“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati felice di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.” M. Erickson
Milton Erickson
Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).
E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.
A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.
I racconti di Erickson
Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.
Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.
E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.
Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.
Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2018/02/La-mia-voce-ti-accompagnerà-Erikson-1.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2019-03-18 20:10:492020-12-04 17:23:45LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson
In un articolo frequentemente citato, Tulving (1985), dopo aver esaminato la letteratura dedicata alla memoria, ha teorizzato che vi sono tre tipi di memoria ai quali ci affidiamo nelle nostre interazioni quotidiane con il resto del mondo.
Queste tre tipologie sono la memoria episodica, semantica e procedurale.
è la memoria relativa agli episodi che si verificano in ogni momento durante la nostra vita, mentre raccogliamo un insieme di eventi che consideriamo, per un qualche motivo, importanti da ricordare.
Essa (la memoria episodica) ci consente di acquisire e conservare delle cognizioni basate su eventi individuali vissuti personalmente, e di richiamarle alla mente o, più precisamente, di ricostruire relazioni temporali legate al tempo soggettivo, in modo tale da richiamare eventi o “tornare indietro nel tempo”, come scrive Tulving (1985).
Quindi la memoria episodica agisce in presenza di consapevolezza.
Per spiegarlo con un esempio personale, io (Todd Burley) ricordo chiaramente un episodio che mi ha insegnato molto in merito alle distanze e alla concretezza, quando avevo due o tre anni e la mia famiglia si era trasferita da Miami a Cali, in Colombia, dove mio padre lavorò per un paio di anni.
I miei genitori mi avevano spiegato che le mie nonne, per me all’epoca molto importanti, si trovavano “al di là dell’acqua”, il Mare dei Caraibi.
Si immagini la mia frustrazione quando ad un’uscita per un picnic mi misi ad osservare un piccolo ruscello ai piedi della collina dove eravamo.
I miei genitori “inspiegabilmente” non mi permisero di attraversare il ruscello per incontrare le mie nonne, che per me si trovavano, in modo abbastanza ovvio, “al di là dell’acqua”.
è il risultato dell’astrazione e della sintesi di ciò che si è appreso a partire da una serie di eventi o episodi caratterizzati da una certa somiglianza.
La memoria semantica è responsabile della “rappresentazione interna” di stati della propria esperienza che non sono presenti a livello percettivo.
Essa permette, quindi, all’individuo di creare rappresentazioni del mondo che possono essere manipolate senza nessun comportamento manifesto.
Quindi la memoria semantica opera in presenza di consapevolezza.
Una persona potrebbe, ad esempio, concludere, sulla base di un certo numero di osservazioni o “episodi”, che i venditori di auto usate sono soliti ingigantire gli aspetti positivi di una macchina usata, minimizzandone al contempo gli aspetti negativi.
Si è raggiunta una conclusione generale che non verrà riesaminata.
Perciò, se la persona sentisse parlare di un’eccellente automobile usata, potrebbe saltare a quella conclusione senza pensarci, senza informarsi maggiormente circa la situazione, perdendo forse un’ottima opportunità.
La memoria procedurale, la forma di memoria più importante per la psicoterapia, è la memoria che si occupa “di come vanno le cose”, o “di come mi comporto” in certe situazioni, “di come va il mondo” e “di cosa è collegato a cosa”.
Quindi la memoria procedurale permette all’individuo di acquisire e conservare le connessioni apprese tra stimoli e risposte, così come tra un modello complesso di stimolo e una catena di risposte, in modo che l’individuo possa rispondere alla situazione in modo adattivo.
In un certo senso, si tratta di una memoria legata al “come” del “fare ed essere” fenomenologico.
La memoria procedurale agisce senza che vi sia consapevolezza.
Quando io (Todd Burley) ero bambino e da ragazzo, la mia famiglia si rallegrava moltissimo della mia reattività e del mio entusiasmo di fronte alle sorprese e agli eventi per me importanti che si presentavano.
Io mi sentivo sempre più a disagio nel ritrovarmi osservato in quel modo, fino a che imparai a dissimulare le mie reazioni.
Come premio del mio successo, ho passato parecchio tempo in terapia ad imparare come “mostrare” nuovamente le mie reazioni, quando la situazione era compatibile con una tale risposta.
Il motivo per cui risultava così difficile invertire il processo è che avevo imparato così bene la risposta della sottrazione al contatto in quei momenti speciali da non avere più consapevolezza dell’atto del nascondere, che compivo “automaticamente”.
Il cervello
Il cervello funziona in modo da rendere automatici tali comportamenti e tali processi cognitivi a causa della sua inefficienza ed incapacità a considerare ogni situazione come “nuova”.
Esso deve conservare le sue risorse processuali per ciò che non è usuale e non è mai stato incontrato prima.
In più ha bisogno di efficienza e velocità per affrontare le molte situazioni apparentemente spontanee.
Se una situazione attuale è sufficientemente simile ad una situazione passata, la memoria procedurale guiderà la nuova situazione.
Nel mezzo di questo processo il cervello sta compiendo ciò che gli psicologi cognitivi chiamano elaborazione distribuita parallela (parallel distributed processing), al fine di organizzare e pianificare, attingere alla memoria degli eventi passati che sono stati rappresentati verbalmente o esperienzialmente, accedere alla memoria procedurale ed eseguire le azioni.
Relazione tra i tre tipi di memoria
La relazione tra i tre tipi di memoria diventa evidente se si comprende che la memoria semantica ed episodica sono le componenti di base della memoria procedurale.
