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News

UN PROCESSO FLUIDO

7 Maggio 2020/in News/da Donato Saulle

UN PROCESSO FLUIDO

Una persona è un processo fluido, non un’entità fissa e statica; un fiume fluente di cambiamento, non un blocco di materiale solido; una costellazione continua di potenzialità, non una quantità fissa di tratti.
La vita piena è dunque un processo, non uno stato.

E’ una direzione, non una destinazione.

Se accetto l’altra persona come qualcosa di rigido, di già diagnosticato e classificato, di già formato dal suo passato, contribuisco a confermare questa ipotesi limitata.

Se l’accetto come un processo in divenire, contribuisco, invece, al limite delle mie possibilità, a confermare e a rendere reali le sue potenzialità.

Tutti abbiamo paura di cambiare.

Una delle ragioni principali della resistenza a comprendere, è la paura del cambiamento: se veramente mi permetto di capire un’altra persona, posso essere anch’io cambiato da quanto comprendo.

Le persone sono altrettanto meravigliose quanto i tramonti se io li lascio essere ciò che sono.
In realtà, la ragione per cui forse possiamo veramente apprezzare un tramonto è che non possiamo controllarlo.
Quando osservo un tramonto non mi capita di dire: “Addolcire un po’ l’arancione sull’angolo destro, mettere un po’ più di rosso porpora alla base, ed usare tinte più rosa per il colore delle nuvole”.

Non tento di controllare un tramonto. Ammiro con soggezione il suo dispiegarsi.
Apportiamo un aiuto profondo solo quando nella relazione rischiamo noi stessi come persone, quando sperimentiamo l’altro come una persona con i suoi diritti: solo allora ha luogo un incontro ad una profondità tale da dissolvere il dolore della solitudine in entrambi.

Carl Rogers

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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Dott. Donato Saulle

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Immagine: scultura di Chad Knight

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LE PAROLE GENTILI

24 Aprile 2020/in News/da Donato Saulle

LE PAROLE GENTILI

Gli psicoterapeuti
devono trovare
le parole giuste da dire
e le parole giuste
non possono che essere
parole gentili.

Eugenio Borgna

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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Dott. Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO– Cell. 3477966388blu psicologo milano

Eugenio Borgna (Borgomanero, 22 luglio 1930) è uno psichiatra, saggista e accademico italiano.
Come primario di servizi psichiatrici ospedalieri, fin dai primi anni ’60 ha adottato metodi di cura che, esorbitando dalla comune prassi clinica, si sono incentrati sul dialogo reciproco e l’ascolto empatico del paziente psichiatrico, non soggetto ad alcuna forma di coercizione, contenzione o imposizione, sperimentando così, per la prima volta in Italia, una nuova maniera di accostarsi alla malattia psichiatrica, più umana, rispettosa e comprensiva del dolore del paziente.

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2020/04/mongolfiere-SCURA.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2020-04-24 15:42:152020-09-17 22:03:46LE PAROLE GENTILI

ABBI PAURA DELLA COSA GIUSTA – Psicologia e Buddismo

22 Aprile 2020/in News/da Donato Saulle

ABBI PAURA DELLA COSA GIUSTA

Psicologia e Buddismo

Tutti noi pensiamo che la paura sia terribile e dolorosa, ma i buddhisti – grandi maestri di psicologia per migliaia di anni – non includono la paura nella lunga lista delle afflizioni mentali descritta nell’Abidharma, l’insegnamento radice della psicologia buddhista.

La rabbia viene menzionata, l’impazienza pure.

Tante altre afflizioni ben conosciute vengono menzionate, ma non la paura.

Ho sempre pensato che ciò fosse abbastanza peculiare, ma se lo valutiamo da vicino andremo a comprendere perché ciò ha senso.

Essere liberi dalla paura è certamente molto elogiato nel Buddhadharma.

Uno dei tre tipi del dare è dare a qualcuno protezione dalla paura.

