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News

IL DESIDERIO DELL’ALTRO – Nel linguaggio di Lacan

18 Ottobre 2019/in in evidenza, News/da Donato Saulle

“Il linguaggio,
prima si significare qualcosa,
signfica per qualcuno.
J. Lacan

Jaques Lacan

Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.

Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto.
È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola.
Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.

La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso.
Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.

Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo.
Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge.
Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.

Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono.
È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.

La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo.
È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso.
È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato.
E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.

Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro.
Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.

Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia.
Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie.
Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.

Il soggetto non si costituisce mai da solo.
Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento.
È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.

Lo si vede già all’inizio della vita.
Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto.
È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale.
E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.

Ma in questo passaggio qualcosa si perde.
Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura.
Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.

Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta.
Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.

Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto.
Non è un seme che contiene in sé il proprio destino.
È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.

Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.

Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio.
Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.

Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.

Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere.
È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.

Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede.
Si affaccia, si interrompe, si nasconde.
Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.

E proprio per questo non può essere detta tutta.
Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.

Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti.
Al contrario, è quello di non saturare la domanda.

Di restituirla, ogni volta, al soggetto.

Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.

Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
LA TUA ASSENZA è disponibile su amazon al link: amazon.it/dp/B0H2BQK55P

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO  – Cell. 3477966388blu psicologo milano

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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
Enciclopedia Treccani
Prof. Massimo Recalcati

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Tags: Lacan, desiderio, linguaggio, inconscio

 

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/10/LINGUAGGIO-LACAN-copertina.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-10-18 09:44:072026-05-28 06:48:23IL DESIDERIO DELL’ALTRO – Nel linguaggio di Lacan

UN COLLOQUIO DI PSICOTERAPIA

8 Ottobre 2019/in News/da Donato Saulle

UN COLLOQUIO DI PSICOTERAPIAblu psicologo milano

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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Attualmente il primo colloquio ha una durata e un costo uguale ad ogni altro colloquio anche se, in alcuni casi, il primo colloquio può essere molto più impegnativo  per il professionista e trasformativo per il paziente. La durata è di 50 minuti e le informazioni sul costo possono essere ottenute chiamando il numero 3477966388

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E’ possibile fissare un primo colloquio utilizzando una delle seguenti modalità:

– inviare una mail all’indirizzo: info@donatosaulle.it
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– telefonare direttamente al numero: 3477966388

in tutti i casi verrà richiesto di specificare:

nome
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Lo studio effettua solo colloqui di psicologia o di psicoterapia con pazienti maggiorenni.

Verrà sempre dato riscontro alla richiesta.

Se non si riceve un riscontro alla propria richiesta durante le 24/48 ore successive si prega di cambiare la modalità del contatto perchè questo significa che la richiesta non è stata ricevuta.

Avere riscontro alla propria richiesta entro 24/48 ore significa poter effettuare un primo colloquio nei tempi più brevi possibili anche se non sempre immediati.

Al termine del primo colloquio il professionista e il paziente concordano l’eventuale prosecuzione del trattamento.

Il professionista potrà farsi carico personalmente dell’intervento o indicare al paziente il nominativo di un altro professionista, sulla base delle specifiche problematiche individuate, oppure indicare professionisti con competenze diverse che possono affiancare il percorso terapeutico intrapreso.

La durata del primo colloquio è di 50 minuti.

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Psicologo Milano -Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388depressione psicologo milano

Primo colloquio

Durante il primo colloquio si tratterà di presentarsi, verificare e ri-conoscere chi è l’altro che abbiamo di fronte, di comprendere il suo modo di entrare in relazione, le sue dinamiche, la modalità con cui poter lavorare insieme.

Compito del terapeuta sarà quello di aiutare la persona a circoscrivere le aree problematiche che l’hanno portata a chiedere aiuto, fornirle la forza per iniziare questo nuovo percorso e cominciare a trasmetterle un’idea iniziale di intervento sul problema.

Dall’altra parte, l’utente potrà usufruire di questo incontro per accertarsi che il professionista gli trasmetta un senso di accoglienza, preparazione e fiducia, componenti basilari per la costruzione di un buon rapporto terapeutico e quindi di una buona terapia.