La memoria episodica, quindi, è collegata alla modalità di apprendimento progressivo, la memoria semantica alla ristrutturazione dell’apprendimento, e la memoria procedurale si lega all’apprendimento finalizzato alla regolazione e all’automatizzazione del comportamento.
La memoria procedurale richiede un’esplicita risposta esterna, mentre quella semantica ed episodica possono basarsi semplicemente sull’osservazione.
Altri ricercatori e teorici hanno raggiunto conclusioni analoghe.
Ad esempio, Squire (1986) ha suddiviso i sistemi di memoria
in memoria dichiarativa (episodica e semantica), legata alle cose che possono essere dette, e
non dichiarativa (procedurale), per ciò che non riguarda il discorso.
Schacter (1995) ha parlato di memoria implicita facendo riferimento agli stessi processi della memoria procedurale.
Ciò che è interessante notare è che i diversi ricercatori, benché propongano configurazioni leggermente differenti del concetto di memoria e della sua descrizione, giungono comunque alle stesse conclusioni relativamente alla natura di un tipo di memoria che non è oggetto di consapevolezza ma appare ugualmente in grado di guidare i nostri comportamenti al verificarsi di situazioni simili a precedenti già incontrate e “padroneggiate”.
La natura della consapevolezza varia in ogni caso.
Consapevolezza
Notiamo che la memoria episodica è basata sulla conoscenza e la consapevolezza di sé. Quella semantica si basa sulla conoscenza di cose o idee traducibili verbalmente.
E la memoria procedurale si ha senza consapevolezza.
Semplicemente, non si è consapevoli dell’elaborazione di un certo tipo di risposta ad un livello conscio.
Ad esempio, quando un individuo agisce in modo ossessivo, agisce senza la consapevolezza di ciò che sta facendo.
Si porta avanti il processo ossessivo senza riflessione – in modo automatico e senza pianificazione o previsione.
La tabella 1 esplicita chiaramente alcune di queste relazioni.
Dopo aver descritto il concetto gestaltista di processo e l’importanza della memoria procedurale, riteniamo importante discutere come viene acquisita la memoria procedurale rilevante per la struttura caratteriale.
Tabella 1. Caratteristiche della memoria in Tulving (1985)
In ogni discorso serio sulla memoria e sul processo caratteriologico è necessario tenere conto della prima infanzia.
Gli studi sugli infanti sono una grande sfida, a causa della velocità dei cambiamenti nello sviluppo e della diversità tra i differenti individui.
La ricerca è stata, tuttavia, in grado di fornire delle prove relative alla memoria e apprendimento infantile che possono esser istruttive da comprendere nella prospettiva di come si sviluppano i fondamenti della struttura caratteriale.
Carattere
La teoria suggerisce che tra i 5 e i 7 anni il carattere sia formato per quanto, ovviamente, sempre sottoposto a modifiche e cambiamenti nel corso della vita.
Questo fenomeno precoce rende l’apprendimento e la memoria infantile estremamente importante per le relazioni e per i comportamenti futuri. Inoltre, questo apprendimento precoce può essere adattivo rispetto all’ambiente in quel momento, ma non adattivo dal punto di vista di altre relazioni o ambienti che si presentino successivamente nella vita.
La crescita immensa in termini di sviluppo durante questo periodo implica anche il fatto che una quantità considerevole di memoria procedurale venga codificata.
Come osservato più sopra, le memorie procedurali immagazzinate in tale periodo sono significative per tutta la vita, poiché dirigono ed influenzano i comportamenti, le cognizioni, le emozioni del bambino, andando a costituire perciò il modo o la via caratteriologica di risposta nella vita adulta.
Ciò si vede in maniera più specifica nel modo in cui queste prime esperienze di memoria procedurale formano la struttura dei legami e delle relazioni interpersonali.
Paley e Alpert (2003) hanno chiarito questo aspetto nel loro articolo dedicato ai traumi infantili.
Gli autori di quell’articolo hanno incoraggiato i medici a considerare più seriamente il significato dei traumi infantili, occupandosi delle manifestazioni di memoria potenziale, in forma di modelli comportamentali, somatici, cinestetici e verbali, presenti nei loro pazienti.
Perciò è importante essere consapevoli della rilevanza del problema dell’apprendimento e della memoria infantile al fine di una migliore comprensione e di una migliore relazione con il cliente adulto.
Periodo preverbale
Dobbiamo ricordare, comunque, che la memoria procedurale sedimentata nell’infanzia, o nel periodo preverbale, potrebbe essere la più difficile da far riemergere nella coscienza dal momento che il linguaggio verbale è la nostra modalità tipica in psicoterapia.
È difficile scavare verbalmente nelle nostre esperienze preverbali (Balint, 1968).
Il problema della ricerca in quest’area è stato di scoprire in che modo e quale misurazioni effetturare sugli infanti, e ciò ha ostacolato la comprensione delle capacità complessive degli infanti e del modo in cui il loro apprendimento influenzi lo sviluppo del carattere nella vita.
Alcune delle difficoltà di queste ricerche risiedono nel fatto che gli infanti e i bambini – di età inferiore ai tre anni – devono avere a che fare con un tipo di memoria preverbale.
Il linguaggio verbale
Il linguaggio verbale ci permette di condividere l’esperienza, di portarla a consapevolezza, e di confrontarci con le nostre situazioni e la nostra identità sociale.
Mentre il linguaggio rende la consapevolezza più accessibile per la comunicazione con gli altri, il linguaggio stesso non è necessario per l’apprendimento o la memoria, né l’interazione sociale è una una causa di per sé.