Ciò è l’essenza dell’abhaya, del mudra e della non-paura. Ed è questo il famoso gesto del Buddha quando tiene la mano in alto con il palmo rivolto verso l’esterno. Difatti, quando si diventa Buddha si è liberi dalla paura.

In circostanze normali, la paura non è un problema ed è per quello che non viene menzionata fra le afflizioni mentali.

La paura è una cosa salutare, in generale. È la consapevolezza del pericolo. È protettiva, è ciò che ci aiuta a non avventurarci verso un leone affamato.

Perciò, la paura è di aiuto nel quotidiano.

La paura è anche di aiuto nel senso buddhista nel suo aspetto di paura della sofferenza come rappresentato nella Prima Nobile Verità.

La verità della sofferenza non è una profezia apocalittica. Non è l’espressione di un inevitabile destino. Al contrario, ci mette in uno stato di allerta verso il fatto di non comprendere chi siamo realmente.

Siamo allucinati circa la sofferenza. Dovremmo essere consapevoli della sofferenza. Dovremmo essere spaventati dalla sofferenza. Altrimenti, perché dovremmo mai occuparci della sofferenza?

La paura ci spingerà verso la comprensione del mondo e di noi stessi e, quando lo facciamo, arriviamo all’apprezzamento della Seconda Nobile Verità: la sofferenza si radica nell’abitudine di fabbricare un sé assoluto.

Attraversiamo la nostra vita essendo “assoluti”, come se nient’altro fosse importante, ma possiamo anche osservare quest’abitudine e imparare che così non funziona.

Possiamo sviluppare la concentrazione profonda, la meditazione univoca e liberarci alla fine dalla profonda concezione dell’io assoluto, in contrapposizione a tutto e tutti.

Se non superiamo questa concezione del sé assoluto, discenderemo nei reami inferiori dell’esistenza.

E questo è davvero degno di paura.

La Terza Nobile Verità è Nirvana – il fatto che sia possibile liberarsi dalla sofferenza pur rimanendo vivi.

Tante persone pensano di potersi liberare dalla sofferenza in modo permanente semplicemente alla morte, ma la Terza Nobile Verità ci insegna che è possibile essere liberi dalla sofferenza e vivere lo stesso.

Ed è questa l’ultima intrepidezza, la non-paura.

E il Buddha ci offre i mezzi per realizzare ciò nella Quarta Nobile Verità, che descrive un processo educativo di studio, concentrazione, meditazione e cambiamento dello stile di vita.

Se seguiamo questo sentiero, possiamo raggiungere uno stato in cui essere connessi alla nostra propria nobiltà e a quella degli altri.

Realizziamo che non esiste un sé assoluto, realizziamo che il sé esiste in un modo relazionale e flessibile.

Comprendiamo noi stessi come intrecciati con l’universo.

Abbiamo ridotto il nostro senso di isolamento e alienazione dagli altri, l’essere sconnessi dal mondo.

Abbiamo così incrementato e intensificato il nostro senso di essere connessi con il mondo. Non temiamo questo essere connessi.

Si dice che è l’ignoranza che ci fa temere ciò di cui non dovremmo avere paura e di non temere ciò di cui invece dovremmo avere paura.

Normalmente abbiamo paura dell’essere connessi ma è proprio l’essere non-connessi che dobbiamo averne paura.

Iniziare con il giusto genere di paura è la via all’abbandono della stessa.

Robert Alexander Farrar Thurman

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”  

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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Fonte:
Robert Alexander Farrar Thurman
Robert Alexander Farrar Thurman è uno scrittore, accademico e monaco buddhista statunitense, che ha scritto, curato e tradotto numerosi libri sul Buddhismo tibetano.
È docente di studi buddhisti indo-tibetani Je Tzong Khapa alla Columbia University, cofondatore e presidente della Tibet House di New York e attivista anti-cinese per la libertà del Tibet.

