ALL’AMORE ASSENTE
ALL’AMORE ASSENTE
“Ci sono infiniti modi per non amare”
Racamier
Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio.
E, forse, ancora di più per non amare gli altri.
Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro.
Relazioni in cui si prende, più che incontrare.
Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.
A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore.
Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.
Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.
Forse si può pensare all’amare come a una disposizione.
Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere.
Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.
Eppure questa apertura non è scontata.
Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare.
Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.
Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro.
E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi.
O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.
Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza.
Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.
Non con compassione — che spesso tiene distanza —
ma con interesse.
Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori.
Ma non è detto.
E non è mai definitivamente perduto.
Può accadere anche più tardi, nella vita.
Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.
E quella resta un’esperienza decisiva.
Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare.
Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro.
Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.
E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.
Non ci fidiamo di lui.
Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.
E allora acceleriamo.
Abbiamo fretta.
Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.
Ma l’amore non si addestra.
Non si trasmette come una tecnica.
Può essere offerto.
Può essere incontrato.
A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.
Ma non si può imporre.
E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.
Fortunatamente.
Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti.
Non può essere una forma migliore di controllo.
Può essere solo uno sguardo diverso.
Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende.
Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.
Un’alternativa che non si impara, ma si sente.
Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste.
Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.
E l’altro, in qualche modo, lo riconosce sempre.
ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA![]()
* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
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Donato saulle - www.donatosaulle.it