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LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

LA RETROFLESSIONE PSICOLOGICA

Un meccanismo di difesa

Un percorso di psicoterapia è essenzialmente un percorso di conoscenza di sè.

Durante questo percorso è possibile riflettere su alcuni comportamenti che si mettono in atto e che non hanno, apparentemente, una spiegazione razionale.

E’ necessario che in questo percorso si sia seguiti e affiancati da uno psicoterapeuta in quanto interpretazioni autonome possono esitare in convinzioni erronee.

Di seguito viene esposto sinteticamente e solo a scopo divulgativo il fenomeno della “retroflessione”.

LA RETROFLESSIONE

E’ l’atteggiamento di colui che fa a sé stesso ciò che avrebbe voluto (originariamente) fare ad un altro.

Se l’ambiente risulta troppo forte, ostile e frustrante la persona rinuncia a lottare, si arrende e si adegua ma dentro di sé il bisogno continua a premere e bisogna impiegare una forte quantità di energia per impedirgli di esprimersi.

Scrive Perls:

“… l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente; vale a dire lo reprime.

La sua energia viene pertanto divisa.

Una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte; l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima tesa all’esterno.

A questo stadio le due parti della personalità lottando in direzioni diametralmente opposte entrano in lotta tra loro.

Quel che è cominciato come un conflitto tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso “.

Pensare, filosofare, elaborare progetti senza arrivare alla realizzazione possono costituire delle retroflessioni se questi atteggiamenti sopravvengono in luogo e al posto dell’azione.

Si potrebbero aggiungere a questo proposito le considerazioni classiche della psicanalisi sulla depressione:

il depresso si squalifica e si autoaccusa perché butta su di sé il risentimento per l’oggetto d’amore che se ne è andato.

Di fronte ad un paziente che si autopunisce e si autocommisera o dice di soffrire di un complesso di colpa Perls non ha esitazioni nel suggerirgli per prima l’ipotesi della retroflessione.

I suoi interventi di solito sono del tipo: se invece di graffiarti in continuazione io ti proponessi di graffiare qualcun altro, chi avresti voglia di graffiare in questo momento?

oppure: chi avresti voglia di criticare e di far sentir colpevole?

Allo stesso modo lavora con i sintomi psicosomatici.

Naturalmente il concetto di retroflessione comprende anche l’atteggiamento opposto a quelli esaminati sino ad ora, cioè l’atteggiamento di chi fa a sé stesso ciò che amerebbe che altri facessero a lui e che lui non osa chiedere.

Si pensi a certe forme di narcisismo, si pensi all’atteggiamento di dondolarsi invece di cercare la tenerezza di un patner desiderato o alla compensazione affettiva di tante forme di autogratificazione.

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Dott. Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle
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Fonti:

Perls Fritz, “L’Io, la fame, l’aggressività”, Milano, Franco Angeli, 2003
Perls Fritz, Hefferline R.F., Goodman Paul, “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, Roma, Astrolabio, 1971

SULLA MEMORIA E SULLA DIMENTICANZA – Le riflessioni di uno psicoanalista

SULLA MEMORIA E SULLA DIMENTICANZA – Le riflessioni di uno psicoanalista

Tutti i miei coetanei si lamentano della loro memoria che perde i colpi. Dimenticano i nomi, i numeri del telefono, impiegano una parola al posto di un’altra, quando vanno in cucina a prendere un bicchiere non sanno più che cosa ci sono andati a fare.

“Poco fa, figurati, una donna mi ha fermato per la strada, ha cominciato a parlare, mi ha chiesto notizie di mio figlio. Mi ci è voluto un quarto d’ora prima di riconoscerla, eppure conosco solo lei“.

Se fosse lì la ragion d’essere dell’indebolimento della memoria? “Conosco solo lei. Conosco solo lui.“ Gli individui fanno tutt’uno. Che sia questa o quello non fa più una grande differenza, le figure si confondono, come il tempo. Era ieri? Un anno fa? Di recente, tempo addietro? Una sola certezza: sono vite anteriori, senza ulteriori precisazioni.

Basta soltanto che questa indifferenzazione non sia il segno di indifferenza, dell’indifferenza a tutto ciò che non riguarda il proprio io – il mio sonno, il mio passato, i miei dispiaceri – che va così spesso di pari passo con la senescenza!

I nomi che sfuggono, il libro che non si riesce a ritrovare e che è là, sul tavolo, anch’io so di che cosa si tratta. Ma, colpito dallo stesso male, non ne soffro.

Trovo al contrario un certo piacere in queste dimenticanze involontarie, più che un deficit ci vedo il segno della nuova forma che ha preso la mia memoria.

E‘ un odioso registratore.

L’attenzione al momento non presenta problemi; la mia vigilanza è tale che sono convinto mi offra una garanzia illimitata contro l’oblio. E poi ecco che, come per magia, tutto si cancella alla stessa velocità con cui è stato impresso.

Passato il momento di irritazione, mi rallegro – o mi consolo – constatando che la mia memoria non è un archivio ben ordinato e che le sue defaillances lasciano il campo libero a un’altra memoria, una memoria che opera riavvicinamenti inattesi.

Cose successe in momenti della mia vita molto distanti l’uno dall’altro si ricongiungono per fondersi in uno solo: tante metamorfosi che tuttavia preservano un qualche cosa di un’identità che attraversa il tempo.

Molteplici volti si ricompongono in uno solo che prende i tratti di ciascuno di loro; delle storie si sovrappongono, delle emozioni apparentemente opposte – angoscia e giubilo -, unendosi acquistano una particolare intensità, come quella che ci procura la lettura di quei romanzi da cui non riusciamo a staccarci.

Una memoria molto simile alla fiction – e la fiction non è mai del tutto la stessa -, che è vicina al sogno, una memoria che, non trattenendo niente, ha la mobilità delle nuvole e che, nemica del vago, ha la precisione di una tavola di architettura? Una memoria dove il figurativo si coniuga con l’astratto!