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2020/04/ABBI-PAURASCURO-TITOLO.jpg 495 1034 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2020-04-22 08:18:562021-03-10 11:24:44ABBI PAURA DELLA COSA GIUSTA – Psicologia e Buddismo
https://youtu.be/ucDnlOQGiwg

HO FATTO UN SOGNO

20 Aprile 2020/in News/da Donato Saulle

Ho fatto un sogno.

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No Time For Love Like Now – Michael Stipe

20 Aprile 2020/in News/da Donato Saulle

No Time For Love Like Now – Michael Stipe

Una canzone per questo tempo dolente.

No time for Love like now. Michael Stipe – Lyrics

No time for breezy
no time for arguments
no time for love like now

there’s no time in the bardo
no time in the in-between
no time for love like now

there’s no time for dancing
there’s no time for undecideds
no time for love like now

where did this all begin to change
the lockdown memories can’t sustain
this glistening, hanging free fall

i turned away from the glorious light
i turned my head and cried
whatever waiting means in this new place
i am waiting for you

there’s no time for honey
no time for psalms and thresholds
whisper a sweet prayer sigh

where did this all begin to change
the lockdown memories can’t sustain
this glistening, hanging free fall

i turned away from the glorious light
i turned my head and cried
whatever waiting means in this new place
i am waiting for you
your voice is echoing love love love love love
i hear it far far away
and i am waiting for you
i am waiting for you
whatever waiting means in this new place
i am waiting for you
i am waiting for you

No time for Love like now. Michael Stipe

Traduzione

Non c’è tempo per la brezza
non c’è tempo per litigare
non c’è tempo per l’amore adesso

non c’è tempo nel bardo
non c’è tempo nel mezzo
non c’è tempo per l’amore come adesso

non c’è tempo per ballare
non c’è tempo per gli indecisi
non c’è tempo per l’amore adesso

dove ha iniziato a cambiare tutto questo
i ricordi di blocco non possono sostenere
questa caduta libera scintillante e sospesa

mi allontanai dalla luce gloriosa
ho girato la testa e ho pianto
qualunque cosa significhi aspettare in questo nuovo posto
Ti sto aspettando

non c’è tempo per la dolcezza
non c’è tempo per salmi e soglie
per sussurrare un dolce sospiro di preghiera

dove ha iniziato a cambiare tutto questo
i ricordi di blocco non possono sostenere
questa caduta libera scintillante e sospesa

mi allontanai dalla luce gloriosa
ho girato la testa e ho pianto
qualunque cosa significhi aspettare in questo nuovo posto
Ti sto aspettando
la tua voce fa eco amore amore amore amore amore
lo sento molto lontano
e ti aspetto
Ti sto aspettando
qualunque cosa significhi aspettare in questo nuovo posto
Ti sto aspettando
Ti sto aspettando

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LIBRI DA ASCOLTARE

11 Marzo 2020/in News, Senza categoria/da Donato Saulle

LIBRI DA ASCOLTARE

In questo periodo di particolare inattività per molti può non essere utile passare troppo tempo seguendo in tv o alla radio aggiornamenti costanti che procurano ansia e stati di confusione che non aiutano a mantenere la necessaria calma e razionalità per fronteggiare il momento che stiamo vivendo in modo adeguato.

E’ utile aggiornarsi magari una sola volta al giorno tramite i canali ufficiali per conoscere l’evolversi della situazione e le misure da adottare senza necessariamente seguire in modo ansiogeno informazioni minuto per minuto.

Per questo motivo voglio condividere questa iniziativa del sito della Rai dove si possono ascoltare libri letti da attori molto bravi.

Potrebbe essere molto utile e piacevole concedersi momenti di distrazione non banale.

Il sito è questo:

www.raiplayradio.it

Si possono trovare molti libri di autori diversi; a me sono piaciuti questi:

Il gelo di Romano Bilenchi letto da Sandro Lombardi

Il barone rampante di Italo Calvino letto da Manuela Mandracchia

Metello di Vasco Pratolini letto da Alessandro Benvenuti

Doppio sogno di Arthur Schnitzler letto da Marco Foschi

Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij letto da Chiara Guidi

Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij letto da Alessandro Benvenuti

Buon ascolto.

