“Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” C. G. Jung
NELL’INCONSCIO DI JUNG
Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.
Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.
Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza. Attraversa tutto il suo pensiero.
Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza. Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.
È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva. L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.
Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.
La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore. Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.
Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero. Non chiude. Lascia aperto.
Il centro del suo pensiero
Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere. È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.
Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.
Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.
Il disagio psichico
I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia. Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.
Nascono soprattutto nel presente.
Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita — quando non riesce ad adattarsi all’ambiente, o a trasformarlo secondo le proprie esigenze — si crea una frattura.
Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.
Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche. E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.
Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete: modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.
Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato. Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.
Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.
Il rapporto con l’inconscio
Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio. Né di evitarlo.
Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.
Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.
Questo movimento non porta a una sintesi pacificata. Porta a una coesistenza: tra razionale e irrazionale, tra introversione ed estroversione, tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.
Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità. Non è rendere tutto chiaro.
È integrare.
Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.
Il sintomo
In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.
È già, in sé, un tentativo.
Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.
Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere. Si tratta di seguire.
Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.
Non è fuori.
È coinvolto.
Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.
Non dirige. Non interpreta dall’alto.
Sta dentro.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
lat. anxia femminile di anxius che significa affannoso, inquieto, e a sua volta derivato da ango, passato di anxi che significa stringere, soffocare, e a cui derivano anche angustia e angoscia.
La differenza tra ansia e angoscia è presente solo nelle lingue latine, mentre per la lingua tedesca (Angst) ed inglese (anxiety) sono indistinte. Inoltre solitamente è nell’ambito della psicoanalisi che si usa angoscia, mentre nella psicologia di ispirazione fisiologica e comportamentale è usato il termine ansia.
L’ansia si caratterizza come una condizione di tensione che si manifesta con timore, apprensione, attesa inquieta e, spesso con una serie di correlati fisiologici come tremori, sudorazione, palpitazioni, senso di affaticamento, difficoltà a respirare normalmente.
L’ansia è caratterizzata da:
una attivazione eccitatoria di tipo “tensivo” e “apprensivo” con correlati fisiologici evocanti il senso di sopraffazione, come l’accelerazione dei battiti cardiaci e palpitazioni, aumento di pressione, respirazione veloce, talvolta sino al senso di soffocamento, tensione muscolare e rigidità, o all’opposto astenia, iperproduzione gastrica, iperidrosi (sudorazione eccessiva);
vissuti di paura, timore, inquietudine, insicurezza; produzione di pensieri invasivi, con l’esperienza del non-controllo e disintegrazione.
utilizza per l’ansia un punto di vista descrittivo e la definisce in termini operativi e nei correlati fisiologici, tentando di operare misurazioni o di indagare le aree cerebrali interessate e gli schemi di attivazione.
analizza l’ansia in una prospettiva comprensiva ed esplicativa, e è usualmente definita con il termine “angoscia”. Leonardo Ancona ci ha offerto una prosposta di differenziazione tra angoscia e ansia: l’angoscia si appropria a un processo psichico sostanzialmente diverso da quello dell’ansia.
Infatti l’angoscia corrisponde alla situazione di trauma, cioè ad un afflusso di eccitazioni non controllabili perché troppo grandi nell’unità di tempo; l’ansia corrisponde ad un processo di adattamento di fronte alla minaccia di un pericolo realistico; questo processo è una funzione dell’Io che se ne serve come di un segnale, dopo averla prodotta, per evitare di venire sommerso dall’afflusso traumatico delle eccitazioni. In questo caso l’Io è soggetto attivo in quanto produce l’affetto e se ne serve per trovare adeguati dispositivi di difesa, la carica pulsionale viene strutturalizzata e riprodotta senza base economica, cioè senza attuazione di scarica”.
Nella visione freudiana l’angoscia:
Visione economica: corrisponderebbe ad una eccitazione eccessiva in assenza di un rappresentante che ne permetterebbe un destino trasformativo;
Visione strutturale: sarebbe un affetto dell’Io, ossia un segnale con caratteristiche di “vissuto”.