Che la si possa qualificare memoria limbica non diminuisce il mio piacere. La sento viva, la sento animare i miei giorni come le mie notti. La so completamente mia e al contempo, non appartenermi. 

Sto leggendo un romando di Martin Walser, Dorn. Interrompo la lettura, mi sento prigioniero, soffoco sotto un peso schiacciante, cerco un pò d’aria, poi la riprendo, affascinato. E‘ la storia di una memoria allucinata. E‘ il romanzo di una memoria costruita su un terreno in rovina.

Quando troviamo che la nostra memoria viene meno o che trattenga soltanto il necessario, giudichiamo eccessiva quella che trattiene tutto.

I medici la chiamano ipermnesia.

E se questa che non vuole perdere niente, o piuttosto non lasciar passare niente, e che, non considerando niente insignificante, registra tutto – nomi di persone, di città, di strade, la topografia di luoghi frequentati, anche solo per qualche ora, pasti consumati, vestiti acquistati,date esatte… inesauribile inventario – se questa memoria, vicina alla follia e a mille miglia dal sogno, avesse la funzione di scongiurare una catastrofe che è accaduta senza mai poter essere considerata un fatto compiuto, senza mai riuscire ad essere dietro di sè?

Penso a Georges Perec, alla sua instancabile ricerca non di ricordi ma di resti di memoria. Penso al film del suo amico Robert Bober, En remontant la rue Vilain, che esclude ogni possibilità di risalire alle origini.

La vita mi ha inflitto, come a tutti, delle ferite. Ma l’implacabile costrizione di costruirmi una memoria come un bastione da dover sempre rinforzare contro i carnefici e gli assassini mi è stata risparmiata.

“I predatori notturni rientrano nelle loro tane. Il muso puntato verso l’esterno, pronti a balzare sulla loro preda che è lì, invisibile e sempre lì.“
Louis-Renè des Foréts, Ostinato

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Brano di J.-B. Pontalis tratto da: “Limbo. Un piccolo inferno più dolce”, Raffaello Cortina Editore, 2000blu psicologo milanoJean-Bertrand Pontalis

Filosofo, psicanalista e psicoterapueta francese.
Laureatosi in Filosofia, allievo di Sartre, con quest’ultimo ha collaborato alla rivista Les temps modernes, avvicinandosi successivamente alla psicanalisi dopo avere intrapreso un’analisi con J. Lacan.
Intorno agli anni Sessanta ha sviluppato con J.-L. Laplanche l’importante progetto di una sistematizzazione dei concetti fondamentali del pensiero freudiano e delle teorie psicanalitiche successive, da cui sarebbe scaturito l’imprescindibile Vocabulaire de la psychanalyse (1967; trad. it. 1968), opera che ottenne enorme successo in Francia e venne tradotta in diversi Paesi. Distaccatosi dalle teorie di Lacan, P. è divenuto una figura cardinale del movimento psicanalitico francese.blu psicologo milano

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Fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-bertrand-pontalis/
Immagine: Locandina (modificata) del film “Gli anni luce”  di A. Tanner

LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ – La Psicologia di Milton Erickson

LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’

La Psicologia di Milton Erickson

“Scegli un momento nel passato.
La mia voce ti accompagnerà.
Ritrovati  felice di qualcosa,

qualcosa avvenuto tanto tempo fa.
Qualcosa tanto tempo fa dimenticato.”  
M. Erickson

Milton Erickson

Milton Hyland Erickson (Aurum, 15 dicembre 1901 – Phoenix, 25 marzo 1980).

E’ stato uno psicologo, psicoterapeuta e psichiatra statunitense.

A Phoenix (Arizona) ha esercitato privatamente per oltre 30 anni.

I racconti di Erickson

Metafore, apologhi, aneddoti, divagazioni umoristiche a volte senza senso apparente, enigmi a chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i racconti didattici di Milton H. Erickson erano in realtà strumenti terapeutici raffinati e intesi a instillare nel paziente i semi di una nuova visione del mondo.

Erano quindi orientati a determinare un vero e proprio cambiamento terapeutico.

E’ stato detto che non risolveva mai un problema nel modo tradizionale  e chiunque conosca appena il suo modo di fare terapia sa bene a quale e a quanta varietà di tecniche sorprendenti e nuove ricorresse nella sua pratica e quale influsso i suoi metodi rivoluzionari abbiano avuto sugli sviluppi della psicoterapia.

Elemento inscindibile, oltre a questo, dunque nella pratica psicoterapeutica di Erickson era il suo impiego di racconti: storie singolari, a volte bizzarre, episodi realmente accaduti o anche fantasie apparentemente prive di senso, che potevano lasciare interdetto l’ascoltatore.

Ma ogni racconto di Erickson, sia nella forma espressiva che nel contenuto, avevano un senso e uno scopo precisi: erano tutti strumenti utilizzati per cercare di aprire la mente dell’interlocutore a intuizioni nuove e inaspettate che quasi sempre conducevano a un sorprendente esito terapeutico.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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Il presente post ha il solo fine di divulgare il libro e/o  il film da cui è stato tratto senza scopo di lucro.

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Tratto da:
“La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici”
Milton H. Erickson
Curatore: S. Rosen
Editore: Astrolabio Ubaldini
Collana: Psiche e coscienza
Anno edizione: 1983

MEMORIA E CARATTERE

MEMORIA E CARATTERE

In un articolo frequentemente citato, Tulving (1985), dopo aver esaminato la letteratura dedicata alla memoria, ha teorizzato che vi sono tre tipi di memoria ai quali ci affidiamo nelle nostre interazioni quotidiane con il resto del mondo.

Queste tre tipologie sono la memoria episodica, semantica e procedurale.

La memoria episodica

è la memoria relativa agli episodi che si verificano in ogni momento durante la nostra vita, mentre raccogliamo un insieme di eventi che consideriamo, per un qualche motivo, importanti da ricordare.