Il significato degli eventi è determinato dal nostro luogo e dal nostro ruolo negli eventi stessi, che è stabilito dalla possibilità di ricordare (Nelson, 1994).
È ben documentato il fatto che più un adulto è esposto ad un evento, più alta è la probabilità che l’evento venga appreso e conservato nella memoria (Underwood, 1969).
Ricerca
La ricerca con gli infanti e i bambini sottolinea questo fatto e indica che l’addestramento o la ripetizione fisica di un evento rafforza la memoria (Rovee-Collier, Evancio, & Earley, 1995).
Al contrario del modello iniziale dello sviluppo elaborato da Piaget (1952), nel quale il bambino è descritto come incapace di trattenere rappresentazioni mentali,
ricerche più recenti hanno dimostrato che gli infanti di tre mesi sono in grado di codificare, immagazzinare, e richiamare alla mente ricordi (Rovee-Collier, 1996).
Dalla seconda metà del primo anno di vita, gli infanti non solo manifestano l’influenza di esperienze precedenti attraverso comportamenti quali guardare più a lungo o colpire con più decisione oggetti familiari, ma dimostrano anche la capacità di richiamare alla memoria eventi specifici o episodi del passato (Rovee-Collier, 1997).
Questa ricerca rivela che più un infante o un bambino ha esperienza di un evento, più forte sarà la memoria di quell’evento.
Perciò gli adulti incontreranno frequentemente esperienze o frammenti di esperienze che riattiveranno, direttamente o indirettamente, ricordi dell’infanzia.
Inoltre, queste memorie che influenzeranno il comportamento possono verificarsi in presenza o in assenza di consapevolezza da parte dell’adulto poiché si tratta di una risposta ripetitiva e abituale (memoria procedurale) alla situazione.
Di conseguenza l’adulto potrebbe essere più o meno consapevole del suo modello di risposta (Sheffied & Hudson, 1994).
Quando si lavora con gli infanti e con chi si occupa di loro, si trova che i modelli di interazione che permettono di prevedere i modelli di relazione risultano evidenti all’inizio della relazione.
Queste interazioni, positive o difficili che siano, influenzeranno le relazioni interpersonali future.
In effetti, queste interazioni infantili sono cruciali e fondative poiché svolgono la funzione di primo apprendimento da parte dell’infante e vanno a costruire interazioni analoghe a quelle di tipo “riflessivo” per mezzo della memoria procedurale che influenzerà le relazioni interpersonali per tutto il corso dell’esistenza.
In più, queste interazioni riflessive operano al di fuori della consapevolezza (nella memoria procedurale), e risultano così difficili da riconoscere e modificare.
Livello di eccitamento
Un importante fattore per l’apprendimento e la creazione della memoria è dato dallo stato o dal livello di eccitamento nel quale l’apprendimento avviene e dal modo in cui questo stato viene regolato.
Da infanti, disponiamo di sei stati possibili: sonno profondo, sonno attivo, dormiveglia, attenzione, attenzione attiva e pianto.
Lo stadio di attenzione è uno stadio ottimale per interazioni efficaci, per l’apprendimento e la codificazione (Gunzenhauser, 1987).
Perciò, gli infanti che hanno difficoltà a conseguire e mantenere un buono stato di allerta possono anche manifestare un minore apprendimento, con fluttuazioni in ciò che è codificato e nel modo in cui ciò risulterà significativo o giocherà un ruolo particolare più tardi nel corso della vita.
Per esempio, gli infanti con una regolazione modesta e un grado di attenzione molto limitato manifestano spesso una risposta significativamente più ridotta o maggiore rispetto alle richieste ambientali.
Ciò si può tradurre in una bassa soglia di stimolazione o un bisogno di sovrastimolazione da adulti.
Questa difficoltà nella regolazione dello stato e nella conservazione dell’attenzione spesso si traduce in relazioni interpersonali problematiche, caratterizzate da problemi di comunicazione e di attaccamento o di intimità, che spesso inducono ad auto-medicazioni o ad altre strategie per superare queste difficoltà.
È stato sostenuto un argomento per il quale può darsi che si abbia esperienza e ricordo a breve termine di eventi durante l’infanzia, ma ciò non si conserverebbe a lungo termine e nella memoria procedurale.
Recenti studi hanno comunque dimostrato che gli eventi nell’infanzia sono richiamati alla mente da bambini e adulti (Boyer, Barron, & Farrar, 1994).
Uno di questi studi (Bauer, Hertsgaard, & Dow, 1994) ha scoperto che gli eventi nuovi sono significativi per la memoria a lungo termine a partire dall’età di 1\2 anni, per conoscenze conseguite ad 8 mesi.
Questi dati suggeriscono che la memoria infantile è duratura e accessibile nel tempo (Bauer, 1996). McDonough e Mandler (1994) hanno compiuto uno studio con bambini di 22-23 mesi che, a distanza di un anno, erano in grado di ricordare azioni familiari ma non eventi nuovi.
Sheffield e Hudson (1994) hanno sottolineato ulteriormente l’impatto della memoria e dell’apprendimento.
Hanno preso in esame bambini di 14 e 18 mesi a cui veniva mostrato la codifica associativa di componenti di un evento.
I loro ricordi a quell’età risultano associativi poiché non richiedevano ulteriori esperienze per portare a termine il compito, ma se veniva fornito loro un modello, i bambini erano in grado di ricordare componenti apparentemente dimenticate dell’evento.
Di conseguenza, il contesto da solo può richiamare la memoria procedurale.
Questo suggerisce che queste esperienze iniziali della vita possono riflettersi nella semantica adulta, nella conoscenza del mondo indipendente dal contesto (Hayne & Findlay, 1995).