Ogni psicologo elabora un modello di interazione adatto a sé e alla persona che ha di fronte, modello che tuttavia varia al variare dello stile comunicativo dei partecipanti, influenzato inevitabilmente dalla comunicazione bilaterale e dall’imprescindibile risultato scaturito dalle due personalità che si incontrano

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Quanto dura una psicoterapia

La durata di una psicoterapia è molto variabile e dipende da numerosi fattori:

da quanto tempo la persona ha sopportato da sola il problema, la complessità del problema, la condizione emotiva del paziente al momento della richiesta e le sue possibilità economiche.

Spesso si pensa che i problemi di tipo psicologico necessitino di un intervento lungo e costoso.

Con un percorso di psicoterapia integrata a volte il problema si sblocca in poche sedute permettendo alla persona di recuperare la fiducia nelle proprie capacità personali.

Inoltre nessun paziente viene sequestrato dal suo terapeuta; bensì decide sempre in maniera autonoma e certo, se vuole, insieme al terapeuta, di poter scegliere il momento più adatto in cui sospendere o interrompere il suo percorso.

Chiaramente più sono complessi gli obiettivi e le situazioni che la persona si prefigge di raggiungere, di superare o comprendere e più probabilmente sarà necessario impegnare del tempo per raggiungerli.

A volte però è necessario essere supportati soltanto per un breve tratto del proprio percorso di vita.

Nel mio caso comunque la scelta di rinnovare ogni volta l’incontro terapeutico è sempre del paziente che scieglie, in totale libertà, di valutare e decidere se proseguire o interrompere il percorso psicologico o psicoterapeutico proposto anche senza dare formale comunicazione allo psicoterapeuta.

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

Ogni seduta deve essere considerata come incontro unico e rinnovabile solo fissando un nuovo appuntamento.

E’ opportuno comunque riflettere sul fatto che un percorso terapeutico è un percorso di conoscenza di sè che è utile affrontare con serietà.

La psicoterapia

La psicoterapia è una terapia della parola; è l’arte di saper dare il giusto nome alle istanze della psiche per donare un senso nuovo, più profondo e più ampio alla propria biografia e alla propria storia.
E’ essenzialmente un percorso di conoscenza di sè stessi che porta anche a imparare a rispettare i propri tempi interni.

Jung diceva che: “tutto ciò che ha valore esige tempo e richiede pazienza” affinchè le parole dette e ascoltate diventino memoria.

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ALL’AMORE ASSENTE

18 Settembre 2019/in in evidenza, News/da Donato Saulle

ALL’AMORE ASSENTE

“Ci sono infiniti modi per non amare”
Racamier

Racamier osservava, con una certa amarezza, che esistono infiniti modi per non amare il proprio figlio.
E, forse, ancora di più per non amare gli altri.

Con questo non intendeva solo la mancanza d’amore, ma tutte quelle forme di relazione che si presentano come amore e che, in realtà, sono fatte di prevaricazione, di controllo, di bisogno dell’altro.
Relazioni in cui si prende, più che incontrare.

Perché non tutto ciò che viene chiamato amore lo è davvero.

A volte anche l’eccesso — l’amare troppo — non è amore.
Così come non lo è il bisogno continuo di essere amati, rassicurati, confermati.

Arriva allora il punto in cui bisogna fermarsi e chiedersi che cosa intendiamo davvero quando parliamo di amore.

Forse si può pensare all’amare come a una disposizione.
Una apertura verso l’altro, che non lo invade e non lo riduce, ma lo lascia essere.
Un movimento che rende possibile un incontro — non perfetto, non garantito — ma reale, fatto di scoperta e di rispetto reciproco.

Eppure questa apertura non è scontata.
Possiamo anche credere di essere disponibili, di essere buoni, di sapere amare.
Ma spesso, sotto questa convinzione, si nasconde altro: una paura.

Paura di noi stessi, di ciò che potremmo incontrare nell’altro.
E allora l’unico modo per difenderci diventa trasformarlo, renderlo più simile a noi.
O, al contrario, trasformare noi stessi, inseguendo un’idea di perfezione che ci allontana dall’incontro.

Forse l’unico modo per capire che cosa sia davvero l’amore è averne fatto esperienza.
Essere stati guardati, almeno una volta, da qualcuno capace di sostare, di ascoltare, di avvicinarsi senza giudicare e senza fretta.

Non con compassione — che spesso tiene distanza —
ma con interesse.