Essa (la memoria episodica) ci consente di acquisire e conservare delle cognizioni basate su eventi individuali vissuti personalmente, e di richiamarle alla mente o, più precisamente, di ricostruire relazioni temporali legate al tempo soggettivo, in modo tale da richiamare eventi o “tornare indietro nel tempo”, come scrive Tulving (1985).

Quindi la memoria episodica agisce in presenza di consapevolezza.

Per spiegarlo con un esempio personale, io (Todd Burley) ricordo chiaramente un episodio che mi ha insegnato molto in merito alle distanze e alla concretezza, quando avevo due o tre anni e la mia famiglia si era trasferita da Miami a Cali, in Colombia, dove mio padre lavorò per un paio di anni.

I miei genitori mi avevano spiegato che le mie nonne, per me all’epoca molto importanti, si trovavano “al di là dell’acqua”, il Mare dei Caraibi.

Si immagini la mia frustrazione quando ad un’uscita per un picnic mi misi ad osservare un piccolo ruscello ai piedi della collina dove eravamo.

I miei genitori “inspiegabilmente” non mi permisero di attraversare il ruscello per incontrare le mie nonne, che per me si trovavano, in modo abbastanza ovvio, “al di là dell’acqua”.

La memoria semantica

è il risultato dell’astrazione e della sintesi di ciò che si è appreso a partire da una serie di eventi o episodi caratterizzati da una certa somiglianza.

La memoria semantica è responsabile della “rappresentazione interna” di stati della propria esperienza che non sono presenti a livello percettivo.

Essa permette, quindi, all’individuo di creare rappresentazioni del mondo che possono essere manipolate senza nessun comportamento manifesto.

Quindi la memoria semantica opera in presenza di consapevolezza.

Una persona potrebbe, ad esempio, concludere, sulla base di un certo numero di osservazioni o “episodi”, che i venditori di auto usate sono soliti ingigantire gli aspetti positivi di una macchina usata, minimizzandone al contempo gli aspetti negativi.

Si è raggiunta una conclusione generale che non verrà riesaminata.

Perciò, se la persona sentisse parlare di un’eccellente automobile usata, potrebbe saltare a quella conclusione senza pensarci, senza informarsi maggiormente circa la situazione, perdendo forse un’ottima opportunità.

La memoria procedurale

La memoria procedurale, la forma di memoria più importante per la psicoterapia, è la memoria che si occupa “di come vanno le cose”, o “di come mi comporto” in certe situazioni, “di come va il mondo” e “di cosa è collegato a cosa”.

Quindi la memoria procedurale permette all’individuo di acquisire e conservare le connessioni apprese tra stimoli e risposte, così come tra un modello complesso di stimolo e una catena di risposte, in modo che l’individuo possa rispondere alla situazione in modo adattivo.

In un certo senso, si tratta di una memoria legata al “come” del “fare ed essere” fenomenologico.

La memoria procedurale agisce senza che vi sia consapevolezza.

Quando io (Todd Burley) ero bambino e da ragazzo, la mia famiglia si rallegrava moltissimo della mia reattività e del mio entusiasmo di fronte alle sorprese e agli eventi per me importanti che si presentavano.

Io mi sentivo sempre più a disagio nel ritrovarmi osservato in quel modo, fino a che imparai a dissimulare le mie reazioni.

Come premio del mio successo, ho passato parecchio tempo in terapia ad imparare come “mostrare” nuovamente le mie reazioni, quando la situazione era compatibile con una tale risposta.

Il motivo per cui risultava così difficile invertire il processo è che avevo imparato così bene la risposta della sottrazione al contatto in quei momenti speciali da non avere più consapevolezza dell’atto del nascondere, che compivo “automaticamente”.

Il cervello

Il cervello funziona in modo da rendere automatici tali comportamenti e tali processi cognitivi a causa della sua inefficienza ed incapacità a considerare ogni situazione come “nuova”.

Esso deve conservare le sue risorse processuali per ciò che non è usuale e non è mai stato incontrato prima.

In più ha bisogno di efficienza e velocità per affrontare le molte situazioni apparentemente spontanee.

Se una situazione attuale è sufficientemente simile ad una situazione passata, la memoria procedurale guiderà la nuova situazione.

Nel mezzo di questo processo il cervello sta compiendo ciò che gli psicologi cognitivi chiamano elaborazione distribuita parallela (parallel distributed processing), al fine di organizzare e pianificare, attingere alla memoria degli eventi passati che sono stati rappresentati verbalmente o esperienzialmente, accedere alla memoria procedurale ed eseguire le azioni.

Relazione tra i tre tipi di memoria

La relazione tra i tre tipi di memoria diventa evidente se si comprende che la memoria semantica ed episodica sono le componenti di base della memoria procedurale.

La memoria episodica, quindi, è collegata alla modalità di apprendimento progressivo, la memoria semantica alla ristrutturazione dell’apprendimento, e la memoria procedurale si lega all’apprendimento finalizzato alla regolazione e all’automatizzazione del comportamento.

La memoria procedurale richiede un’esplicita risposta esterna, mentre quella semantica ed episodica possono basarsi semplicemente sull’osservazione.

Altri ricercatori e teorici hanno raggiunto conclusioni analoghe.

Ad esempio, Squire (1986) ha suddiviso i sistemi di memoria

in memoria dichiarativa (episodica e semantica), legata alle cose che possono essere dette, e

non dichiarativa (procedurale), per ciò che non riguarda il discorso.

Schacter (1995) ha parlato di memoria implicita facendo riferimento agli stessi processi della memoria procedurale.

Ciò che è interessante notare è che i diversi ricercatori, benché propongano configurazioni leggermente differenti del concetto di memoria e della sua descrizione, giungono comunque alle stesse conclusioni relativamente alla natura di un tipo di memoria che non è oggetto di consapevolezza ma appare ugualmente in grado di guidare i nostri comportamenti al verificarsi di situazioni simili a precedenti già incontrate e “padroneggiate”.