Struttura caratteriale adulta
Come si collega ciò con la nostra struttura caratteriale adulta?
Un legame importante tra l’apprendimento infantile e la struttura caratteriale adulta è manifesto nello studio dei processi di attaccamento e di interruzione, così come nello sviluppo del sé.
Perché si sviluppi, l’infante deve essere in grado di conseguire una connessione e il rispecchiamento da parte dell’adulto, spesso dalla madre.
Inoltre, i nostri legami di attaccamento nell’infanzia sono importanti nel determinare le nostre competenze successive in merito ai legami.
Questi primi legami sono significativi per il processo di sviluppo del sé e della struttura del carattere. In base al modello di Piaget (1952), si è sostenuto che lo sviluppo del sé si verifichi attorno ai 6/7 anni.
Sulla base di ricerche più recenti, ora si sposta questo fenomeno al secondo anno di vita, e ci sono alcuni indizi che possa cominciare all’inizio del primo anno insieme alla differenziazione del sé dagli altri e con l’inizio della permanenza oggettuale (alcune teoria hanno osservato che un senso del sé inizia a stabilirsi nel momento in cui si presentano discriminazioni e differenze).
Sappiamo che gli infanti reagiscono se vengono toccati sulla guancia, ma è sorprendente che, nelle prime due settimane di vita, non reagiscano al loro tocco (Rochat & Hesbos, 1997).
Mentre a prima vista può sembrare poco significativo l’essere consapevoli del momento in cui si forma la coscienza di sé, questo influisce in realtà sul nostro lavoro con il paziente adulto.
Il nostro paziente potrebbe, infatti, avere a che fare con interruzioni nel processo di formazione e risoluzione delle convinzioni sviluppate, come accade di frequente, nell’infanzia.
“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”
Testo di:
Todd Burley
Department of Psychology, Loma Linda University
Gestalt Associates Training—Los Angeles
M. Catherin (Kiti) Freier
Department of Psychology, Loma Linda University
Department of Pediatrics, Loma Linda University
Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.
Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.
Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.
Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».
Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine: “Nocturnos” – Ricardo Cinalli
La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:
da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui
e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.
Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.
Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.
Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.
Per comprenderli è necessario avere una certa famigliarità con aspetti basilari della teoria psicoanalitica, della struttura, della funzione e della evoluzione della psiche – cioè della mente.
Inizieremo quindi con il riassumere molto brevemente alcuni concetti base della teoria psicoanalitica come conscio, inconscio e preconscio.
La differenza di questi concetti è relativa e i tre termini indicano gradi variabili di accessibilità alla consapevolezza.
Il termine conscio si riferisce a quelle funzioni mentali (impulsi, ricordi, pensieri, sentimenti, percezioni) di cui una persona è consapevole in un certo momento.
Il termine inconscio si riferisce a quei processi psicologici di cui una persona è inconsapevole e dei quali non è in grado di divenire consapevole mediante uno sforzo di volontà.
Il termine preconscio si riferisce alle funzioni mentali di cui la persona è inconsapevole in un certo momento ma delle quali può divenire consapevole mediante i suoi ricordi, concentrando l’attenzione, o se qualcuno glie lo rammenta.
Lo sforzo intenzionale per diventare consapevoli di un contenuto preconscio può avere un successo immediato, richiedere qualche minuto, ore e a volte addirittura giorni. Talvolta può essere necessario l’aiuto di altre persone, come nel caso di una discussione tra amici, in cui uno di essi non riesce a ricordare un nome.
Di solito un nome viene escluso in questo modo dalla coscienza perchè un certo motivo o desiderio, magari anche superficiale, banale o semplicemente sgradevole, viene associato al nome e interferisce con il fatto che questo divenga conscio ed espresso.
In altri casi varie funzioni psicologiche vengono mantenute preconsce, cioè fuori dalla consapevolezza, allo scopo di poter meglio concentrare l’attenzione su un compito o una questione urgente.
Ad esempio quando un individuo scrive una importante lettera di affari egli esclude dalla consapevolezza tutte le altre faccende più o meno urgenti.
Se altre sensazioni e motivazioni venisse consentito di accedere alla coscienza esse finirebbero per avere un effetto distraente sull’attenzione, con un risultato negativo per ciò che si sta eseguendo.
Per scrivere la lettera nel modo migliore, la persona deve escludere dalla consapevolezza tutto il resto: motivazioni, pensieri, ricordi e sensazioni. Talvolta impulsi preconsci o inconsci, che sono personalmente inaccettabili, diventano così intensi e premono con vigore per essere espressi, che possono finire per entrare nella consapevolezza conscia o trovare espressione anche contro la volontà della persona in questione.
In questo senso i meccanismi di difesa possono diventare una minaccia per la capacità del soggetto di tenere sotto controllo la propria mente.
Il termine meccanismi di difesa si riferisce invece a varie attività psicologiche (come la rimozione, la razionalizzazione, l’inibizione o l’isolamento dell’affetto; alcuni dei quali approfondiremo in dettaglio in un prossimo post) che scattano in modo automatico e involontario mediante le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. Escludendo l’impulso dalla consapevolezza, egli ne rende un poco più improbabile l’espressione.
Secondo la teoria psicoanalitica, un impulso è sufficientemente inaccettabile perchè siano attivati dei meccanismi di difesa allorchè, secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza morale.
Di conseguenza quando un simile impulso preme per trovare espressione, l’individuo diventa apprensivo, proprio come farebbe in qualsiasi situazione realmente pericolosa.
