Pellicola biografica ispirata alla figura della psicoanalista russa Sabina Spielrein e al suo rapporto sia terapeutico che amoroso con Jung. Gli interpreti principali sono Emilia Fox e Iain Glen.
Trama
Marie e Fraser, due giovani studiosi, l’una francese e l’altro scozzese, fanno reciproca conoscenza mentre si trovano entrambi a Mosca per svolgere ricerche sulla vita della psicoanalista russa Sabina Spielrein. I due ricostruiscono insieme la vita di Sabina, a partire dal suo ricovero a Zurigo nel 1904 per una grave forma di isteria.
Qui la paziente conosce il giovane medico Carl Gustav Jung, che, mettendo in pratica i nuovi metodi di psicoanalisi sviluppati da Freud, riuscirà a guarirla.
Sabina comincia ad interessarsi di psicoanalisi lei stessa, e nasce così un’intensa relazione amorosa tra lei e Jung. Ma, constatato che il suo amato Carl, sposato e con due figli, pur innamorato è preda di dubbi morali, Sabina fa scoppiare uno scandalo. I due, infine, si separano.
Tematiche
Nel film è presente il quadro di Klimt Giuditta II (1909), che la Spielrein usa come esempio della propria idea di connubio fra Eros e Thanatos.
Distribuzione
Presentato in anteprima il 27 settembre 2002 al Siena Film Festival, è uscito nelle sale a cominciare dal 17 gennaio 2003.
“Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” C. G. Jung
NELL’INCONSCIO DI JUNG
Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.
Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.
Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza. Attraversa tutto il suo pensiero.
Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza. Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.
È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva. L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.
Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.
La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore. Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.
Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero. Non chiude. Lascia aperto.
Il centro del suo pensiero
Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere. È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.
Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.
Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.
Il disagio psichico
I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia. Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.
Nascono soprattutto nel presente.
Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita — quando non riesce ad adattarsi all’ambiente, o a trasformarlo secondo le proprie esigenze — si crea una frattura.
Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.
Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche. E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.
Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete: modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.
Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato. Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.
Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.
Il rapporto con l’inconscio
Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio. Né di evitarlo.
Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.
Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.
Questo movimento non porta a una sintesi pacificata. Porta a una coesistenza: tra razionale e irrazionale, tra introversione ed estroversione, tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.
Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità. Non è rendere tutto chiaro.
È integrare.
Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.
Il sintomo
In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.
È già, in sé, un tentativo.
Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.
Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere. Si tratta di seguire.
Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.
Non è fuori.
È coinvolto.
Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.
Non dirige. Non interpreta dall’alto.
Sta dentro.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
“Il linguaggio, prima si significare qualcosa, signfica per qualcuno. J. Lacan
Jaques Lacan
Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.
Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto. È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola. Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.
La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso. Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.
Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo. Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge. Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.
Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono. È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.
La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo. È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso. È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato. E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.
Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro. Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.
Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia. Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie. Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.
Il soggetto non si costituisce mai da solo. Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento. È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.
Lo si vede già all’inizio della vita. Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto. È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale. E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.
Ma in questo passaggio qualcosa si perde. Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura. Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.
Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta. Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.
Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto. Non è un seme che contiene in sé il proprio destino. È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.
Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.
Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio. Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.
Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.
Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere. È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.
Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede. Si affaccia, si interrompe, si nasconde. Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.
E proprio per questo non può essere detta tutta. Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.
Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti. Al contrario, è quello di non saturare la domanda.
Di restituirla, ogni volta, al soggetto.
Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.
Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio. E, forse, ancora di più per non amare gli altri.
Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro. Relazioni in cui si prende, più che incontrare.
Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.
A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore. Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.
Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.
Forse si può pensare all’amare come a una disposizione. Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere. Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.
Eppure questa apertura non è scontata. Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare. Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.
Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro. E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi. O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.
Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza. Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.
Non con compassione — che spesso tiene distanza — ma con interesse.
Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori. Ma non è detto.
E non è mai definitivamente perduto. Può accadere anche più tardi, nella vita. Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.
E quella resta un’esperienza decisiva.
Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare. Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro. Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.
E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.
Non ci fidiamo di lui. Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.
E allora acceleriamo. Abbiamo fretta. Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.
Ma l’amore non si addestra. Non si trasmette come una tecnica.
Può essere offerto. Può essere incontrato. A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.
Ma non si può imporre.
E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.
Fortunatamente.
Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti. Non può essere una forma migliore di controllo.
Può essere solo uno sguardo diverso.
Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende. Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.
Un’alternativa che non si impara, ma si sente.
Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste. Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.
* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
“Al centro di ogni carattere, in reciproca relazione l’uno con l’altro, sono presenti una forma di motivazione da carenza e un errore cognitivo” O. Ichazo
Un pensiero difficile da chiudere
Oscar Ichazo (Bolivia, 1931–2020) insegnò in Cile, tra Santiago e Arica, al confine con il Perù. Raccontò di essere entrato in contatto, durante i suoi viaggi, con la tradizione sufi in Afghanistan.
Il suo pensiero è ampio, articolato, stratificato. Non si lascia ridurre facilmente.