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Immagine di copertina: Jacek Yerka, 1952 ~ Sogno Surrealista

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2020/03/LIBRERIA.jpg 731 1011 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2020-03-11 06:46:282020-05-01 10:57:35LIBRI DA ASCOLTARE

LA BELLA STANZA E’ VUOTA – Le dinamiche nelle crisi di coppia

10 Gennaio 2020/in News/da Donato Saulle

“Talora ho l’impressione che abbiamo una stanza con due porte
l’una di fronte all’altra,
e ognuno stringe la maniglia di una porta

e basta un batter di ciglia dell’uno
perché l’altro sia già dietro la sua porta
e basta che il primo dica una sola parola

e il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere.
Talvolta persino tutti e due siamo di là dalle porte.
E la bella stanza è vuota”.

Da “Lettere a Milena”, carteggi privati tra Franz Kafka e Milena Jesenská

Crisi di Coppia

Una relazione di coppia nasce e si evolve nel tempo, così come si evolvono i singoli partner nella loro vita.
Non sempre gli equilibri su cui si stabilizza restano funzionali.
Può capitare che i partner sentano il legame come insoddisfacente e limitante, non basato su una comprensione reciproca, nel quale siano poste richieste non tollerabili.
Capita che ci si ritrovi in una situazione di “stallo” in cui i partner si accontentano di restare in una dinamica insoddisfacente senza riuscire a trovare strategie per ristrutturare diversamente gli equilibri.
La comunicazione e l’interazione possono diventare frustranti e disfunzionali.
L’aiuto dello psicologo psicoterapeuta può strutturarsi come determinante per analizzare la domanda dei partner in maniera approfondita ed evidenziare con maggiore chiarezza i bisogni della coppia.
Può aiutare a sperimentare nuovi modi per relazionarsi e per ascoltare l’altro nonché supportare l’espressione più funzionale delle proprie emozioni.
Può supportare nella ricerca di strategie che migliorino la comunicazione tra i partner e facilitare il riconoscimento delle proprie risorse e dell’equilibrio necessario affinché possano combinarsi nella coppia, rendendola fonte di esperienze emotive e relazionali piacevoli.

Spesso anche un percorso individuale si rivela molto utile per affrontare le proprie difficoltà di coppia.

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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Fonte:
“Lettere a Milena”, carteggi privati tra Franz Kafka e Milena Jesenská
www.studiopsicologo-torino.it
Immagine: Edward Hopper – Sole in una stanza vuota

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BUON ANNO – 2020

28 Dicembre 2019/in News/da Donato Saulle

BUON ANNO A TUTTI

Donato Saulle

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NELL’INCONSCIO DI JUNG

8 Novembre 2019/in in evidenza, News/da Donato Saulle

“Rendi cosciente l’inconscio
altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita
e tu lo chiamerai destino”
C. G. Jung

NELL’INCONSCIO DI JUNG

Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, nasce nel 1875 in un piccolo paese della Turgovia.

Cresce in un ambiente profondamente religioso — il padre è un pastore protestante — e fin da giovane si confronta con una tensione che non lo abbandonerà più: quella tra la tradizione, con le sue certezze morali e spirituali, e la spinta individuale a pensare, a scegliere, a separarsi.

Questo conflitto non resta un episodio della sua giovinezza.
Attraversa tutto il suo pensiero.

Da un lato, Jung insiste sull’irriducibilità dell’esperienza personale, qualcosa che non può essere interamente racchiuso in una teoria o in una scienza.
Dall’altro, tenta comunque di costruire un sistema, una visione psicologica e antropologica che abbia una validità più ampia, quasi universale.