La natura della consapevolezza varia in ogni caso.

Consapevolezza

Notiamo che la memoria episodica è basata sulla conoscenza e la consapevolezza di sé. Quella semantica si basa sulla conoscenza di cose o idee traducibili verbalmente.

E la memoria procedurale si ha senza consapevolezza.

Semplicemente, non si è consapevoli dell’elaborazione di un certo tipo di risposta ad un livello conscio.

Ad esempio, quando un individuo agisce in modo ossessivo, agisce senza la consapevolezza di ciò che sta facendo.

Si porta avanti il processo ossessivo senza riflessione – in modo automatico e senza pianificazione o previsione.

La tabella 1 esplicita chiaramente alcune di queste relazioni.

Dopo aver descritto il concetto gestaltista di processo e l’importanza della memoria procedurale, riteniamo importante discutere come viene acquisita la memoria procedurale rilevante per la struttura caratteriale.

Tabella 1. Caratteristiche della memoria in Tulving (1985)

In ogni discorso serio sulla memoria e sul processo caratteriologico è necessario tenere conto della prima infanzia.

Gli studi sugli infanti sono una grande sfida, a causa della velocità dei cambiamenti nello sviluppo e della diversità tra i differenti individui.

La ricerca è stata, tuttavia, in grado di fornire delle prove relative alla memoria e apprendimento infantile che possono esser istruttive da comprendere nella prospettiva di come si sviluppano i fondamenti della struttura caratteriale.

Carattere

La teoria suggerisce che tra i 5 e i 7 anni il carattere sia formato per quanto, ovviamente, sempre sottoposto a modifiche e cambiamenti nel corso della vita.

Questo fenomeno precoce rende l’apprendimento e la memoria infantile estremamente importante per le relazioni e per i comportamenti futuri. Inoltre, questo apprendimento precoce può essere adattivo rispetto all’ambiente in quel momento, ma non adattivo dal punto di vista di altre relazioni o ambienti che si presentino successivamente nella vita.

La crescita immensa in termini di sviluppo durante questo periodo implica anche il fatto che una quantità considerevole di memoria procedurale venga codificata.

Come osservato più sopra, le memorie procedurali immagazzinate in tale periodo sono significative per tutta la vita, poiché dirigono ed influenzano i comportamenti, le cognizioni, le emozioni del bambino, andando a costituire perciò il modo o la via caratteriologica di risposta nella vita adulta.

Ciò si vede in maniera più specifica nel modo in cui queste prime esperienze di memoria procedurale formano la struttura dei legami e delle relazioni interpersonali.

Paley e Alpert (2003) hanno chiarito questo aspetto nel loro articolo dedicato ai traumi infantili.

Gli autori di quell’articolo hanno incoraggiato i medici a considerare più seriamente il significato dei traumi infantili, occupandosi delle manifestazioni di memoria potenziale, in forma di modelli comportamentali, somatici, cinestetici e verbali, presenti nei loro pazienti.

Perciò è importante essere consapevoli della rilevanza del problema dell’apprendimento e della memoria infantile al fine di una migliore comprensione e di una migliore relazione con il cliente adulto.

Periodo preverbale

Dobbiamo ricordare, comunque, che la memoria procedurale sedimentata nell’infanzia, o nel periodo preverbale, potrebbe essere la più difficile da far riemergere nella coscienza dal momento che il linguaggio verbale è la nostra modalità tipica in psicoterapia.

È difficile scavare verbalmente nelle nostre esperienze preverbali (Balint, 1968).

Il problema della ricerca in quest’area è stato di scoprire in che modo e quale misurazioni effetturare sugli infanti, e ciò ha ostacolato la comprensione delle capacità complessive degli infanti e del modo in cui il loro apprendimento influenzi lo sviluppo del carattere nella vita.

Alcune delle difficoltà di queste ricerche risiedono nel fatto che gli infanti e i bambini – di età inferiore ai tre anni – devono avere a che fare con un tipo di memoria preverbale.

Il linguaggio verbale

Il linguaggio verbale ci permette di condividere l’esperienza, di portarla a consapevolezza, e di confrontarci con le nostre situazioni e la nostra identità sociale.

Mentre il linguaggio rende la consapevolezza più accessibile per la comunicazione con gli altri, il linguaggio stesso non è necessario per l’apprendimento o la memoria, né l’interazione sociale è una una causa di per sé.

Il significato degli eventi è determinato dal nostro luogo e dal nostro ruolo negli eventi stessi, che è stabilito dalla possibilità di ricordare (Nelson, 1994).

È ben documentato il fatto che più un adulto è esposto ad un evento, più alta è la probabilità che l’evento venga appreso e conservato nella memoria (Underwood, 1969).

Ricerca

La ricerca con gli infanti e i bambini sottolinea questo fatto e indica che l’addestramento o la ripetizione fisica di un evento rafforza la memoria (Rovee-Collier, Evancio, & Earley, 1995).

Al contrario del modello iniziale dello sviluppo elaborato da Piaget (1952), nel quale il bambino è descritto come incapace di trattenere rappresentazioni mentali,

ricerche più recenti hanno dimostrato che gli infanti di tre mesi sono in grado di codificare, immagazzinare, e richiamare alla mente ricordi (Rovee-Collier, 1996).

Dalla seconda metà del primo anno di vita, gli infanti non solo manifestano l’influenza di esperienze precedenti attraverso comportamenti quali guardare più a lungo o colpire con più decisione oggetti familiari, ma dimostrano anche la capacità di richiamare alla memoria eventi specifici o episodi del passato (Rovee-Collier, 1997).

Questa ricerca rivela che più un infante o un bambino ha esperienza di un evento, più forte sarà la memoria di quell’evento.

Perciò gli adulti incontreranno frequentemente esperienze o frammenti di esperienze che riattiveranno, direttamente o indirettamente, ricordi dell’infanzia.