Se siamo fortunati, questo sguardo lo incontriamo presto, nei genitori.
Ma non è detto.

E non è mai definitivamente perduto.
Può accadere anche più tardi, nella vita.
Può accadere che qualcuno, a un certo punto, si fermi davvero.

E quella resta un’esperienza decisiva.

Quello che invece difficilmente accade è che l’amore si possa insegnare.
Quando pensiamo di dover insegnare a qualcuno ad amare, spesso stiamo facendo altro.
Stiamo cercando di correggerlo, di orientarlo, di portarlo verso qualcosa che per noi è già deciso.

E in questo movimento, senza accorgercene, smettiamo di incontrarlo.

Non ci fidiamo di lui.
Non crediamo che abbia già, dentro di sé, una possibilità di apertura.

E allora acceleriamo.
Abbiamo fretta.
Fretta che diventi qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci somigli.

Ma l’amore non si addestra.
Non si trasmette come una tecnica.

Può essere offerto.
Può essere incontrato.
A volte può mostrarsi, nel modo in cui si sta accanto all’altro.

Ma non si può imporre.

E quando incontriamo qualcuno che non ha mai fatto esperienza di uno sguardo d’amore, è naturale sentire il desiderio di offrire un’alternativa.

Fortunatamente.

Ma quell’alternativa non può essere una versione più corretta degli stessi gesti.
Non può essere una forma migliore di controllo.

Può essere solo uno sguardo diverso.

Uno sguardo che non invade, che non trattiene, che non pretende.
Uno sguardo che sa stare alla giusta distanza.

Un’alternativa che non si impara, ma si sente.

Perché possiamo anche imitare i comportamenti, riprodurre i gesti, dire le parole giuste.
Ma ciò che davvero abbiamo vissuto — e ciò che non abbiamo vissuto — continua a passare.

E l’altro, in qualche modo, lo riconosce sempre.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIAblu psicologo milano

* Giorgio Maria Ferlini, Psichiatra e Psicoterapeuta, è stato Ordinario alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e Presidente della Scuola in Psicoterapia e Fenomenologia “Aretusa”.
Giorgio Maria Ferlini. Parte prima: https://www.youtube.com/watch?v=th5d-5DhyMc
Giorgio Maria Ferlini. Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=W3NGW9jkQIY
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Prof. Giorgio Maria Ferlini, Aretusa, 2012*
Immagine di copertina:
Poster del film: “All’amore assente”, A. Adriatico, 2007
Foto ed elaborazione grafica di Donato Saulle (2008)
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ACCANTO A TE

26 Agosto 2019/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

ACCANTO A TE

Accanto a te non ho nulla di cui scusarmi,
nulla da cui difendermi,
nulla da dimostrare: trovo la pace…
Al di la’ delle mie parole maldestre
tu riesci a vedere in me semplicemente l’uomo.”

Antoine de Saint-Exupéry – Il Piccolo Principe 

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Antoine de Saint-Exupéry 

Antoine de Saint-Exupéry

Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, (Lione, 29 giugno 1900 – Isola di Riou, 31 luglio 1944), è stato uno scrittore, aviatore e militare francese.

È conosciuto nel mondo per essere stato l’autore del famoso romanzo Il piccolo principe, che è il testo più tradotto di narrativa più tradotto al mondo.

La sua scomparsa nel corso di un volo di ricognizione, avvenuta sul finire della guerra, restò per molti anni misteriosa, finché nel 2004 venne localizzato e recuperato il relitto del suo aereo, nel mare antistante la costa marsigliese.

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/08/ACCANTO-A-TE8-1.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-08-26 11:34:532021-04-07 09:32:41ACCANTO A TE
ICHAZO   BIRDY

LE PASSIONI DOMINANTI – La teoria psicologica di Oscar Ichazo

18 Agosto 2019/in in evidenza, News/da Donato Saulle

LE PASSIONI DOMINANTI

La teoria psicologica di Oscar Ichazo

“Al centro di ogni carattere, in reciproca relazione l’uno con l’altro, sono presenti una forma di motivazione da carenza e un errore cognitivo”
O. Ichazo 

Un pensiero difficile da chiudere

Oscar Ichazo (Bolivia, 1931–2020) insegnò in Cile, tra Santiago e Arica, al confine con il Perù.
Raccontò di essere entrato in contatto, durante i suoi viaggi, con la tradizione sufi in Afghanistan.