La valutazione delle potenziali conseguenze di un impulso non implica un processo conscio o intenzionale. Esso, al contrario, è spontaneo, automatico, e si svolge al di fuori della consapevolezza. Il giudizio può essere confortato da considerazioni realistiche, oppure essere basato interamente su punti di vista irrazionali o infantili circa le conseguenze dell’impulso e la reazione anticipata degli altri a esso. In che misura il giudizio sia razionale o irrazionale dipende dalle precedenti esperienze di vita della persona. Qualunque impulso che, in modo più o meno corretto, sia stato associato con la minaccia di disapprovazione, punizione o ritorsione verrà considerato come pericoloso.
Sebbene evocati dal bisogno di evitare la minaccia di una possibile perdita di controllo su di un impulso inaccettabile, i meccanismi di difesa possono continuare a operare anche dopo che la minaccia originaria è scomparsa. La difesa può perciò diventare abituale e trincerarsi fermamente entro la struttura caratteriale della persona e nel suo modo abituale di comportarsi.
Bisogna infine da sottolineare il fatto che i meccanismi di difesa hanno una funzione evolutiva e sono collegati alla sopravvivenza stessa dell’individuo, per questo motivo le difese vanno rispettate, è necessario tuttavia comprenderle e superarle in particolar modo quando si percepisce che queste non sono più funzionali al benessere e si trasformano in un sintomo di malessere psicologico impedendo la libera espressione della propria personalità e un contatto armonico e flessibile con sè stessi e con gli altri.
“Il fondamento della vergogna non è il nostro sbaglio personale,
ma che tale umiliazione sia visibile a tutti.” Milan Kundera.
Il senso della vergogna viene descritto come:
– un turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere, o effettivamente riceve, una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri,
– un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati,
– un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati,
– il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili.
La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell’azione.
La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: viene violato ciò con cui ci si copre per proteggere l’intimità del proprio sé e l’immagine diventa improvvisamente evidente all’occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non ci si sarebbe voluti mostrare.
Spesso l’individuo mette in atto modificazioni nello stile di vita di relazione che tendono a limitare la libertà di azione, per timore di dover fare i conti con questa condizione emotiva disagevole.
Centrale quindi nello sviluppo e nel mantenimento del problema è la paura del giudizio dell’altro, probabilmente per le esperienze precoci di invalidazioni di vissuti emotivi fondamentali.
Questi sentimenti dolorosi hanno come conseguenza l’orientarsi verso stili di vita caratterizzati da timidezza e distacco dagli altri.
Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è una emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia).
Funziona prevalentemente per accessi, del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé.
Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova speculare vergogna o imbarazzo di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno, ci si vergogna di parenti o amici.
Queste caratteristiche rendono difficile l’ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza e accettazione da parte di chi la sperimenta: si tende più facilmente a fuggirlo.
Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l’autogiudizio e l’autocondanna.
L’intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, a volte invidia o depressione, apatia, ritiro.
Inoltre la vergogna si pone sul crinale tra intrapsichico ed interpersonale: si tratta infatti di un sentimento che riguarda contemporaneamente la sfera della massima intimità dell’individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall’altro.
Quindi il senso di vergogna mette in relazione l’esperienza intrapsichica con quella interpersonale, la sfera narcisistica e la sfera cosiddetta oggettuale, ponendosi su un terreno di mediazione tra i due versanti, che del resto sono sempre intimamente intrecciati.
Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui io mi percepisco irrimediabilmente perdente, mentre l’altro – generalmente un altro significativo – diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale.
Un’altra manifestazione che tende a difendere il sé dalla vergogna è la rabbia. Questa si presenta come un bisogno incoercibile di vendicare un torto vissuto, come una ferita narcisistica allo sviluppo affettivo del sé, che ha generato un profondo senso di umiliazione (Kohut, 1971). Molte volte la rabbia si presenta in forme più sottili, ad esempio attraverso il sarcasmo o l’ironia, ed ha la funzione di far provare all’altro il senso di umiliazione e vergogna che si è sperimentato.
Alcuni psicoanalisti americani hanno descritto il cosiddetto “ciclo della vergogna-rabbia”: in questo ciclo accade che ci si vergogna di se stessi, del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro, e che tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento e rabbia verso l’altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso.
Per quanto riguarda la relazione interpersonale, quando è presente il senso di vergogna, si tratta di una relazione che non è, o non è ancora, reciproca, intersoggettiva, dove l’uno e l’altro siano percepiti entrambi soggetti, con uguale diritto di esistenza, pur nella diversità, bensì di una relazione fortemente asimmetrica, del tipo soggetto-oggetto, dove l’Altro, quello vincente, da cui ci si sente guardati (male) è il Soggetto, percepito come giudicante, sprezzante, svilente nei confronti dell’oggetto che sta osservando, quell’oggetto fallito, difettoso, insignificante, patetico e ridicolo che è esattamente ciò con cui chi prova vergogna si sta identificando.
La vergogna sta qui ad indicare lo scacco subito, il senso di indegnità avvertito da chi riceve, o presume di ricevere, un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.
Interessante a questo proposito è l’interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna.
Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell’altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.
La vergogna scrive “non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente, cristallizzato che sono io per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione degli altri per essere ciò che sono”.
Il sentimento di vergogna, sia quella che subiamo e sia quella che, più o meno inconsciamente, tendiamo ad indurre e ad alimentare, può gradualmente ridurre i suoi effetti invalidanti, nella misura in cui favoriamo il crescere, nelle nostre relazioni, della consapevolezza e dell’attenzione per la propria e l’altrui soggettività.