Inoltre, queste memorie che influenzeranno il comportamento possono verificarsi in presenza o in assenza di consapevolezza da parte dell’adulto poiché si tratta di una risposta ripetitiva e abituale (memoria procedurale) alla situazione.

Di conseguenza l’adulto potrebbe essere più o meno consapevole del suo modello di risposta (Sheffied & Hudson, 1994).

Quando si lavora con gli infanti e con chi si occupa di loro, si trova che i modelli di interazione che permettono di prevedere i modelli di relazione risultano evidenti all’inizio della relazione.

Queste interazioni, positive o difficili che siano, influenzeranno le relazioni interpersonali future.

In effetti, queste interazioni infantili sono cruciali e fondative poiché svolgono la funzione di primo apprendimento da parte dell’infante e vanno a costruire interazioni analoghe a quelle di tipo “riflessivo” per mezzo della memoria procedurale che influenzerà le relazioni interpersonali per tutto il corso dell’esistenza.

In più, queste interazioni riflessive operano al di fuori della consapevolezza (nella memoria procedurale), e risultano così difficili da riconoscere e modificare.

Livello di eccitamento

Un importante fattore per l’apprendimento e la creazione della memoria è dato dallo stato o dal livello di eccitamento nel quale l’apprendimento avviene e dal modo in cui questo stato viene regolato.

Da infanti, disponiamo di sei stati possibili: sonno profondo, sonno attivo, dormiveglia, attenzione, attenzione attiva e pianto.

Lo stadio di attenzione è uno stadio ottimale per interazioni efficaci, per l’apprendimento e la codificazione (Gunzenhauser, 1987).

Perciò, gli infanti che hanno difficoltà a conseguire e mantenere un buono stato di allerta possono anche manifestare un minore apprendimento, con fluttuazioni in ciò che è codificato e nel modo in cui ciò risulterà significativo o giocherà un ruolo particolare più tardi nel corso della vita.

Per esempio, gli infanti con una regolazione modesta e un grado di attenzione molto limitato manifestano spesso una risposta significativamente più ridotta o maggiore rispetto alle richieste ambientali.

Ciò si può tradurre in una bassa soglia di stimolazione o un bisogno di sovrastimolazione da adulti.

Questa difficoltà nella regolazione dello stato e nella conservazione dell’attenzione spesso si traduce in relazioni interpersonali problematiche, caratterizzate da problemi di comunicazione e di attaccamento o di intimità, che spesso inducono ad auto-medicazioni o ad altre strategie per superare queste difficoltà.

È stato sostenuto un argomento per il quale può darsi che si abbia esperienza e ricordo a breve termine di eventi durante l’infanzia, ma ciò non si conserverebbe a lungo termine e nella memoria procedurale.

Recenti studi hanno comunque dimostrato che gli eventi nell’infanzia sono richiamati alla mente da bambini e adulti (Boyer, Barron, & Farrar, 1994).

Uno di questi studi (Bauer, Hertsgaard, & Dow, 1994) ha scoperto che gli eventi nuovi sono significativi per la memoria a lungo termine a partire dall’età di 1\2 anni, per conoscenze conseguite ad 8 mesi.

Questi dati suggeriscono che la memoria infantile è duratura e accessibile nel tempo (Bauer, 1996). McDonough e Mandler (1994) hanno compiuto uno studio con bambini di 22-23 mesi che, a distanza di un anno, erano in grado di ricordare azioni familiari ma non eventi nuovi.

Sheffield e Hudson (1994) hanno sottolineato ulteriormente l’impatto della memoria e dell’apprendimento.

Hanno preso in esame bambini di 14 e 18 mesi a cui veniva mostrato la codifica associativa di componenti di un evento.

I loro ricordi a quell’età risultano associativi poiché non richiedevano ulteriori esperienze per portare a termine il compito, ma se veniva fornito loro un modello, i bambini erano in grado di ricordare componenti apparentemente dimenticate dell’evento.

Di conseguenza, il contesto da solo può richiamare la memoria procedurale.

Questo suggerisce che queste esperienze iniziali della vita possono riflettersi nella semantica adulta, nella conoscenza del mondo indipendente dal contesto (Hayne & Findlay, 1995).

Struttura caratteriale adulta

Come si collega ciò con la nostra struttura caratteriale adulta?

Un legame importante tra l’apprendimento infantile e la struttura caratteriale adulta è manifesto nello studio dei processi di attaccamento e di interruzione, così come nello sviluppo del sé.

Perché si sviluppi, l’infante deve essere in grado di conseguire una connessione e il rispecchiamento da parte dell’adulto, spesso dalla madre.

Inoltre, i nostri legami di attaccamento nell’infanzia sono importanti nel determinare le nostre competenze successive in merito ai legami.

Questi primi legami sono significativi per il processo di sviluppo del sé e della struttura del carattere. In base al modello di Piaget (1952), si è sostenuto che lo sviluppo del sé si verifichi attorno ai 6/7 anni.

Sulla base di ricerche più recenti, ora si sposta questo fenomeno al secondo anno di vita, e ci sono alcuni indizi che possa cominciare all’inizio del primo anno insieme alla differenziazione del sé dagli altri e con l’inizio della permanenza oggettuale (alcune teoria hanno osservato che un senso del sé inizia a stabilirsi nel momento in cui si presentano discriminazioni e differenze).

Sappiamo che gli infanti reagiscono se vengono toccati sulla guancia, ma è sorprendente che, nelle prime due settimane di vita, non reagiscano al loro tocco (Rochat & Hesbos, 1997).

Mentre a prima vista può sembrare poco significativo l’essere consapevoli del momento in cui si forma la coscienza di sé, questo influisce in realtà sul nostro lavoro con il paziente adulto.

Il nostro paziente potrebbe, infatti, avere a che fare con interruzioni nel processo di formazione e risoluzione delle convinzioni sviluppate, come accade di frequente, nell’infanzia.