Il suo pensiero è ampio, articolato, stratificato.
Non si lascia ridurre facilmente.

Quello che segue, quindi, non è che un tentativo.
Una forma necessariamente semplificata, quasi una traccia, che prova a restituire qualcosa di una visione molto più complessa.

Una visione che, anche così ridotta, può comunque aprire uno spazio di riflessione.


La fissazione dell’ego

Al centro del suo lavoro c’è un’idea semplice solo in apparenza:
l’ego non è qualcosa di unitario, ma tende a fissarsi.

Fin dalle prime fasi della vita, alcune modalità di risposta diventano stabili, si organizzano, si irrigidiscono.
E una di queste, per ciascuno, finisce per occupare il posto centrale.

Diventa un punto di riferimento.
Un modo di vedersi.
Un’immagine di sé attorno alla quale si costruisce la personalità.

Questa fissazione non è solo cognitiva.
È sostenuta anche da una tonalità emotiva precisa, quella che Ichazo chiama “passione”.

Pensiero, emozione e comportamento non si sviluppano separatamente.
Si tengono insieme, si rinforzano a vicenda.


Dove nasce il carattere

Il punto non è tanto descrivere queste strutture, quanto comprenderne l’origine.

Per Ichazo, ciò che chiamiamo carattere prende forma molto presto, all’interno dell’esperienza infantile.
In particolare, nel momento in cui qualcosa non trova risposta.

L’essere umano, nei primi anni di vita, è completamente centrato su di sé.
Non per scelta, ma per necessità.

E proprio per questo è esposto alla frustrazione.

Quando le aspettative legate ai bisogni fondamentali non vengono soddisfatte, si produce una rottura.
Un’esperienza che il bambino vive come mancanza.

Ichazo individua tre grandi ambiti in cui questa esperienza può avvenire:

  • la conservazione
  • la relazione
  • l’adattamento

È in uno o più di questi livelli che qualcosa si incrina.

E da lì prende forma una risposta.


La difesa che diventa personalità

Quella risposta, all’inizio, è una difesa.
Un modo per proteggersi dalla ripetizione di quella mancanza.

Ma, con il tempo, si stabilizza.
Diventa automatica.
E si trasforma in ciò che chiamiamo personalità.

Ogni carattere è, in questo senso, una cristallizzazione.
Un adattamento precoce che si irrigidisce.

Si struttura attorno a:

  • un nucleo emotivo dominante (la passione)
  • un modo di pensare ricorrente (la fissazione)
  • una modalità istintiva di stare nel mondo

Quando non c’è più distanza

Il problema non è che queste strutture esistano.
Il problema è quando diventano invisibili.

Quando il soggetto coincide completamente con esse.
Quando non c’è più distanza.


Osservare per cambiare

Per questo, nel lavoro di Ichazo, l’accento non è sulla correzione, ma sull’osservazione.

Attraverso una pratica di auto-osservazione, la persona può iniziare a riconoscere i propri automatismi.
A vedere ciò che, fino a quel momento, agiva senza essere visto.

E in questo riconoscimento si apre una possibilità.

Non immediata.
Non definitiva.

Ma reale.

Ridurre l’identificazione.
Allentare la rigidità.
E, in alcuni casi, trascendere quelle strutture che, nate come protezione, finiscono per mantenere la sofferenza.


Il ruolo del terapeuta

In questo processo, il terapeuta non impone un cambiamento.
Non corregge dall’esterno.

Piuttosto, aiuta a mettere a fuoco.

A riconoscere le linee principali del carattere, le visioni implicite del mondo, le attitudini che orientano le scelte.

E, soprattutto, le possibilità evolutive che da lì possono emergere.

Non per eliminare ciò che c’è, ma per smettere di esserne completamente determinati.


Ciò che protegge, ciò che limita

Perché quei meccanismi, in fondo, non sono errori.

Sono tentativi.

Tentativi di protezione, di adattamento, di sopravvivenza.

Ma ciò che un tempo ha protetto, nel tempo può diventare ciò che limita.

E allora il lavoro non è distruggere, ma trasformare.

Lasciare che qualcosa, finalmente, possa muoversi.