La consapevolezza cioè del fatto che pur essendo in questo momento oggetto del mio sguardo, l’altro continua a mantenere una propria autonomia, una propria soggettività, che fa sì che esso non si esaurisca mai totalmente in ciò che io vedo.
Mantenere la consapevolezza del mistero che ciascun soggetto continua ad essere, per se stesso e per l’altro, della molteplicità di aspetti che non sono mai del tutto evidenti ed oggettivi, la consapevolezza cioè di uno svelamento ulteriore sempre possibile e mai completamente esaurito.
E qui torna spontaneamente ad imporsi all’attenzione quell’aspetto della vergogna che sembra portare in sé il passaggio evolutivo di affermazione della soggettività che spinge a difendere il proprio Sé, e di conseguenza quello altrui, da intrusioni invasive nella sfera dell’intimità.
Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli, ( i “capri espiatori” ) che sono spesso identificati per razza, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza e orientamento sessuale, che hanno il fine di scaricare la frustrazione comune per mantenere il precario equilibrio di società e di persone scarsamente evolute.
All’interno di queste identità sociali il sentimento della vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito e può nascondersi anche dietro marcate dichiarazioni di appartenenza.
Questo sentimento di vergogna è anche inevitabilmente la risposta ad uno sguardo purtroppo oggettivante di chi, sentendosi “il Soggetto” tende a rendere l’altro “cosa”, spogliandolo del suo diritto di soggetto.
Credo sia necessario riconoscere la responsabilità dello sguardo, del modo di guardare, di pensare e di parlare a noi stessi, all’altro, al mondo, con il fine di ridurre “l’effetto Gorgone” da cui siamo circondati, ovvero “lo sguardo che pietrifica”, immagine simbolicamente evocativa della sofferenza connessa al sentimento della vergogna.
Fonti:
Agnese Galotti -Vergogna e immagine di sè
http://www.geagea.com/52indi/52_08.htm
Umberto Galimberti – Psicologia – Garzanti
Meterangelis G. – La Vergogna e le organizzazioni narcisistiche patologiche (2011)
“Rifugi della Mente – Processi di sviluppo”
Immagine: Ricardo Cinalli – Risurrezione
(Avignone 1923 – Stanford 2015) è stato un antropologo, critico letterario e filosofo francese.
Il suo lavoro appartiene al campo dell’antropologia filosofica e ha influssi su critica letteraria, psicologia, storia, sociologia e antropologia.
Ha scritto diversi libri, sviluppando l’idea che ogni cultura umana è basata sul sacrificio come via d’uscita dalla violenza mimetica (cioè imitativa) tra rivali.
Le sue riflessioni si sono indirizzate verso due idee principali:
il desiderio mimetico,
il meccanismo del capro espiatorio (che sarà approfondito in un futuro post).
IL DESIDERIO DI RENE’ GIRARD
René Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio.
In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto.
Ad esempio, un determinato oggetto è qualcosa di più di quel’oggetto, altrimenti qualsiasi modello servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».
Ma focalizzare il proprio desiderio su un modello è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di disvalore rispetto al modello.
E’ per questo che potrebbe essere utile, per tutti e oltre ogni sintomo, intraprendere un percorso terapeutico che porta alla conoscenza di sè e dei propri introiettati modelli irraggiungibili che sono la radice della propria sofferenza e che impediscono di far emergere il proprio, vero, unico e personale, desiderio.
Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Immagine: Free curve to the point – Kandinsky
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/07/IL-DESIDERIO-DI-RENE-GIRARD.jpg4951030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2018-10-18 18:39:382021-04-14 10:58:43IL DESIDERIO DI RENE’ GIRARD
Le forme di abuso e di maltrattamento possono essere considerate da diversi punti di vista. In questo post vengono presi in considerazione quegli abusi costanti e striscianti, insiti in forme di comunicazioni e di relazioni tossiche, malsane e malate.
Vengono quindi prese in considerazione in modo primario le forme di abuso psicologico e solo marginalmente si parlerà di quelle forme che sfociano, in minaccia o atto, di abuso fisico o sessuale.
In questa ottica si considera fondamentale separare gli atti posti in essere con cosciente e consapevole volontà di causare un danno psicologico a un altro essere umano da quegli atti, e sono la maggior parte, che sono agiti in modo inconsapevole o inconscio ma che esitano comunque e sempre in una condizione di malessere in chi li subisce e, pur in maniera diversa, anche in chi li commette.
Fernandez definisce l’abuso come “azione violenta che, condotta con intenzione e direzionalità, cerca di causare danno a una persona”.
In realtà non è sempre vero che l’abusante abbia sempre una consapevolezza intenzionale e come fine principale quello di procurare un danno (che comunque provoca e di cui sottovaluta le conseguenze), sembra però che a volte la spinta emotivo-affettiva si organizzi attorno a:
– sentimenti di onnipotenza;
– bisogno di sottomettere ed anche annichilire l’altro;
– bisogno di controllo assoluto sulla vita dell’altro;
– scaricare un desiderio distorto, caratterizzato cioè da una deformazione o deviazione dello stimolo rivolto a procurare un danno;
– comportamenti appresi nella sfera famigliare, subiti prima e riproposti poi.
Queste osservazioni riportano al quesito non risolto se si tratti di un atto istintivo che ha un valore in sé oppure se, al contrario, sia il risultato di un retroscena ampiamente psicopatologico (naturalmente ci sono i casi, che vanno chiariti, nei quali si può riscontrare una vera volontà di delinquere) che non è argomento di questo post.