La funzione dell’Io freudiano starebbe nel proteggere la coscienza dagli impulsi dell’Es, minacciosi per la coscienza (magari in contrasto con altre esigenze psichiche), attraverso la rimozione.
sarebbe, in sostanza, un processo di scomposizione tra il rappresentante (ideativo del desiderio o impulso inconscio) e il suo affetto, originariamente legata all’esperienza di una situazione traumatica di perdita: il rappresentante viene rimosso, mente l’affetto viene spostato e trasformato in angoscia segnale: in questi termini l’angoscia sarebbe il segnale di un pericolo “interno”. Esisterebbe una rimozione originaria per cui alla rappresentanza psichica ideativa di una pulsione viene interdetto l’accesso alla coscienza. Questa rimozione originaria fungerebbe da attivatore della funzione rimovente e da attrazione per gli elementi rimossi: questo stadio successivo della rimozione è “la rimozione propriamente detta, che colpisce i derivati della rappresentanza rimossa, oppure quei processi di pensiero che pur avendo una qualsiasi altra origine sono incorsi in una relazione associativa con la rappresentanza rimossa.
In forza di tale relazione queste rappresentazioni incorrono nello stesso destino di ciò che è stato originariamente rimosso. La rimozione propriamente detta è perciò una post-rimozi0ne. E’ inoltre erroneo dar rilievo soltanto alla ripulsa che viene esercitata dalla coscienza su quanto ha da esser rimosso. Entra pur sempre in gioco anche l’attrazione che il rimosso originario esercita su tutto ciò con cui può collegarsi. E probabilmente la coscienza rimuovente non raggiungerebbe il suo scopo se queste due forze non agissero congiuntamente, cioè se non vi fosse un rimosso anteriore, pronto ad accogliere quanto la coscienza allontana da sé” (Freud, “la rimozione”, 1915).
Il versante neurobiologico e cognitivo-comportamentale
definisce l’ansia come processo che in termini quantitativi può essere normale o patologico. Riconoscendo una funzione all’ansia, rispetto alle prestazioni, secondo il meccanismo attacco-fuga: l’ansia normale: sarebbe quindi uno stato preparatorio che, attraverso l’attivazione tensiva posta da uno stato di allarme, andrebbe a potenziare le capacità operativa e quindi avvantaggiando alla riuscita; l’ansia patologica: sarebbe una attivazione sproporzionata rispetto alla situazione che va affrontata, e che invece di avvantaggiare alla riuscita, la invalida e comportando accumuli di distress.
In questa ottica l’ansia, se patologica, va contrastata diminuendo l’attivazione tensiva. “A livello superficiale, una delle cause principali del disturbo è l’interpretazione errata dei sintomi dell’ansia. I sintomi vengono cioè avvertiti come pericolosi, come perdita di controllo e sopraffazione. In poche parole si arriva ad avere “paura della paura” e così l’ansia genera ulteriore ansia, dando il via a una spirale che, in modo estremamente veloce, porta il soggetto a stare male, all’incapacità, all’attacco di panico. Una sensazione inconsueta, ad esempio un formicolio, un leggero giramento di testa (tutti, ogni giorno, hanno questo tipo di sensazioni corporee, assolutamente normali) può generare il timore di avere un malore”.
possibile dell’ansia esce dal criterio individualista dei precedenti, e prende in considerazione visioni psicosociali, anzi precisamente dei legami sociali. Esisterebbe in tal senso un matrice relazionale e sociogenica dell’ansia. La nostra società è confrontata con cambiamenti: a cui corrispondono profondi elementi di perdita e di un ordine non definito. Diversi sociologi hanno mostrato come la perdita del contratto intersoggettivo ed intergenerazionale, cioè quell’accordo che ci permetteva di poterci costruire saldamente attraverso un investimento collettivo e gruppale, abbia portato in crisi la base narcisistica del nostro essere. E’ essenzialmente, quindi, una crisi di legami: legami affettivi, culturali, sociali, economici…
Esiste inoltre l’esperienza sostanziale dell’inconsistenza della volontà sui processi sociali: gli eventi sociali sono anonimi, accadono senza un responsabile, come ondate di energia prive di un contenitore chiaramente riconoscibile. Esiste sempre più netta la distanza tra la community, un ipercontenitore che domina e neutralizza la soggettività (la aliena), e l’individuo che reagisce, egoista, vorace, amorale, un contenitore grandioso in cui si sperimenta un profondo senso di vuoto e solitudine. L’uomo contemporaneo è slegato dunque, vacante, alla deriva, in un mondo di processi anonimi, ininfluenzabili. Kaes sostiene che esista un angoscia connaturata nel nostro tempo, che investe la soggettività, o meglio l’intersoggettività.
