LA GESTIONE DELLA RABBIA
LA GESTIONE DELLA RABBIA
“L’uomo che coltiva per tutta la vita la propria vendetta mantiene le sue ferite sempre aperte”.
F. Bacone
Quando qualcosa cede
Con il termine rabbia si indica, in genere, uno stato psichico alterato.
Non arriva mai da sola. E’ necessario imparare la gestione della rabbia.
Che si accende quando qualcosa rompe un equilibrio, quando una provocazione — reale o percepita — scavalca quei freni che, normalmente, tengono insieme le nostre scelte.
È un movimento improvviso.
Una perdita di misura.
Contro l’altro, contro se stessi
Nella rabbia si prova avversione.
A volte netta, diretta, senza sfumature.
Può essere rivolta verso qualcuno.
Ma non di rado si rivolge anche verso se stessi.
E questo la rende più difficile da riconoscere.
La gestione della rabbia non è semplice.
La radice: la frustrazione
La psicologia e le neuroscienze lo mostrano con chiarezza:
la rabbia nasce come risposta alla frustrazione.
Wilhelm Reich lo diceva in modo ancora più diretto:
la rabbia è un’emozione secondaria.
Viene dopo.
Prima c’è altro.
C’è il dolore.
C’è il mancato soddisfacimento di un desiderio.
C’è l’impossibilità di raggiungere qualcosa che, per noi, aveva valore.
La rabbia arriva dopo.
E, in un certo senso, copre.
Maschera.
Tiene a distanza ciò che fa più male.
Quando entra il narcisismo
Non è solo la frustrazione a farla precipitare.
A volte basta una ferita più sottile.
Un fallimento.
Un errore vissuto come intollerabile.
Qualcosa che incrina l’immagine che abbiamo di noi.
È qui che entra in gioco il conflitto narcisistico.
La colpa, la vergogna, il senso di perdita possono diventare difficili da sostenere.
E allora l’aggressività, invece di restare dentro, si sposta.
Si dirige fuori.
Verso qualcuno che, in quel momento, diventa il bersaglio.
Rabbia e vendetta
Non tutto, però, si equivale.
La rabbia, in alcune forme, può avere anche una funzione.
Può segnalare un limite, indicare qualcosa che non va, aprire uno spazio di cambiamento.
La vendetta no.
La vendicatività non corregge.
Non restituisce.
Non ripara.
Distrugge.
E, spesso, senza misura.
Ciò che la rabbia nasconde
Chi vive nella rabbia, o nella sete di vendetta, difficilmente se ne libera semplicemente riconoscendo l’ostilità.
Perché l’ostilità non è il punto di partenza.
È il punto di arrivo.
Sotto c’è altro.
C’è un dolore più profondo.
C’è un’angoscia legata alla perdita, alla separazione, a qualcosa che non si è potuto trattenere.
È lì che il lavoro terapeutico deve arrivare.
Oltre la rabbia
Quando quel dolore comincia a essere riconosciuto, attraversato, elaborato, qualcosa cambia.
La rabbia perde la sua funzione di copertura.
Non serve più a difendere.
E, lentamente, il rapporto con gli altri può modificarsi.
Diventa meno rigido.
Meno reattivo.
Più aperto.
Non perché la rabbia scompaia del tutto.
Ma perché non è più l’unico modo possibile.
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Tratto da:
Bollati Boringhieri – Rabbia e vendicatività
Harold F. Searles – La psicodinamica della vendicatività
Bollati Boringhieri Charles W. Socarides – La vendicatività: il desiderio di pareggiare i conti Rabbia e vendicatività – Bollati Boringhierihttp://www.crescita-personale.it/gestire-emozioni/1775/rabbia-psicologia/1560/a775/rabbia-psicologia/1560/a