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO– Cell. 3477966388BLU

Fonti:
O. Ichazo, Interviews with Oscar Ichazo, Arica Institute Press, 1982
C. Naranjo, Atteggiamento e prassi della teoria gestaltica, 1991
A. H. Almaas, L’ enneagramma delle idee sacre. Aspetti molteplici della realtà, Trad. D. Ballarini, Astrolabio, 2007
Igor Vitale, Enneagramma. La storia dal sufismo in poi Gurdjieff, Ouspensky, Ichazo, marzo 2nd, 2013 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica, http://www.igorvitale.org/category/psicologia-clinica/ consultato il 10/07/2017
S. Vegetti Finzi, Storia della Psicanalisi, Autori opere teorie 1895-1990, Mondadori 1990
https://en.wikipedia.org/wiki/Oscar_Ichazo
https://en.wikipedia.org/wiki/Arica_School
Immagine di copertina tratta da: Birdy – Le ali della libertà (Birdy), Alan Parker, 1984blu psicologo milano

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LE PAROLE PER DIRLO

18 Giugno 2019/in News/da Donato Saulle

LE PAROLE PER DIRLO

Storia di una rinascita femminile di Marie Cardinal

“La comprensione del proprio passato lo cambia“

Marie Cardinal 

Marie Cardinal, nata ad Algeri nel 1929, insegnate di filosofia e giornalista, è stata autrice di numerosi romanzi di successo sulla condizione femminile.

Tra le traduzioni italiane ricordiamo: In altri termini (1977) Una vita per due (1979), La trappola (1983), Come se niente fosse (1992) 

Le parole per dirlo

E’ stato pubblicato per la prima volta nel 1975.

Incubi, angosce, paura della morte e della vita. E‘ un male che paralizza, inibisce, confonde, fa perdere conoscenza di sè, annulla il senso delle proprie azioni.

La famiglia, i ruoli, la condizione di donna, la società, la morale. E a monte un’infanzia tradita, presupposti sbagliati, pregiudizi, ossessioni arcaiche…

E‘ la storia tutta al femminile di un’analisi, di un graduale recupero di sè, di una nuova nascita nella consapevolezza.

Una storia che, tradotta nella pagina, ha sconvolto, commosso e convinto.

Marie Cardinal è ormai il simbolo di una certa scrittura, di un modo intimo, caldo e vero di affrontare il problema femminile dalla parte del linguaggio.

– 

In certi momenti

In certi momenti durante le mie crisi sono stata più acuta e più lucida di quanto non sarò mai più.
Ne serbo un ricordo struggente.
Durante quei momenti di crisi avevo scoperto nella mia mente certe strade di cui non avrei mai sospettato l’esistenza se fossi stata normale. Ero capace di una incredibile agilità intellettuale.
Mi venivano, di tanto in tanto, dei pensieri acuti, sottili, chiari, che mi portavano a una maggiore conoscenza, a una comprensione più profonda di ciò che mi circondava.
Osservavo gli altri e li vedevo prendere direzioni tanto diverse dalla mia, addirittura opposte, tanto pericolose per loro che volevo fermarli, avvertirli del rischio che correvano.
Non lo facevo perchè mi credevo malata e pensavo che queste scoperte fossero frutto della pazzia.
Come potevo tremare all’idea che gli altri si perdessero se la pazza ero io?

…

In questa esplorazione nelle profondità del mio inconscio la prima cosa che ho capito è stato il sistema di segnali, in seguito ho scoperto il segreto dell’apertura di molte porte.
La resistenza della nostra mente ad aprire queste porte è straordinaria.

…

Per poter controllare la mia violenza ho dovuto imparare il rispetto degli altri e il rispetto di me stessa.
Sono diventata responsabile.
E non è stato facile.

…

Nel Sertao

Nel Sertao, una delle zone più secche e aride del Brasile, crescono radi cespugli.
Se si tenta di strapparli ci si accorge che le radici sono robustissime e diventano sempre più grosse in profondità.
Continuando a scavare si scopre che comunicano con le radici degli altri cespugli e tutte convergono verso una radice ancora più grossa che scende sempre più giù,  fino a diventare un unico enorme tronco che perfora il terreno come un trapano.
Si tratta infatti di un albero gigantesco che si è sotterrato da solo fino a venti o trenta metri sotto terra per cercare l’acqua per sopravvivere.
I cespugli che affiorano in superficie sono soltanto le estremità dei rami e le foglie di questa pianta gigantesca e sommersa.