Con intersoggettività si fa riferimento alla capacità di mentalità plurale del soggetto: identificare la propria soggettività attraverso la possibilità di operare con la mente una oscillazione, o una compresenza, tra l’identificazione dell’altro e l’identificazione di se stesso.
L’intersoggettività è quindi caratteristica dell’identità.
La mancata acquisizione dell’intersoggettività o la sua destrutturazione porterebbe ad uno smarrimento dei confini e verso una fusionalità smembrante del soggetto inghiottito dal tutto, un non sapere chi si è, che di per sé richiama attivamente il prototipo di tutte le angosce: l’angoscia di disintegrazione. Sarebbe l’esperienza di essere ininfluente, inconsistente, trasparente, di riflettere solo luci altrui, essere come di fronte ad una madre sconfinata e ultrapotente nella impossibilità di essere qualcosa d’altro, di autentico, dalle alienanti attribuzioni di lei: una relazione che non consente di scambiare costruttivamente emozioni, pensieri, stati mentali, perché manca l’esperienza di riconoscimento dei confini.
Per Kaes (come puntualmente esposto in un Seminario SPI del 2013), alcuni fattori starebbero alla base di questo malessere contemporaneo: Anomia, disordine e afinalizzazione. In contrapposizione reattiva, la cultura del controllo, del potere dell’ordine. In ogni caso, controllo coercitivo e caos non permettono i necessari movimenti di simbolizzazione che permettono l’esperienza dell’intersoggettività. L’esperienza dell’illimitato: corrispondente al tentativo di grandiosità dell’individuo per staccarsi, corrispondente al rifiuto della castrazione e del trionfo del godimento. Senza il limite, tuttavia, non c’è possibilità di contatto, quindi di una esperienza autentica di sé e dell’altro; Il tempo s’è ridotto, e l’immediato prevale sul progettuale, e ciò significa che non si tollera il rimando, perché non ha un luogo, perché il rimando è il non avere.
Quindi l’avere è qui, è ora, è intenso, “è consumabile in modo illimitato finché c’è”.
Il legame è con oggetti che ci sono, che si prestano ora: non è con ciò che non è presente, con la storia, con il futuro, con ciò che è lontano, con ciò che è importante, anche se assente. Questo comporta la cultura dell’emergenza, dell’assenza di una mentalizzazione articolata (legami!) delle esperienze, dove tutto avviene di improvviso, nel bene e nel male; cultura della malinconia: l’intensità, l’illimitato, il trattenimento e il controllo, l’esperienza fissata sul qui e ora, tutto questo espone a sperimentare la continua perdita, un lutto costante, la sensazione di non arrivare mai a niente. A questo si anellano ulteriori reazioni persecutorie e maniacali, e così via, in una spirale sempre più intensa;
La perdita dei riferimenti e i legami che non tengono (assenza dei garanti metasociali e metapsichici): “i sogni non riparano più i microtraumi della vita quotidiana e le fictions non fanno che addormentarli. […] E’ l’incertezza sul presente, la diffidenza nei confronti delle trasmissioni che non generano avvenire o al contrario l’esaltazione ottusa dei fondamentalismi, l’estrema e fragile dipendenza dagli oggetti tecnici, dalle urgenze, dai legami effimeri, etc. ciascuno può compilarne la lista”. I contratti si stracciano, così come i legami, la tradizione e la cultura scompaiono, così come si fa trasparente l’identità. L’esperienza sociale è fuori dall’inquadramento di setting, e quindi difficile regolarla, essere agente. L’individuo trasparente e passivo è alternato da un superman grandioso, perduto e confuso all’interno del suo personaggio individuale.
“…penso che sia possibile caratterizzare il malessere contemporaneo con la difficoltà di costruire questo luogo dove mettere ciò che troviamo” (Kaes, sempre dal seminario SPI 2013).