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”  blu psicologo milano

Dott. Donato Saulle

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Testo di:
Todd Burley
Department of Psychology, Loma Linda University
Gestalt Associates Training—Los Angeles
M. Catherin (Kiti) Freier
Department of Psychology, Loma Linda University
Department of Pediatrics, Loma Linda University

Trad. Donato Saulle

Immagine: Rafael Araujo

Video di seguito: L’equazione di Dirac

LE LOGICHE DEL DESIDERIO

LE LOGICHE DEL DESIDERIO

Cosa sappiamo del desiderio umano?
L’opinione prevalente nel senso comune è che l’essere umano scelga in modo completamente autonomo di orientare il suo desiderio su un oggetto. Questo spiega la nascita del desiderio con il fatto che ogni oggetto possiede un valore che lo rende desiderabile in sè.
Questa visione lineare del desiderio che collega direttamente il soggetto all’oggetto è di una semplicità evidente. L’essere umano sembrerebbe però essere intrinsecamente più complesso e questa teoria non spiega fenomeni come l’invidia o la gelosia.
In questo post è mia intenzione proporre, in modo anche casuale, arbitrario e semplificato, come alcuni studiosi e autori di ambiti diversi hanno teorizzato le logiche del desiderio.

Lacan colloca il desiderio nella mancanza. La mancanza caratterizza ogni itinerario che dal bisogno conduce al desiderio. Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Altro, non inteso come uomo ma come luogo; altro da sè. Non è desiderio di qualcosa di materiale; è innanzitutto desiderio del desiderio dell’altro, desiderio di ciò che l’altro desidera, desiderio di essere desiderato dall’altro, di essere riconosciuto dall’Altro.
Il desiderio è anche una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra consistenza alla propria vita. E’ inconscio, è una spinta: è un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore ed è ciò che dà vitalità al soggetto. In senso negativo è negazione di parti di sè e origine di conflitti intrapsichici e sociali.

Nella terapia della Gestalt di Perls la logica del desiderio si colloca all’interno di una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. E’ quindi ancora determinato da un bisogno e ha come scopo la sua soddisfazione. Una volta soddisfatto il bisogno il desiderio è appagato e ne emergerà uno nuovo. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o un qualsiasi altro bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento e in alcuni casi seleziona elementi della realtà distorcendola.

Alcuni recenti studi sull’empatia e sui “neuroni specchio” invece sostengono che nel comportamento umano si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile.
Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole e a integrarsi in una cultura.
Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera.
Già Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.
Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.
Focalizzare il proprio desiderio su un modello, è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di valore.
Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto. Ad esempio, quell’automobile è qualcosa di più di una automobile, altrimenti  qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è  l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.
Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.
Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».

Dott. Donato Saulle

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Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo, Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard
Garzanti – Psicologia a cura di U.Galimberti
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine:  “Nocturnos” – Ricardo Cinalliblu psicologo milano

Tags: Conflitto, Lacan, Gestalt, Perls, capro espiatorio

AL CONFINE DEL CONTATTO – La relazione amorosa

AL CONFINE DEL CONTATTO

La relazione amorosa

“L’amore è un’ esperienza di libertà”
M.Recalcati

La relazione amorosa mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:

da una parte abbiamo il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l’altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui

e dall’altro abbiamo il bisogno di separazione e distinzione dall’altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità e la propria soggettività.

Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all’autonomia con esclusione del rapporto d’amore, o al rapporto d’amore con perdita di autonomia. Un rapporto quindi dove non si riesce più a cogliere con chiarezza i propri bisogni e ad appagarli.

Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.

Dunque, nel rapporto intimo con l’altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé stessi in favore dell’altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.

Dott. Donato Saulle

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Cit. Mantieni il bacio – Lezioni brevi sull’amore di Massimo Recalcati

I MECCANISMI DI DIFESA

I meccanismi di difesa.

Per comprenderli è necessario avere una certa famigliarità con aspetti basilari della teoria psicoanalitica, della struttura, della funzione e della evoluzione della psiche – cioè della mente.

Inizieremo quindi con il riassumere molto brevemente alcuni concetti base della teoria psicoanalitica come conscio, inconscio e preconscio.

La differenza di questi concetti è relativa e i tre termini indicano gradi variabili di accessibilità alla consapevolezza.

Il termine conscio si riferisce a quelle funzioni mentali (impulsi, ricordi, pensieri, sentimenti, percezioni) di cui una persona è consapevole in un certo momento.

Il termine inconscio si riferisce a quei processi psicologici di cui una persona è inconsapevole e dei quali non è in grado di divenire consapevole mediante uno sforzo di volontà.

Il termine preconscio si riferisce alle funzioni mentali di cui la persona è inconsapevole in un certo momento ma delle quali può divenire consapevole mediante i suoi ricordi, concentrando l’attenzione, o se qualcuno glie lo rammenta.

Lo sforzo intenzionale per diventare consapevoli di un contenuto preconscio può avere un successo immediato, richiedere qualche minuto, ore e a volte addirittura giorni. Talvolta può essere necessario l’aiuto di altre persone, come nel caso di una discussione tra amici, in cui uno di essi non riesce a ricordare un nome.

Di solito un nome viene escluso in questo modo dalla coscienza perchè un certo motivo o desiderio, magari anche superficiale, banale o semplicemente sgradevole, viene associato al nome e interferisce con il fatto che questo divenga conscio ed espresso.

In altri casi varie funzioni psicologiche vengono mantenute preconsce, cioè fuori dalla consapevolezza, allo scopo di poter meglio concentrare l’attenzione su un compito o una questione urgente.

Ad esempio quando un individuo scrive una importante lettera di affari egli esclude dalla consapevolezza tutte le altre faccende più o meno urgenti.

Se altre sensazioni e motivazioni venisse consentito di accedere alla coscienza esse finirebbero per avere un effetto distraente sull’attenzione, con un risultato negativo per ciò che si sta eseguendo.