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Fonte: “Le parole per dirlo” di Marie Cardinal

BLU

Il presente post ha il solo scopo di divulgare il libro senza scopo di lucro.

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/06/le-parole-per-dirlo-TITOLO.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-06-18 16:48:022020-10-13 15:08:16LE PAROLE PER DIRLO

NON MI TRATTENERE

27 Maggio 2019/in letteratura, News/da Donato Saulle

NON MI TRATTENERE

Lasciami andare a vedere il sogno,
la velocità,
il miracolo.
Non fermarmi con uno sguardo triste.
Questa notte lasciami vincere
laggiù,
sull’orlo del mondo.
Solo questa notte.
Poi tornerò.

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“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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Il presente post ha il solo fine di divulgare il libro e/o  il film da cui è stato tratto senza scopo di lucro.

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/05/NON-MI-TRATTENERE-1-1.jpg 545 1072 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-05-27 20:29:592020-11-30 22:18:13NON MI TRATTENERE

LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER

18 Maggio 2019/in News/da Donato Saulle

“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti” 
Alfred Adler

Alfred Adler nacque a Vienna nel 1870. Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista austriaco incontrò Freud nel 1902 e ne rimase fedele allievo solo per pochi anni e cioè fino al 1911.

“Già durante il periodo di collaborazione con Freud, Adler aveva intuito il ruolo che una presunta inferiorità organica poteva avere sulla vita dell’individuo, e da questa prima ipotesi nacque il concetto di pulsione aggressiva quale principio dell’energia psichica; per Adler, infatti, il movente istintuale principale è un’aggressività che compensi il senso di inferiorità nei confronti dei propri simili.

Nel 1911 abbandonò completamente la teoria freudiana degli istinti e della libido, proponendo che il riferimento psicoanalitico alla sessualità fosse inteso esclusivamente in senso metaforico.

La nevrosi maschile rappresenterebbe una “protesta virile”, una sovracompensazione nei confronti di un sentimento di inadeguatezza.

Gli individui si sentono inadeguati e imperfetti, e per compensazione si autoingannano creandosi uno “stile di vita” che costituisce essenzialmente una modalità esistenziale tesa al raggiungimento di una superiorità nei confronti degli altri.

La psicoterapia, quindi, consiste in una libera discussione su di un piano paritetico tra lo psicoterapeuta e il paziente con l’intento di individuare il movimento inconscio in cui il paziente ha “organizzato” questo autoinganno da cui discende uno stile di vita fittizzio e nevrotico. Adler diede molta importanza al contesto ambientale e all’interesse per i problemi sociali quali elementi per la crescita sana dell’individuo.

Per le sue idee sociali e per la sua motivata convinzione che le difficoltà psicologiche dell’individuo risalgano, in ultima analisi, a fattori storici e culturali, egli viene considerato il precursore delle revisioni “sociali” della psicoanalisi.”*

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* Tratto da: U. Galimberti, Psicologia, Le Garzantine, Garzanti, Torino 1999 – pg. 8

Alfred Adler

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/05/alfred-adler-immagine.jpg 320 799 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-05-18 08:37:152020-10-27 13:59:16LA PSICOLOGIA DI ALFRED ADLER
la retroflessione

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

18 Aprile 2019/in News/da Donato Saulle

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

Un meccanismo di difesa

Un percorso di psicoterapia è essenzialmente un percorso di conoscenza di sè.

Durante questo percorso è possibile riflettere su alcuni comportamenti che si mettono in atto e che non hanno, apparentemente, una spiegazione razionale.

E’ necessario che in questo percorso si sia seguiti e affiancati da uno psicoterapeuta in quanto interpretazioni autonome possono esitare in convinzioni erronee.

Di seguito viene esposto sinteticamente e solo a scopo divulgativo il fenomeno della “retroflessione”.

LA RETROFLESSIONE

E’ l’atteggiamento di colui che fa a sé stesso ciò che avrebbe voluto (originariamente) fare ad un altro.