Come si tratta allora l’ansia?
Queste impostazioni hanno un presupposto di divergenza, appunto “evitare” o “conoscere”: La prima presuppone un’ansia-patologica, sulla quale bisogna intervenire per poterla controllare, abbassandone l’intensità: la terapia ha una finalità espulsiva e di eliminazione del problema. Tendenzialmente abbiamo tutti esperienza di misure difensive dall’angoscia e strategie di evitamento di situazioni pericolose. Si tratterebbe quindi di fare “come-se”. Una delle parole chiavi in quest’ottica è “gestione–dell’ansia”, e possono fare al caso: i farmaci (benzodiazepine), le strategie cognitive (cognitivo-comportamentale, ecc), un insieme di “misure difensive di sicurezza”, le tecniche “corporee”, meditazione e rilassamento, ecc.
Nella seconda l’ansia funge perlopiù da sintomo-segnale di un conflitto inconscio. L’ansia allora non sarebbe un problema in sé, ma l’allarme per qualcosa che vorrebbe accadere, ma che attualmente non ci si consente che accada. I conflitti dominanti sono legati a vissuti invasivi, che rimandano a temi di indipendenza-separazione, con elevate componenti di frustrazione e rabbia inesprimibile. Sarebbe dunque il bisogno di controllo a far emergere questi conflitti con una pressione emergente della verità psichica. Il lavoro consisterebbe quindi nel cogliere il senso di qualcosa che vuole divenire e che preme dolorosamente, impedito dal controllo, creando scenari di pericolo , di presenza di elementi alieni e di una temuta perdita di tenuta.
L’obiettivo in questo lavoro non sarebbe allora di eliminare l’ansia, ma di riuscire a coglierne il messaggio affettivo sottostante. Sarebbe proprio nella possibilità di tollerare l’ansia senza doverla eliminare il segno di un processo di sviluppo dell’Io. Non sarebbe quindi la presenza o meno di ansia, l’indicatore del progresso, ma la capacità del soggetto di utilizzare l’ansia, in termini adattivi per affrontare e gestire i problemi .
Con Bion, si tratterebbe di trasformare e rendere “pensabili” le angosce, affrontando un percorso di contatto della verità. L’angoscia, in un’ottica psicodinamica, avrebbe una tipicità espressiva in relazione ai livelli evolutivi del conflitto da cui origina:
angoscia di disintegrazione: legata a fantasie perdita di integrità e fusionalità disperdente con l’oggetto. Rappresentano gli scenari dell’istinto di morte che opera all’interno della personalità; angoscia persecutoria: frutto dell’animazione oggettuali di proiezioni di parti cattive e aggressive, vendicative e attentatrici; angoscia da separazione: paura di perdere l’oggetto d’amore, con scenari abbandonici, di vuoto e solitudine; angoscia da mancanza d’amore: paura non che l’oggetto scompaia, ma che non sia più nutriente e disponibile; angoscia di castrazione: legata a scenari edipici e a fantasie di lesioni corporali e di mutilazioni; angoscia superegoica: fondate sul senso di colpa e di inadeguatezza rispetto a standard o aspettative, quindi angosce di fallimento e di “incapacità di riuscita”.
L’organizzazione gerarchica delle varianti dell’ansia può portare all’errata conclusione che i livelli di ansia più primitivi vengano superati con il procedere dello sviluppo. Di fatto tali livelli persistono, e possono essere riattivati con facilità in situazioni traumatiche o di stress o in gruppi numerosi” (Gabbard, 2007). Nella terza ipotesi sarebbe l’esperienza della intersoggettività a restituire una possibile terza via e quindi di ricomposizione dei legami di scambio, tra: il bisogno di prendere e nutrirsi in modo illimitato, identificandosi col tutto, per avvicinare una esperienza di completezza, a quel luogo sociale così distante, superiore e indecifrabile, in cui è difficile essere soggetto; e la difesa paranoide, controllante, espulsiva dell’incertezza e intenta a proiettare la propria angoscia data dalla frammentazione dell’esperienza di sé.