Per scrivere la lettera nel modo migliore, la persona deve escludere dalla consapevolezza tutto il resto: motivazioni, pensieri, ricordi e sensazioni. Talvolta impulsi preconsci o inconsci, che sono personalmente inaccettabili, diventano così intensi e premono con vigore per essere espressi, che possono finire per entrare nella consapevolezza conscia o trovare espressione anche contro la volontà della persona in questione.

In questo senso i meccanismi di difesa possono diventare una minaccia per la capacità del soggetto di tenere sotto controllo la propria mente.

Il termine meccanismi di difesa si riferisce invece a varie attività psicologiche (come la rimozione, la razionalizzazione, l’inibizione o l’isolamento dell’affetto; alcuni dei quali approfondiremo in dettaglio in un prossimo post) che scattano in modo automatico e involontario mediante le quali l’essere umano tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili. Escludendo l’impulso dalla consapevolezza, egli ne rende un poco più improbabile l’espressione.

Secondo la teoria psicoanalitica, un impulso è sufficientemente inaccettabile perchè siano attivati dei meccanismi di difesa allorchè, secondo il giudizio inconscio dell’individuo, la sua espressione provocherebbe una punizione o una pericolosa vendetta da parte di altre persone, o del giudice interiore, cioè la coscienza morale.

Di conseguenza quando un simile impulso preme per trovare espressione, l’individuo diventa apprensivo, proprio come farebbe in qualsiasi situazione realmente pericolosa.

La valutazione delle potenziali conseguenze di un impulso non implica un processo conscio o intenzionale. Esso, al contrario, è spontaneo, automatico, e si svolge al di fuori della consapevolezza. Il giudizio può essere confortato da considerazioni realistiche, oppure essere basato interamente su punti di vista irrazionali o infantili circa le conseguenze dell’impulso e la reazione anticipata degli altri a esso. In che misura il giudizio sia razionale o irrazionale dipende dalle precedenti esperienze di vita della persona. Qualunque impulso che, in modo più o meno corretto, sia stato associato con la minaccia di disapprovazione, punizione o ritorsione verrà considerato come pericoloso.

Sebbene evocati dal bisogno di evitare la minaccia di una possibile perdita di controllo su di un impulso inaccettabile, i meccanismi di difesa possono continuare a operare anche dopo che la minaccia originaria è scomparsa. La difesa può perciò diventare abituale e trincerarsi fermamente entro la struttura caratteriale della persona e nel suo modo abituale di comportarsi.

Bisogna infine da sottolineare il fatto che i meccanismi di difesa hanno una funzione evolutiva e sono collegati alla sopravvivenza stessa dell’individuo, per questo motivo le difese vanno rispettate, è necessario tuttavia comprenderle e superarle in particolar modo quando si percepisce che queste non sono più funzionali al benessere e si trasformano in un sintomo di malessere psicologico impedendo la libera espressione della propria personalità e un contatto armonico e flessibile con sè stessi e con gli altri.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Tratto da:
I meccanismi di difesa, B. White, M. Gilliland
Astrolabio-Ubaldini Editore

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Dott. Donato Saulle

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IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA

IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA

“Il fondamento della vergogna non è il nostro sbaglio personale,
ma che tale umiliazione sia visibile a tutti.”

Milan Kundera.

Il senso della vergogna viene descritto come:
– un turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere, o effettivamente riceve, una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri,
– un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati,
– un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati,
– il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili.

La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell’azione.
La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: viene violato ciò con cui ci si copre per proteggere l’intimità del proprio sé e l’immagine diventa improvvisamente evidente all’occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non ci si sarebbe voluti mostrare.
Spesso l’individuo mette in atto modificazioni nello stile di vita di relazione che tendono a limitare la libertà di azione, per timore di dover fare i conti con questa condizione emotiva disagevole.
Centrale quindi nello sviluppo e nel mantenimento del problema è la paura del giudizio dell’altro, probabilmente per le esperienze precoci di invalidazioni di vissuti emotivi fondamentali.
Questi sentimenti dolorosi hanno come conseguenza l’orientarsi verso stili di vita caratterizzati da timidezza e distacco dagli altri.

Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è una emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia).
Funziona prevalentemente per accessi, del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé.
Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova speculare vergogna o imbarazzo di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno, ci si vergogna di parenti o amici.
Queste caratteristiche rendono difficile l’ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza e accettazione da parte di chi la sperimenta: si tende più facilmente a fuggirlo.

Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l’autogiudizio e l’autocondanna.
L’intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, a volte invidia o depressione, apatia, ritiro.
Inoltre la vergogna si pone sul crinale tra intrapsichico ed interpersonale: si tratta infatti di un sentimento che riguarda contemporaneamente la sfera della massima intimità dell’individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall’altro.
Quindi il senso di vergogna mette in relazione l’esperienza intrapsichica con quella interpersonale, la sfera narcisistica e la sfera cosiddetta oggettuale, ponendosi su un terreno di mediazione tra i due versanti, che del resto sono sempre intimamente intrecciati.

Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui io mi percepisco irrimediabilmente perdente, mentre l’altro – generalmente un altro significativo – diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale.

Un’altra manifestazione che tende a difendere il sé dalla vergogna è la rabbia. Questa si presenta come un bisogno incoercibile di vendicare un torto vissuto, come una ferita narcisistica allo sviluppo affettivo del sé, che ha generato un profondo senso di umiliazione (Kohut, 1971). Molte volte la rabbia si presenta in forme più sottili, ad esempio attraverso il sarcasmo o l’ironia, ed ha la funzione di far provare all’altro il senso di umiliazione e vergogna che si è sperimentato.