Se l’ambiente risulta troppo forte, ostile e frustrante la persona rinuncia a lottare, si arrende e si adegua ma dentro di sé il bisogno continua a premere e bisogna impiegare una forte quantità di energia per impedirgli di esprimersi.

Scrive Perls:

“… l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente; vale a dire lo reprime.

La sua energia viene pertanto divisa.

Una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte; l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima tesa all’esterno.

A questo stadio le due parti della personalità lottando in direzioni diametralmente opposte entrano in lotta tra loro.

Quel che è cominciato come un conflitto tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso “.

Pensare, filosofare, elaborare progetti senza arrivare alla realizzazione possono costituire delle retroflessioni se questi atteggiamenti sopravvengono in luogo e al posto dell’azione.

Si potrebbero aggiungere a questo proposito le considerazioni classiche della psicanalisi sulla depressione:

il depresso si squalifica e si autoaccusa perché butta su di sé il risentimento per l’oggetto d’amore che se ne è andato.

Di fronte ad un paziente che si autopunisce e si autocommisera o dice di soffrire di un complesso di colpa Perls non ha esitazioni nel suggerirgli per prima l’ipotesi della retroflessione.

I suoi interventi di solito sono del tipo: se invece di graffiarti in continuazione io ti proponessi di graffiare qualcun altro, chi avresti voglia di graffiare in questo momento?

oppure: chi avresti voglia di criticare e di far sentir colpevole?

Allo stesso modo lavora con i sintomi psicosomatici.

Naturalmente il concetto di retroflessione comprende anche l’atteggiamento opposto a quelli esaminati sino ad ora, cioè l’atteggiamento di chi fa a sé stesso ciò che amerebbe che altri facessero a lui e che lui non osa chiedere.

Si pensi a certe forme di narcisismo, si pensi all’atteggiamento di dondolarsi invece di cercare la tenerezza di un patner desiderato o alla compensazione affettiva di tante forme di autogratificazione.

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Fonti:

Perls Fritz, “L’Io, la fame, l’aggressività”, Milano, Franco Angeli, 2003
Perls Fritz, Hefferline R.F., Goodman Paul, “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, Roma, Astrolabio, 1971

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/08/la-retroflessione.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-04-18 19:04:592019-12-07 00:00:05LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA
gli anni luce

SULLA MEMORIA E SULLA DIMENTICANZA – Le riflessioni di uno psicoanalista

18 Marzo 2019/in News/da Donato Saulle

SULLA MEMORIA E SULLA DIMENTICANZA – Le riflessioni di uno psicoanalista

Tutti i miei coetanei si lamentano della loro memoria che perde i colpi. Dimenticano i nomi, i numeri del telefono, impiegano una parola al posto di un’altra, quando vanno in cucina a prendere un bicchiere non sanno più che cosa ci sono andati a fare.

“Poco fa, figurati, una donna mi ha fermato per la strada, ha cominciato a parlare, mi ha chiesto notizie di mio figlio. Mi ci è voluto un quarto d’ora prima di riconoscerla, eppure conosco solo lei“.

Se fosse lì la ragion d’essere dell’indebolimento della memoria? “Conosco solo lei. Conosco solo lui.“ Gli individui fanno tutt’uno. Che sia questa o quello non fa più una grande differenza, le figure si confondono, come il tempo. Era ieri? Un anno fa? Di recente, tempo addietro? Una sola certezza: sono vite anteriori, senza ulteriori precisazioni.

Basta soltanto che questa indifferenzazione non sia il segno di indifferenza, dell’indifferenza a tutto ciò che non riguarda il proprio io – il mio sonno, il mio passato, i miei dispiaceri – che va così spesso di pari passo con la senescenza!

I nomi che sfuggono, il libro che non si riesce a ritrovare e che è là, sul tavolo, anch’io so di che cosa si tratta. Ma, colpito dallo stesso male, non ne soffro.

Trovo al contrario un certo piacere in queste dimenticanze involontarie, più che un deficit ci vedo il segno della nuova forma che ha preso la mia memoria.

E‘ un odioso registratore.

L’attenzione al momento non presenta problemi; la mia vigilanza è tale che sono convinto mi offra una garanzia illimitata contro l’oblio. E poi ecco che, come per magia, tutto si cancella alla stessa velocità con cui è stato impresso.