L’ansia in questo terza prospettiva non dovrebbe ricercarsi nel “solo” conflitto intrapsichico, né trattata come patologia in sé (levare l’ansia…), ma potrebbe leggersi come un segnale di sofferenza dell’identità: sarebbe allora possibile riavviare un processo di definizione di sè solamente attraverso l’esperienza di legami, legami fondati sulla ricerca del riconoscimento plurale delle diverse verità che sottendono le soggettività, le differenze e le realizzazioni che ne derivano.
“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio. E, forse, ancora di più per non amare gli altri.
Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro. Relazioni in cui si prende, più che incontrare.
Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.
A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore. Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.
Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.
Forse si può pensare all’amare come a una disposizione. Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere. Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.
Eppure questa apertura non è scontata. Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare. Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.
Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro. E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi. O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.
Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza. Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.
Non con compassione — che spesso tiene distanza — ma con interesse.
Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori. Ma non è detto.
E non è mai definitivamente perduto. Può accadere anche più tardi, nella vita. Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.
E quella resta un’esperienza decisiva.
Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare. Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro. Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.
E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.
Non ci fidiamo di lui. Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.
E allora acceleriamo. Abbiamo fretta. Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.
Ma l’amore non si addestra. Non si trasmette come una tecnica.
Può essere offerto. Può essere incontrato. A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.
Ma non si può imporre.
E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.
Fortunatamente.
Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti. Non può essere una forma migliore di controllo.
Può essere solo uno sguardo diverso.
Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende. Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.
Un’alternativa che non si impara, ma si sente.
Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste. Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.
* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
“Al centro di ogni carattere, in reciproca relazione l’uno con l’altro, sono presenti una forma di motivazione da carenza e un errore cognitivo” O. Ichazo
Un pensiero difficile da chiudere
Oscar Ichazo (Bolivia, 1931–2020) insegnò in Cile, tra Santiago e Arica, al confine con il Perù. Raccontò di essere entrato in contatto, durante i suoi viaggi, con la tradizione sufi in Afghanistan.
Il suo pensiero è ampio, articolato, stratificato. Non si lascia ridurre facilmente.
Quello che segue, quindi, non è che un tentativo. Una forma necessariamente semplificata, quasi una traccia, che prova a restituire qualcosa di una visione molto più complessa.
Una visione che, anche così ridotta, può comunque aprire uno spazio di riflessione.
La fissazione dell’ego
Al centro del suo lavoro c’è un’idea semplice solo in apparenza: l’ego non è qualcosa di unitario, ma tende a fissarsi.
Fin dalle prime fasi della vita, alcune modalità di risposta diventano stabili, si organizzano, si irrigidiscono. E una di queste, per ciascuno, finisce per occupare il posto centrale.
Diventa un punto di riferimento. Un modo di vedersi. Un’immagine di sé attorno alla quale si costruisce la personalità.
Questa fissazione non è solo cognitiva. È sostenuta anche da una tonalità emotiva precisa, quella che Ichazo chiama “passione”.
Pensiero, emozione e comportamento non si sviluppano separatamente. Si tengono insieme, si rinforzano a vicenda.
Dove nasce il carattere
Il punto non è tanto descrivere queste strutture, quanto comprenderne l’origine.
Per Ichazo, ciò che chiamiamo carattere prende forma molto presto, all’interno dell’esperienza infantile. In particolare, nel momento in cui qualcosa non trova risposta.
L’essere umano, nei primi anni di vita, è completamente centrato su di sé. Non per scelta, ma per necessità.
E proprio per questo è esposto alla frustrazione.
Quando le aspettative legate ai bisogni fondamentali non vengono soddisfatte, si produce una rottura. Un’esperienza che il bambino vive come mancanza.
Ichazo individua tre grandi ambiti in cui questa esperienza può avvenire:
la conservazione
la relazione
l’adattamento
È in uno o più di questi livelli che qualcosa si incrina.
E da lì prende forma una risposta.
La difesa che diventa personalità
Quella risposta, all’inizio, è una difesa. Un modo per proteggersi dalla ripetizione di quella mancanza.
Ma, con il tempo, si stabilizza. Diventa automatica. E si trasforma in ciò che chiamiamo personalità.
Ogni carattere è, in questo senso, una cristallizzazione. Un adattamento precoce che si irrigidisce.