Quando l’abuso si riferisce a un danno provocato, l’uso della parola non è corretto per cui bisognerebbe parlare di violenza che può essere agita sia sul corpo che sulla organizzazione psico-affettiva.
Quando l’abuso viene perpetrato involontariamente e con modalità velate, oscure o inconsce tutto diventa più complesso in quanto l’attore, e spesso la persona che subisce, non percepiscono la gravità delle conseguenze psicologiche che provocano questi atteggiamenti di continua e costante svalutazione.
La violenza psicologica si mette in atto provocando continuamente la vittima, con offese, denigrando, con il disprezzo e con l’umiliazione ma anche con il sarcasmo. Inculcando nella sua mente il seme dell’ossessione e dell’insicurezza, limitando la vittima della sua libertà o della sua intimità. Mentendo o mettendo l’accento sugli aspetti della realtà più svalutanti, con l’esclusione dal potere decisionale e spesso con l’isolamento.
In alcuni casi si possono rilevare modalità disfunzionali che coinvolgono interi sistemi familiari nella attuazione inconscia di comportamenti prevaricanti e non rispettosi dei confini e dei limiti di un singolo componente del nucleo familiare che, spesso, se segnala il proprio senso di disagio viene escluso o allontanato dal nucleo. Allontanarsi da un nucleo disfunzionale è a volte inevitabile ma nei casi di esclusione subita, senza aver compreso, anche a livello solo razionale, le dinamiche sottostanti, questo viene vissuto con sensi di colpa (una colpa senza nome) e non integrato in una visione di Sè e della propria biografia dotata di senso.
Dobbiamo quindi parlare di un trauma che riguarda per lo più la sfera psico-mentale e che coinvolge sia la potenzialità dell’attore che quella di chi subisce il trauma.
Una azione può risultare più traumatica se agita in pubblico, piuttosto che in privato, anche perché può essere più incisiva se suscita sensi di vergogna.
Può diventare traumatico non solo un atteggiamento attivo, ma anche una negligenza, una mancanza ed anche un semplice allontanarsi, un atteggiamento, una modalità anche non verbale.
L’azione traumatica può diventare tale se il soggetto si trova impreparato (da una azione imprevedibile) o in una condizione anche temporanea di debolezza (per es. un trauma verbale in una persona anziana, temporaneamente indifesa perché depressa o agitata per altri motivi) o incapace di sopportare l’ira, il sarcasmo o la fredda indifferenza dell’attore.
Anche un eccesso di accudimento può esitare nelle conseguenze di un abuso. Un dare continuamente senza lasciare il tempo di formulare e a volte nemmeno di pensare il bisogno. Saturare una richiesta prima che venga espressa. Soddisfare dei bisogni o prevenirli porta a soffocare la domanda e quindi il soggetto non può che allontanarsi o protestare per far comprendere, magari per vie negative la vera domanda.
In forma leggera la situazione è probabilmente più frequente di quanto si pensi ed è ampiamente sottovalutata perchè non causa evidenti problemi fisici immediati. La manifestazione più severa dell’ipercura è la sindrome di Münchausen per procura, in questo caso si attribuisce, generalmente al bambino, sintomi e malattie di cui non soffre realmente, ma che sono piuttosto il frutto di una convinzione distorta, radicata nello stato di salute fisica e psicologica del genitore che trasferisce su di lui (per procura) il proprio stato e la propria convinzione di malattia.
Il trauma non produce generalmente danni fisici, e quindi visibili, immediati (se si eccettuano i momentanei stati d’ansia), ma successivamente si possono provocare:
– perdita dell’equilibrio psico-mentale;
– diminuzione del senso di sicurezza o condizioni di paralizzante insicurezza;
– paura di aver perso le proprie capacità mentali;
– sensazione di incapacità od insufficienza ad assolvere i propri compiti;
– convinzione di essere la causa di questo accadimento;
– diminuzione dell’autostima e perdita del senso di auto-soddisfazione;
– sentirsi senza via d’uscita,
– ridurre l’empatia e la dimensione dell’intimità.
– sentimenti di vergogna e colpevolezza
– ritiro sociale e abuso di sostanze
La violenza verbale può assumere anche aspetti di abuso se:
– svalorizza l’altro nelle sue capacità psico-fisiche, attitudini, potenzialità;
– blocca o devia gli argomenti dell’altro;
– ribatte ogni giustificazione;
– irride o minimizza i valori dell’altro;
– giudica e critica in maniera incontrovertibile, rifiutando ogni tipo di dialogo;
– confonde l’altro con argomentazioni ossessive;
– erode la fiducia e la determinazione dell’altro;
– insulta o alza smodatamente la voce;
– minaccia di passare alla compulsività fisica;
– approfitta di leggere dimenticanze, usando anche la manipolazione.
Le caratteristiche della violenza riguardano:
– produrre risposte d’angoscia: questa si definisce come risposta emotiva intensa, automatica e inconscia;
– incutere paura, che è una risposta mediata (non automatica), elaborata da processi personali consci ed inconsci e che, quindi, ha le caratteristiche che l’assimilano ai sentimenti;
– provocare uno stato di terrore nel quale è implicito un senso di impotenza totale che nei casi più gravi può far sentire di essere di fronte ad una esperienza catastrofica o ad una morte inevitabile.