Quello che segue, quindi, non è che un tentativo. Una forma necessariamente semplificata, quasi una traccia, che prova a restituire qualcosa di una visione molto più complessa.
Una visione che, anche così ridotta, può comunque aprire uno spazio di riflessione.
La fissazione dell’ego
Al centro del suo lavoro c’è un’idea semplice solo in apparenza: l’ego non è qualcosa di unitario, ma tende a fissarsi.
Fin dalle prime fasi della vita, alcune modalità di risposta diventano stabili, si organizzano, si irrigidiscono. E una di queste, per ciascuno, finisce per occupare il posto centrale.
Diventa un punto di riferimento. Un modo di vedersi. Un’immagine di sé attorno alla quale si costruisce la personalità.
Questa fissazione non è solo cognitiva. È sostenuta anche da una tonalità emotiva precisa, quella che Ichazo chiama “passione”.
Pensiero, emozione e comportamento non si sviluppano separatamente. Si tengono insieme, si rinforzano a vicenda.
Dove nasce il carattere
Il punto non è tanto descrivere queste strutture, quanto comprenderne l’origine.
Per Ichazo, ciò che chiamiamo carattere prende forma molto presto, all’interno dell’esperienza infantile. In particolare, nel momento in cui qualcosa non trova risposta.
L’essere umano, nei primi anni di vita, è completamente centrato su di sé. Non per scelta, ma per necessità.
E proprio per questo è esposto alla frustrazione.
Quando le aspettative legate ai bisogni fondamentali non vengono soddisfatte, si produce una rottura. Un’esperienza che il bambino vive come mancanza.
Ichazo individua tre grandi ambiti in cui questa esperienza può avvenire:
la conservazione
la relazione
l’adattamento
È in uno o più di questi livelli che qualcosa si incrina.
E da lì prende forma una risposta.
La difesa che diventa personalità
Quella risposta, all’inizio, è una difesa. Un modo per proteggersi dalla ripetizione di quella mancanza.
Ma, con il tempo, si stabilizza. Diventa automatica. E si trasforma in ciò che chiamiamo personalità.
Ogni carattere è, in questo senso, una cristallizzazione. Un adattamento precoce che si irrigidisce.
Si struttura attorno a:
un nucleo emotivo dominante (la passione)
un modo di pensare ricorrente (la fissazione)
una modalità istintiva di stare nel mondo
Quando non c’è più distanza
Il problema non è che queste strutture esistano. Il problema è quando diventano invisibili.
Quando il soggetto coincide completamente con esse. Quando non c’è più distanza.
Osservare per cambiare
Per questo, nel lavoro di Ichazo, l’accento non è sulla correzione, ma sull’osservazione.
Attraverso una pratica di auto-osservazione, la persona può iniziare a riconoscere i propri automatismi. A vedere ciò che, fino a quel momento, agiva senza essere visto.
E in questo riconoscimento si apre una possibilità.
Non immediata. Non definitiva.
Ma reale.
Ridurre l’identificazione. Allentare la rigidità. E, in alcuni casi, trascendere quelle strutture che, nate come protezione, finiscono per mantenere la sofferenza.
Il ruolo del terapeuta
In questo processo, il terapeuta non impone un cambiamento. Non corregge dall’esterno.
Piuttosto, aiuta a mettere a fuoco.
A riconoscere le linee principali del carattere, le visioni implicite del mondo, le attitudini che orientano le scelte.
E, soprattutto, le possibilità evolutive che da lì possono emergere.
Non per eliminare ciò che c’è, ma per smettere di esserne completamente determinati.
Ciò che protegge, ciò che limita
Perché quei meccanismi, in fondo, non sono errori.
Sono tentativi.
Tentativi di protezione, di adattamento, di sopravvivenza.
Ma ciò che un tempo ha protetto, nel tempo può diventare ciò che limita.
E allora il lavoro non è distruggere, ma trasformare.
Lasciare che qualcosa, finalmente, possa muoversi.
Fonti:
O. Ichazo, Interviews with Oscar Ichazo, Arica Institute Press, 1982
C. Naranjo, Atteggiamento e prassi della teoria gestaltica, 1991
A. H. Almaas, L’ enneagramma delle idee sacre. Aspetti molteplici della realtà, Trad. D. Ballarini, Astrolabio, 2007
Igor Vitale, Enneagramma. La storia dal sufismo in poi Gurdjieff, Ouspensky, Ichazo, marzo 2nd, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica, http://www.igorvitale.org/category/psicologia-clinica/ consultato il 10/07/2017
S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
https://en.wikipedia.org/wiki/Oscar_Ichazo
https://en.wikipedia.org/wiki/Arica_School
Immagine di copertina tratta da: Birdy – Le ali della libertà (Birdy), Alan Parker, 1984
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/08/ICHAZO-BIRDY.jpg4351030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-08-18 04:10:012026-05-03 09:02:12LE PASSIONI DOMINANTI – La teoria psicologica di Oscar Ichazo
“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti” Alfred Adler
Alfred Adler nacque a Vienna nel 1870. Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista austriaco incontrò Freud nel 1902 e ne rimase fedele allievo solo per pochi anni e cioè fino al 1911.