Si struttura attorno a:
un nucleo emotivo dominante (la passione)
un modo di pensare ricorrente (la fissazione)
una modalità istintiva di stare nel mondo
Quando non c’è più distanza
Il problema non è che queste strutture esistano. Il problema è quando diventano invisibili.
Quando il soggetto coincide completamente con esse. Quando non c’è più distanza.
Osservare per cambiare
Per questo, nel lavoro di Ichazo, l’accento non è sulla correzione, ma sull’osservazione.
Attraverso una pratica di auto-osservazione, la persona può iniziare a riconoscere i propri automatismi. A vedere ciò che, fino a quel momento, agiva senza essere visto.
E in questo riconoscimento si apre una possibilità.
Non immediata. Non definitiva.
Ma reale.
Ridurre l’identificazione. Allentare la rigidità. E, in alcuni casi, trascendere quelle strutture che, nate come protezione, finiscono per mantenere la sofferenza.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo, il terapeuta non impone un cambiamento. Non corregge dall’esterno.
Piuttosto, aiuta a mettere a fuoco.
A riconoscere le linee principali del carattere, le visioni implicite del mondo, le attitudini che orientano le scelte.
E, soprattutto, le possibilità evolutive che da lì possono emergere.
Non per eliminare ciò che c’è, ma per smettere di esserne completamente determinati.
Ciò che protegge, ciò che limita
Perché quei meccanismi, in fondo, non sono errori.
Sono tentativi.
Tentativi di protezione, di adattamento, di sopravvivenza.
Ma ciò che un tempo ha protetto, nel tempo può diventare ciò che limita.
E allora il lavoro non è distruggere, ma trasformare.
Lasciare che qualcosa, finalmente, possa muoversi.
Fonti:
O. Ichazo, Interviews with Oscar Ichazo, Arica Institute Press, 1982
C. Naranjo, Atteggiamento e prassi della teoria gestaltica, 1991
A. H. Almaas, L’ enneagramma delle idee sacre. Aspetti molteplici della realtà, Trad. D. Ballarini, Astrolabio, 2007
Igor Vitale, Enneagramma. La storia dal sufismo in poi Gurdjieff, Ouspensky, Ichazo, marzo 2nd, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica, http://www.igorvitale.org/category/psicologia-clinica/ consultato il 10/07/2017
S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
https://en.wikipedia.org/wiki/Oscar_Ichazo
https://en.wikipedia.org/wiki/Arica_School
Immagine di copertina tratta da: Birdy – Le ali della libertà (Birdy), Alan Parker, 1984
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/08/ICHAZO-BIRDY.jpg4351030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-08-18 04:10:012026-05-03 09:02:12LE PASSIONI DOMINANTI – La teoria psicologica di Oscar Ichazo
“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti” Alfred Adler
Alfred Adler nacque a Vienna nel 1870. Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista austriaco incontrò Freud nel 1902 e ne rimase fedele allievo solo per pochi anni e cioè fino al 1911.
“Già durante il periodo di collaborazione con Freud, Adler aveva intuito il ruolo che una presunta inferiorità organica poteva avere sulla vita dell’individuo, e da questa prima ipotesi nacque il concetto di pulsione aggressiva quale principio dell’energia psichica; per Adler, infatti, il movente istintuale principale è un’aggressività che compensi il senso di inferiorità nei confronti dei propri simili.
Nel 1911 abbandonò completamente la teoria freudiana degli istinti e della libido, proponendo che il riferimento psicoanalitico alla sessualità fosse inteso esclusivamente in senso metaforico.
La nevrosi maschile rappresenterebbe una “protesta virile”, una sovracompensazione nei confronti di un sentimento di inadeguatezza.
Gli individui si sentono inadeguati e imperfetti, e per compensazione si autoingannano creandosi uno “stile di vita” che costituisce essenzialmente una modalità esistenziale tesa al raggiungimento di una superiorità nei confronti degli altri.
La psicoterapia, quindi, consiste in una libera discussione su di un piano paritetico tra lo psicoterapeuta e il paziente con l’intento di individuare il movimento inconscio in cui il paziente ha “organizzato” questo autoinganno da cui discende uno stile di vita fittizzio e nevrotico. Adler diede molta importanza al contesto ambientale e all’interesse per i problemi sociali quali elementi per la crescita sana dell’individuo.