Alcuni psicoanalisti americani  hanno descritto il cosiddetto “ciclo della vergogna-rabbia”: in questo ciclo accade che ci si vergogna di se stessi, del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro, e che tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento e  rabbia  verso l’altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso.
Per quanto riguarda la relazione interpersonale, quando è presente il senso di vergogna, si tratta di una relazione che non è, o non è ancora, reciproca, intersoggettiva, dove l’uno e l’altro siano percepiti entrambi soggetti, con uguale diritto di esistenza, pur nella diversità, bensì di una relazione fortemente asimmetrica, del tipo soggetto-oggetto, dove l’Altro, quello vincente, da cui ci si sente guardati (male) è il Soggetto, percepito come giudicante, sprezzante, svilente nei confronti dell’oggetto che sta osservando, quell’oggetto fallito, difettoso, insignificante, patetico e ridicolo che è esattamente ciò con cui chi prova vergogna si sta identificando.
La vergogna sta qui ad indicare lo scacco subito, il senso di indegnità avvertito da chi riceve, o presume di ricevere, un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.
Interessante a questo proposito è l’interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna.
Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell’altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.
La vergogna scrive “non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente, cristallizzato che sono io per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione degli altri per essere ciò che sono”.
Il sentimento di vergogna, sia quella che subiamo e sia quella che, più o meno inconsciamente, tendiamo ad indurre e ad alimentare, può gradualmente ridurre i suoi effetti invalidanti, nella misura in cui favoriamo il crescere, nelle nostre relazioni, della consapevolezza e dell’attenzione per la propria e l’altrui soggettività.
La consapevolezza cioè del fatto che pur essendo in questo momento oggetto del mio sguardo, l’altro continua a mantenere una propria autonomia, una propria soggettività, che fa sì che esso non si esaurisca mai totalmente in ciò che io vedo.
Mantenere la consapevolezza del mistero che ciascun soggetto continua ad essere, per se stesso e per l’altro, della molteplicità di aspetti che non sono mai del tutto evidenti ed oggettivi, la consapevolezza cioè di uno svelamento ulteriore sempre possibile e mai completamente esaurito.
E qui torna spontaneamente ad imporsi all’attenzione quell’aspetto della vergogna che sembra portare in sé il passaggio evolutivo di affermazione della soggettività che spinge a difendere il proprio Sé, e di conseguenza quello altrui, da intrusioni invasive nella sfera dell’intimità.
Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli, ( i “capri espiatori” ) che sono spesso identificati per razza, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza e orientamento sessuale, che hanno il fine di scaricare la frustrazione comune per mantenere il precario equilibrio di società e di persone scarsamente evolute.
All’interno di queste identità sociali il sentimento della vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito e può nascondersi anche dietro marcate dichiarazioni di appartenenza.
Questo sentimento di vergogna è anche inevitabilmente la risposta ad uno sguardo purtroppo oggettivante di chi, sentendosi “il Soggetto” tende a rendere l’altro “cosa”, spogliandolo del suo diritto di soggetto.
Credo sia necessario riconoscere la responsabilità dello sguardo, del modo di guardare, di pensare e di parlare a noi stessi, all’altro, al mondo, con il fine di ridurre “l’effetto Gorgone” da cui siamo circondati, ovvero “lo sguardo che pietrifica”, immagine simbolicamente evocativa della sofferenza connessa al sentimento della vergogna.

 

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Dott. Donato Saulle

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Fonti:
Agnese Galotti -Vergogna e immagine di sè
http://www.geagea.com/52indi/52_08.htm
Umberto Galimberti – Psicologia – Garzanti
Meterangelis G. – La Vergogna e le organizzazioni narcisistiche patologiche (2011)
“Rifugi della Mente – Processi di sviluppo”
Immagine: Ricardo Cinalli – Risurrezioneblu psicologo milano

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Tag.
Psicologia, Psicoterapia, Vergogna, Psicologo Milano

 

IL DESIDERIO DI RENE’ GIRARD

RENE’ GIRARD

(Avignone 1923 – Stanford 2015) è stato un antropologo, critico letterario e filosofo francese.

Il suo lavoro appartiene al campo dell’antropologia filosofica e ha influssi su critica letteraria, psicologia, storia, sociologia e antropologia.

Ha scritto diversi libri, sviluppando l’idea che ogni cultura umana è basata sul sacrificio come via d’uscita dalla violenza mimetica (cioè imitativa) tra rivali.

Le sue riflessioni si sono indirizzate verso due idee principali:

  • il desiderio mimetico,
  • il meccanismo del capro espiatorio (che sarà approfondito in un futuro post).

IL DESIDERIO DI RENE’ GIRARD

René Girard sosteneva che non esiste un vero desiderio individuale, ma solo un desiderio mediato, che imita il desiderio di un’altro che ha suggerito l’oggetto da possedere.

Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato.

Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira il desiderio.

In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente all’essere del modello.

Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione dell’oggetto.

Ad esempio, un determinato oggetto è qualcosa di più di quel’oggetto, altrimenti  qualsiasi modello servirebbe allo scopo; e invece è  l’oggetto su cui proietto la mia carica libidica, che mi permette non solo di avere ma sopratutto di essere.

Di essere e di avere quelle caratteristiche che io attribuisco al possessore dell’oggetto.

Per questo Girard parla di desiderio «meta-fisico»: non si tratta per lui di un semplice bisogno perché «ogni desiderio è desiderio d’essere».

Ma focalizzare il proprio desiderio su un modello è già riconoscergli un valore che si pensa di non possedere ed equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano e dare a sè stessi un giudizio di disvalore rispetto al modello.

E’ per questo che potrebbe essere utile, per tutti e oltre ogni sintomo, intraprendere un percorso terapeutico che porta alla conoscenza di sè e dei propri introiettati modelli irraggiungibili che sono la radice della propria sofferenza e che impediscono di far emergere il proprio, vero, unico e personale, desiderio.

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Fonti:
“La teoria del desiderio mimetico in René Girard. Verità romanzesca e menzogna romantica”.
“René Girard: di miti, religioni e capri espiatori” di Marco Aime
“La mancanza e il desiderio” – Giselle Ferretti
https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard

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