Passato il momento di irritazione, mi rallegro – o mi consolo – constatando che la mia memoria non è un archivio ben ordinato e che le sue defaillances lasciano il campo libero a un’altra memoria, una memoria che opera riavvicinamenti inattesi.

Cose successe in momenti della mia vita molto distanti l’uno dall’altro si ricongiungono per fondersi in uno solo: tante metamorfosi che tuttavia preservano un qualche cosa di un’identità che attraversa il tempo.

Molteplici volti si ricompongono in uno solo che prende i tratti di ciascuno di loro; delle storie si sovrappongono, delle emozioni apparentemente opposte – angoscia e giubilo -, unendosi acquistano una particolare intensità, come quella che ci procura la lettura di quei romanzi da cui non riusciamo a staccarci.

Una memoria molto simile alla fiction – e la fiction non è mai del tutto la stessa -, che è vicina al sogno, una memoria che, non trattenendo niente, ha la mobilità delle nuvole e che, nemica del vago, ha la precisione di una tavola di architettura? Una memoria dove il figurativo si coniuga con l’astratto!

Che la si possa qualificare memoria limbica non diminuisce il mio piacere. La sento viva, la sento animare i miei giorni come le mie notti. La so completamente mia e al contempo, non appartenermi. 

Sto leggendo un romando di Martin Walser, Dorn. Interrompo la lettura, mi sento prigioniero, soffoco sotto un peso schiacciante, cerco un pò d’aria, poi la riprendo, affascinato. E‘ la storia di una memoria allucinata. E‘ il romanzo di una memoria costruita su un terreno in rovina.

Quando troviamo che la nostra memoria viene meno o che trattenga soltanto il necessario, giudichiamo eccessiva quella che trattiene tutto.

I medici la chiamano ipermnesia.

E se questa che non vuole perdere niente, o piuttosto non lasciar passare niente, e che, non considerando niente insignificante, registra tutto – nomi di persone, di città, di strade, la topografia di luoghi frequentati, anche solo per qualche ora, pasti consumati, vestiti acquistati,date esatte… inesauribile inventario – se questa memoria, vicina alla follia e a mille miglia dal sogno, avesse la funzione di scongiurare una catastrofe che è accaduta senza mai poter essere considerata un fatto compiuto, senza mai riuscire ad essere dietro di sè?

Penso a Georges Perec, alla sua instancabile ricerca non di ricordi ma di resti di memoria. Penso al film del suo amico Robert Bober, En remontant la rue Vilain, che esclude ogni possibilità di risalire alle origini.

La vita mi ha inflitto, come a tutti, delle ferite. Ma l’implacabile costrizione di costruirmi una memoria come un bastione da dover sempre rinforzare contro i carnefici e gli assassini mi è stata risparmiata.

“I predatori notturni rientrano nelle loro tane. Il muso puntato verso l’esterno, pronti a balzare sulla loro preda che è lì, invisibile e sempre lì.“
Louis-Renè des Foréts, Ostinato

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Brano di J.-B. Pontalis tratto da: “Limbo. Un piccolo inferno più dolce”, Raffaello Cortina Editore, 2000blu psicologo milanoJean-Bertrand Pontalis

Filosofo, psicanalista e psicoterapueta francese.
Laureatosi in Filosofia, allievo di Sartre, con quest’ultimo ha collaborato alla rivista Les temps modernes, avvicinandosi successivamente alla psicanalisi dopo avere intrapreso un’analisi con J. Lacan.
Intorno agli anni Sessanta ha sviluppato con J.-L. Laplanche l’importante progetto di una sistematizzazione dei concetti fondamentali del pensiero freudiano e delle teorie psicanalitiche successive, da cui sarebbe scaturito l’imprescindibile Vocabulaire de la psychanalyse (1967; trad. it. 1968), opera che ottenne enorme successo in Francia e venne tradotta in diversi Paesi. Distaccatosi dalle teorie di Lacan, P. è divenuto una figura cardinale del movimento psicanalitico francese.blu psicologo milano

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Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-bertrand-pontalis/
Immagine: Locandina (modificata) del film “Gli anni luce”  di A. Tanner

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/11/gli-anni-luce.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2019-03-18 23:28:302019-11-30 19:42:16SULLA MEMORIA E SULLA DIMENTICANZA – Le riflessioni di uno psicoanalista
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