Per le sue idee sociali e per la sua motivata convinzione che le difficoltà psicologiche dell’individuo risalgano, in ultima analisi, a fattori storici e culturali, egli viene considerato il precursore delle revisioni “sociali” della psicoanalisi.”*
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/05/alfred-adler-immagine.jpg320799Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-05-18 08:37:152020-10-27 13:59:16LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER
Un percorso di psicoterapia è essenzialmente un percorso di conoscenza di sè.
Durante questo percorso è possibile riflettere su alcuni comportamenti che si mettono in atto e che non hanno, apparentemente, una spiegazione razionale.
E’ necessario che in questo percorso si sia seguiti e affiancati da uno psicoterapeuta in quanto interpretazioni autonome possono esitare in convinzioni erronee.
Di seguito viene esposto sinteticamente e solo a scopo divulgativo il fenomeno della “retroflessione”.
LA RETROFLESSIONE
E’ l’atteggiamento di colui che fa a sé stesso ciò che avrebbe voluto (originariamente) fare ad un altro.
Se l’ambiente risulta troppo forte, ostile e frustrante la persona rinuncia a lottare, si arrende e si adegua ma dentro di sé il bisogno continua a premere e bisogna impiegare una forte quantità di energia per impedirgli di esprimersi.
Scrive Perls:
“… l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente; vale a dire lo reprime.
La sua energia viene pertanto divisa.
Una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte; l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima tesa all’esterno.
A questo stadio le due parti della personalità lottando in direzioni diametralmente opposte entrano in lotta tra loro.
Quel che è cominciato come un conflitto tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso “.
Pensare, filosofare, elaborare progetti senza arrivare alla realizzazione possono costituire delle retroflessioni se questi atteggiamenti sopravvengono in luogo e al posto dell’azione.
Si potrebbero aggiungere a questo proposito le considerazioni classiche della psicanalisi sulla depressione:
il depresso si squalifica e si autoaccusa perché butta su di sé il risentimento per l’oggetto d’amore che se ne è andato.
Di fronte ad un paziente che si autopunisce e si autocommisera o dice di soffrire di un complesso di colpa Perls non ha esitazioni nel suggerirgli per prima l’ipotesi della retroflessione.
I suoi interventi di solito sono del tipo: se invece di graffiarti in continuazione io ti proponessi di graffiare qualcun altro, chi avresti voglia di graffiare in questo momento?
oppure: chi avresti voglia di criticare e di far sentir colpevole?
Allo stesso modo lavora con i sintomi psicosomatici.
Naturalmente il concetto di retroflessione comprende anche l’atteggiamento opposto a quelli esaminati sino ad ora, cioè l’atteggiamento di chi fa a sé stesso ciò che amerebbe che altri facessero a lui e che lui non osa chiedere.
Si pensi a certe forme di narcisismo, si pensi all’atteggiamento di dondolarsi invece di cercare la tenerezza di un patner desiderato o alla compensazione affettiva di tante forme di autogratificazione.
“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati felice di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.” M. Erickson
Milton Erickson
Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).
E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.
A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.
I racconti di Erickson
Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.
Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.
E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.
Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.
Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2018/02/La-mia-voce-ti-accompagnerà-Erikson-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-03-18 20:10:492020-12-04 17:23:45LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson
Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.
Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.
Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.
Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».
Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine: “Nocturnos” – Ricardo Cinalli
La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:
da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui
e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.
Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.
Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.
Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.
Per comprenderli è necessario avere una certa famigliarità con aspetti basilari della teoria psicoanalitica, della struttura, della funzione e della evoluzione della psiche – cioè della mente.
Inizieremo quindi con il riassumere molto brevemente alcuni concetti base della teoria psicoanalitica come conscio, inconscio e preconscio.
La differenza di questi concetti è relativa e i tre termini indicano gradi variabili di accessibilità alla consapevolezza.
Il termine conscio si riferisce a quelle funzioni mentali (impulsi, ricordi, pensieri, sentimenti, percezioni) di cui una persona è consapevole in un certo momento.
