successivamente si possono provocare:
– perdita dell’equilibrio psico-mentale;
– diminuzione del senso di sicurezza o condizioni di paralizzante insicurezza;
– paura di aver perso le proprie capacità mentali;
– sensazione di incapacità od insufficienza ad assolvere i propri compiti;
– convinzione di essere la causa di questo accadimento;
– diminuzione dell’autostima e perdita del senso di auto-soddisfazione;
– sentirsi senza via d’uscita,
– ridurre l’empatia e la dimensione dell’intimità.
– sentimenti di vergogna e colpevolezza
– ritiro sociale e abuso di sostanze
La violenza verbale può assumere anche aspetti di abuso se:
– svalorizza l’altro nelle sue capacità psico-fisiche, attitudini, potenzialità;
– blocca o devia gli argomenti dell’altro;
– ribatte ogni giustificazione;
– irride o minimizza i valori dell’altro;
– giudica e critica in maniera incontrovertibile, rifiutando ogni tipo di dialogo;
– confonde l’altro con argomentazioni ossessive;
– erode la fiducia e la determinazione dell’altro;
– insulta o alza smodatamente la voce;
– minaccia di passare alla compulsività fisica;
– approfitta di leggere dimenticanze, usando anche la manipolazione.
Le caratteristiche della violenza riguardano:
– produrre risposte d’angoscia: questa si definisce come risposta emotiva intensa, automatica e inconscia;
– incutere paura, che è una risposta mediata (non automatica), elaborata da processi personali consci ed inconsci e che, quindi, ha le caratteristiche che l’assimilano ai sentimenti;
– provocare uno stato di terrore nel quale è implicito un senso di impotenza totale che nei casi più gravi può far sentire di essere di fronte ad una esperienza catastrofica o ad una morte inevitabile.
A volte queste esperienze sono isolate e spurie, anche se quando accadono possono essere traumatiche. Una situazione diversa si presenta invece quando si è esposti a queste forme di legami per lungo tempo e a poco a poco ci si abitua a tale situazione e la si aspetta. Questo, naturalmente, vale sopratutto per l’infanzia, che è il periodo in cui i bambini hanno la tendenza a concludere che quello che accade a loro, accade in tutto il mondo – quindi quello che accade a loro è, e diventa, per così dire, la legge dell’universo e la propria visione del mondo. E’ dunque chiaro che in questi casi non si tratta di un trauma isolato; siamo piuttosto di fronte a un modello ben determinato di interazione. Si può meglio capire la qualità interattiva di questo modello se si tiene presente che il doppio legame nell’adulto non può essere – per la natura della comunicazione umana – un fenomeno unidirezionale.
L’indice dell’importanza della violenza tiene poi conto del soggetto verso il quale l’azione viene agita, proprio perché, per esempio, un bambino o un anziano sono più vulnerabili di un adulto e un disabile ha meno capacità di difendersi.
Inoltre, le percezioni personali riguardo alla violenza si legano inesorabilmente alla percezione del livello di potenzialità aggressiva dell’attore sia per sé che per il ruolo che lo caratterizza e, quindi, sulle possibili ritorsioni in caso di autodifesa, di reazioni di contenimento o aggressive a loro volta.
Spesso si assiste a una notevole sottovalutazione del fatto che persone con problematiche personali ed emotive non risolte, e con scarse possibilità di risolverle da sole, producano comportamenti non empatici e non rispettosi dei limiti dell’altro e che questi possono determinare una condizione di abuso e provocare effetti intensi e duraturi negli anni che vengono a volte anche tramandati tra generazioni. L’abuso e il maltrattamento sono fenomeni che non si risolvono con il semplice passare del tempo. Si cronicizzano. E’ necessario superare la paura anche solo di pensarle queste situazioni, evitare di negare che il problema esista o che si possa risolvere da solo.
Anche perchè a volte sono sostenute da persone che credono di possedere una presunta superiorità “morale”.
E’ necessario infine sottolineare che non tutto il dolore è patologia. Spesso il dolore, anzi l’essenza del dolore, è non conoscenza di sé, della propria biografia e delle dinamiche relazionali e comportamentali che fanno parte della propria storia di vita.
Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388Fonte:
Romeo Lucioni, Ida Basso – Nel segno dell’abuso
http://www.slowmind.net/timologinews/abuso3.html
P. Watzlawick, J.H.Beavin, D. Jacson – Pragmatica della comunicazione umana
Umberto Galimberti: Il successo della filosofia – Feltrinelli Editore
http://www.feltrinellieditore.it/news/2003/10/23/umberto-galimberti-il-successo-della-filosofia-2200/
Immagine: Maurizio Bottarelli, Spiaggia nera a Mokau (particolare), 2007
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