A volte queste esperienze sono isolate e spurie, anche se quando accadono possono essere traumatiche. Una situazione diversa si presenta invece quando si è esposti a queste forme di legami per lungo tempo e a poco a poco ci si abitua a tale situazione e la si aspetta. Questo, naturalmente, vale sopratutto per l’infanzia, che è il periodo in cui i bambini hanno la tendenza a concludere che quello che accade a loro, accade in tutto il mondo – quindi quello che accade a loro è, e diventa, per così dire, la legge dell’universo e la propria visione del mondo. E’ dunque chiaro che in questi casi non si tratta di un trauma isolato; siamo piuttosto di fronte a un modello ben determinato di interazione. Si può meglio capire la qualità interattiva di questo modello se si tiene presente che il doppio legame nell’adulto non può essere – per la natura della comunicazione umana – un fenomeno unidirezionale.
L’indice dell’importanza della violenza tiene poi conto del soggetto verso il quale l’azione viene agita, proprio perché, per esempio, un bambino o un anziano sono più vulnerabili di un adulto e un disabile ha meno capacità di difendersi.
Inoltre, le percezioni personali riguardo alla violenza si legano inesorabilmente alla percezione del livello di potenzialità aggressiva dell’attore sia per sé che per il ruolo che lo caratterizza e, quindi, sulle possibili ritorsioni in caso di autodifesa, di reazioni di contenimento o aggressive a loro volta.
Spesso si assiste a una notevole sottovalutazione del fatto che persone con problematiche personali ed emotive non risolte, e con scarse possibilità di risolverle da sole, producano comportamenti non empatici e non rispettosi dei limiti dell’altro e che questi possono determinare una condizione di abuso e provocare effetti intensi e duraturi negli anni che vengono a volte anche tramandati tra generazioni. L’abuso e il maltrattamento sono fenomeni che non si risolvono con il semplice passare del tempo. Si cronicizzano. E’ necessario superare la paura anche solo di pensarle queste situazioni, evitare di negare che il problema esista o che si possa risolvere da solo.
Anche perchè a volte sono sostenute da persone che credono di possedere una presunta superiorità “morale”.
E’ necessario infine sottolineare che non tutto il dolore è patologia. Spesso il dolore, anzi l’essenza del dolore, è non conoscenza di sé, della propria biografia e delle dinamiche relazionali e comportamentali che fanno parte della propria storia di vita.
Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388Fonte:
Romeo Lucioni, Ida Basso – Nel segno dell’abuso
http://www.slowmind.net/timologinews/abuso3.html
P. Watzlawick, J.H.Beavin, D. Jacson – Pragmatica della comunicazione umana
Umberto Galimberti: Il successo della filosofia – Feltrinelli Editore
http://www.feltrinellieditore.it/news/2003/10/23/umberto-galimberti-il-successo-della-filosofia-2200/
Immagine: Maurizio Bottarelli, Spiaggia nera a Mokau (particolare), 2007
Nonostante le differenti interpretazioni che si riscontrano nelle varie culture ed epoche storiche, i colori (come abbiamo visto in un post precedente sulla psicologia dei colori) rappresentano in ogni area geografica e a ogni livello di conoscenza uno dei livelli più significativi della lettura simbolica del mondo esteriore e interiore. Per ciascuna cultura e per ciascun individuo ogni colore assume un certo significato ed esercita un certo effetto connesso a immagini, contenuti, figurazioni ed emozioni che il soggetto percepisce anche se non conosce.
In alcune tribù Balinesi si usa definire l’infinita gamma di colori in due modi: i colori chiari e i colori scuri. Scrive l’antropologo G.Bateson in Mente e Natura: “in tutte le forme di pensiero, anche se in qualcuna di più e in qualcuna di meno, c’è una fortissima tendenza a pensare e a parlare come se il mondo fosse costituito da parti separabili. Tutti i popoli del mondo, tutti i popoli esistenti e conosciuti hanno qualcosa che somiglia a una lingua e sembra che tutte le lingue si basino su una rappresentazione particellare dell’universo. Tutte le lingue hanno qualcosa di simile ai nomi e ai verbi, che isolano oggetti, enti, eventi, esperienze e astrazioni. In qualunque modo si esprima, la differenza suggerisce sempre delimitazioni e confini, produce conflitti e procura inutili soffferenze.
Se i nostri mezzi per descrivere il mondo scaturiscono da nozioni di differenza, allora la nostra immagine dell’universo non può che essere particellare.
Diffidare quindi della lingua e credere nella sostanziale unità dell’essere diventa un atto di fiducia.
Quando parliamo dell’universo non possiamo far altro che darne descrizioni suddivise. Ma queste suddivisioni in confini, in parti nominabili, possono essere fatte in tanti modi. Alcuni migliori, altri peggiori. A volte in buonafede a volte in mala-fede.
Chi delimita confini e marca diversità esprime una visione primitiva e parziale del mondo.
Come dice W. Blake in The Gost of Abel: “la natura non ha contorni”.
Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388Tratto da:
Bateson Gregory – Mente e natura – Psicologia – Adelphi Editore
Bateson Gregory – Una sacra unità. Altri passi verso un’ecologia della mente – Psicologia – Adelphi Editore
Galimberti Umberto – Psicologia – Garzanti https://it.wikipedia.org-psicologia
Modelli di psicologia – Il Mulino
Immagine: Piet Mondrian | Armonia Perfetta
Immagine di copertina: Piet Mondrian | Armonia Perfetta (modificata)Tag. Psicologia, psicologia del colore, Armonia perfetta, Mente e natura, Il test dei colori, psicologia dell’arte
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2016/05/L-ARMONIA-PERFETTA-1.jpg5471030Donato Saullehttps://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.pngDonato Saulle2018-08-18 04:07:172022-05-06 11:25:32L’ARMONIA PERFETTA – Mente e natura
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