“Già durante il periodo di collaborazione con Freud, Adler aveva intuito il ruolo che una presunta inferiorità organica poteva avere sulla vita dell’individuo, e da questa prima ipotesi nacque il concetto di pulsione aggressiva quale principio dell’energia psichica; per Adler, infatti, il movente istintuale principale è un’aggressività che compensi il senso di inferiorità nei confronti dei propri simili.
Nel 1911 abbandonò completamente la teoria freudiana degli istinti e della libido, proponendo che il riferimento psicoanalitico alla sessualità fosse inteso esclusivamente in senso metaforico.
La nevrosi maschile rappresenterebbe una “protesta virile”, una sovracompensazione nei confronti di un sentimento di inadeguatezza.
Gli individui si sentono inadeguati e imperfetti, e per compensazione si autoingannano creandosi uno “stile di vita” che costituisce essenzialmente una modalità esistenziale tesa al raggiungimento di una superiorità nei confronti degli altri.
La psicoterapia, quindi, consiste in una libera discussione su di un piano paritetico tra lo psicoterapeuta e il paziente con l’intento di individuare il movimento inconscio in cui il paziente ha “organizzato” questo autoinganno da cui discende uno stile di vita fittizzio e nevrotico. Adler diede molta importanza al contesto ambientale e all’interesse per i problemi sociali quali elementi per la crescita sana dell’individuo.
Per le sue idee sociali e per la sua motivata convinzione che le difficoltà psicologiche dell’individuo risalgano, in ultima analisi, a fattori storici e culturali, egli viene considerato il precursore delle revisioni “sociali” della psicoanalisi.”*
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/05/alfred-adler-immagine.jpg320799Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-05-18 08:37:152020-10-27 13:59:16LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER
Un percorso di psicoterapia è essenzialmente un percorso di conoscenza di sè.
Durante questo percorso è possibile riflettere su alcuni comportamenti che si mettono in atto e che non hanno, apparentemente, una spiegazione razionale.
E’ necessario che in questo percorso si sia seguiti e affiancati da uno psicoterapeuta in quanto interpretazioni autonome possono esitare in convinzioni erronee.
Di seguito viene esposto sinteticamente e solo a scopo divulgativo il fenomeno della “retroflessione”.
LA RETROFLESSIONE
E’ l’atteggiamento di colui che fa a sé stesso ciò che avrebbe voluto (originariamente) fare ad un altro.
Se l’ambiente risulta troppo forte, ostile e frustrante la persona rinuncia a lottare, si arrende e si adegua ma dentro di sé il bisogno continua a premere e bisogna impiegare una forte quantità di energia per impedirgli di esprimersi.
Scrive Perls:
“… l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente; vale a dire lo reprime.
La sua energia viene pertanto divisa.
Una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte; l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima tesa all’esterno.
A questo stadio le due parti della personalità lottando in direzioni diametralmente opposte entrano in lotta tra loro.
Quel che è cominciato come un conflitto tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso “.
Pensare, filosofare, elaborare progetti senza arrivare alla realizzazione possono costituire delle retroflessioni se questi atteggiamenti sopravvengono in luogo e al posto dell’azione.
Si potrebbero aggiungere a questo proposito le considerazioni classiche della psicanalisi sulla depressione:
il depresso si squalifica e si autoaccusa perché butta su di sé il risentimento per l’oggetto d’amore che se ne è andato.
Di fronte ad un paziente che si autopunisce e si autocommisera o dice di soffrire di un complesso di colpa Perls non ha esitazioni nel suggerirgli per prima l’ipotesi della retroflessione.
I suoi interventi di solito sono del tipo: se invece di graffiarti in continuazione io ti proponessi di graffiare qualcun altro, chi avresti voglia di graffiare in questo momento?
oppure: chi avresti voglia di criticare e di far sentir colpevole?
Allo stesso modo lavora con i sintomi psicosomatici.
Naturalmente il concetto di retroflessione comprende anche l’atteggiamento opposto a quelli esaminati sino ad ora, cioè l’atteggiamento di chi fa a sé stesso ciò che amerebbe che altri facessero a lui e che lui non osa chiedere.
Si pensi a certe forme di narcisismo, si pensi all’atteggiamento di dondolarsi invece di cercare la tenerezza di un patner desiderato o alla compensazione affettiva di tante forme di autogratificazione.
“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati felice di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.” M. Erickson
Milton Erickson
Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).
E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.
A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.
I racconti di Erickson
Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.
Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.
E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.
Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.
Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2018/02/La-mia-voce-ti-accompagnerà-Erikson-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-03-18 20:10:492020-12-04 17:23:45LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson
Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.
Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.
Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.
Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».
Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine: “Nocturnos” – Ricardo Cinalli
La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:
da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui
e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.
Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.
Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.
Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.
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