Il termine inconscio si riferisce a quei processi psicologici di cui una persona è inconsapevole e dei quali non è in grado di divenire consapevole mediante uno sforzo di volontà.
Il termine preconscio si riferisce alle funzioni mentali di cui la persona è inconsapevole in un certo momento ma delle quali può divenire consapevole mediante i suoi ricordi, concentrando l’attenzione, o se qualcuno glie lo rammenta.
Lo sforzo intenzionale per diventare consapevoli di un contenuto preconscio può avere un successo immediato, richiedere qualche minuto, ore e a volte addirittura giorni. Talvolta può essere necessario l’aiuto di altre persone, come nel caso di una discussione tra amici, in cui uno di essi non riesce a ricordare un nome.
Di solito un nome viene escluso in questo modo dalla coscienza perchè un certo motivo o desiderio, magari anche superficiale, banale o semplicemente sgradevole, viene associato al nome e interferisce con il fatto che questo divenga conscio ed espresso.
In altri casi varie funzioni psicologiche vengono mantenute preconsce, cioè fuori dalla consapevolezza, allo scopo di poter meglio concentrare l’attenzione su un compito o una questione urgente.
Ad esempio quando un individuo scrive una importante lettera di affari egli esclude dalla consapevolezza tutte le altre faccende più o meno urgenti.
Se altre sensazioni e motivazioni venisse consentito di accedere alla coscienza esse finirebbero per avere un effetto distraente sull’attenzione, con un risultato negativo per ciò che si sta eseguendo.
Per scrivere la lettera nel modo migliore, la persona deve escludere dalla consapevolezza tutto il resto: motivazioni, pensieri, ricordi e sensazioni. Talvolta impulsi preconsci o inconsci, che sono personalmente inaccettabili, diventano così intensi e premono con vigore per essere espressi, che possono finire per entrare nella consapevolezza conscia o trovare espressione anche contro la volontà della persona in questione.
In questo senso i meccanismi di difesa possono diventare una minaccia per la capacità del soggetto di tenere sotto controllo la propria mente.
Il termine meccanismi di difesa si riferisce invece a varie attività psicologiche (come la rimozione, la razionalizzazione, l’inibizione o l’isolamento dell’affetto; alcuni dei quali approfondiremo in dettaglio in un prossimo post) che scattano in modo automatico e involontario mediante le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. Escludendo l’impulso dalla consapevolezza, egli ne rende un poco più improbabile l’espressione.
Secondo la teoria psicoanalitica, un impulso è sufficientemente inaccettabile perchè siano attivati dei meccanismi di difesa allorchè, secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza morale.
Di conseguenza quando un simile impulso preme per trovare espressione, l’individuo diventa apprensivo, proprio come farebbe in qualsiasi situazione realmente pericolosa.
La valutazione delle potenziali conseguenze di un impulso non implica un processo conscio o intenzionale. Esso, al contrario, è spontaneo, automatico, e si svolge al di fuori della consapevolezza. Il giudizio può essere confortato da considerazioni realistiche, oppure essere basato interamente su punti di vista irrazionali o infantili circa le conseguenze dell’impulso e la reazione anticipata degli altri a esso. In che misura il giudizio sia razionale o irrazionale dipende dalle precedenti esperienze di vita della persona. Qualunque impulso che, in modo più o meno corretto, sia stato associato con la minaccia di disapprovazione, punizione o ritorsione verrà considerato come pericoloso.
Sebbene evocati dal bisogno di evitare la minaccia di una possibile perdita di controllo su di un impulso inaccettabile, i meccanismi di difesa possono continuare a operare anche dopo che la minaccia originaria è scomparsa. La difesa può perciò diventare abituale e trincerarsi fermamente entro la struttura caratteriale della persona e nel suo modo abituale di comportarsi.
Bisogna infine da sottolineare il fatto che i meccanismi di difesa hanno una funzione evolutiva e sono collegati alla sopravvivenza stessa dell’individuo, per questo motivo le difese vanno rispettate, è necessario tuttavia comprenderle e superarle in particolar modo quando si percepisce che queste non sono più funzionali al benessere e si trasformano in un sintomo di malessere psicologico impedendo la libera espressione della propria personalità e un contatto armonico e flessibile con sè stessi e con gli altri.
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