È anche per questo che il suo sguardo resta sempre aperto alla dimensione simbolica e collettiva.
L’ambiente culturale in cui cresce lo rende sensibile alla tradizione, e lo orienta verso la ricerca di ciò che, nell’esperienza umana, si ripete al di là delle differenze individuali.

Nascono così concetti come l’inconscio collettivo e gli archetipi: forme profonde, condivise, che precedono il singolo e lo attraversano.

La sua vita, più che segnata da eventi esteriori, è caratterizzata da una intensa attività interiore.
Una ricerca continua, anche spirituale, che non segue percorsi convenzionali.

Non lascia mai una sistematizzazione definitiva del proprio pensiero.
Non chiude.
Lascia aperto.


Il centro del suo pensiero

Per Jung l’essere umano non è, in origine, qualcosa di malato da correggere.
È piuttosto un sistema complesso di forze, in tensione tra loro, spesso contraddittorie, difficili da armonizzare.

Ma è anche, allo stesso tempo, dotato di una capacità intrinseca di riequilibrio.

Dentro la psiche esiste una tendenza alla compensazione, all’integrazione, a un processo che Jung chiama individuazione: diventare ciò che si è, ma non nel senso di realizzare un’essenza già data, piuttosto nel senso di attraversare le proprie contraddizioni senza eliminarle.


Il disagio psichico

I problemi psicologici, per Jung, non nascono principalmente dall’infanzia.
Non sono solo il risultato di ciò che è accaduto “prima”.

Nascono soprattutto nel presente.

Quando una persona non riesce più a stare dentro la propria vita —
quando non riesce ad adattarsi all’ambiente,
o a trasformarlo secondo le proprie esigenze —
si crea una frattura.

Se questo conflitto diventa insostenibile, qualcosa regredisce.

Il funzionamento psichico torna indietro, verso forme più arcaiche.
E in questo movimento la persona incontra ciò che è rimasto irrisolto.

Non come un ricordo chiaro, ma come qualcosa che si ripete:
modalità infantili, schemi, immagini, più vicine al mondo della fantasia che a quello della ragione.

Per questo, la ricerca delle cause non può fermarsi al passato.
Deve includere il presente — e soprattutto il futuro.

Il modo in cui una persona immagina, evita o non riesce a costruire il proprio progetto di vita è parte del suo disagio tanto quanto la sua storia.


Il rapporto con l’inconscio

Per Jung non si tratta di “dominare” l’inconscio.
Né di evitarlo.

Si tratta, piuttosto, di lasciarsi attraversare.

Non per perdersi, ma per ampliare i confini della propria esperienza psichica.

Questo movimento non porta a una sintesi pacificata.
Porta a una coesistenza:
tra razionale e irrazionale,
tra introversione ed estroversione,
tra ciò che si controlla e ciò che sfugge.

Il fine di una psicoterapia, allora, non è eliminare l’oscurità.
Non è rendere tutto chiaro.

È integrare.

Dare un posto anche a ciò che non si lascia ridurre.


Il sintomo

In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da eliminare.

È già, in sé, un tentativo.

Un modo — spesso disfunzionale, ma significativo — con cui la psiche cerca un nuovo equilibrio.

Per questo, nella cura, non si tratta semplicemente di correggere.
Si tratta di seguire.

Di accompagnare il paziente lungo un percorso che non è lineare, spesso tortuoso, ma orientato — anche quando non appare — verso una forma di realizzazione.


Il ruolo del terapeuta

In questo processo lo psicoterapeuta non è un osservatore neutrale.

Non è fuori.

È coinvolto.

Partecipa, con la propria presenza e anche con il proprio inconscio, a ciò che accade nella relazione terapeutica.

Non dirige.
Non interpreta dall’alto.

Sta dentro.

Molti dei temi affrontati in questo video ritornano anche nel mio libro “LA TUA ASSENZA”
LA TUA ASSENZA è disponibile su amazon al link: amazon.it/dp/B0H2BQK55P

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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
U. Galimberti, Psicologia – Garzanti
Tags: Inconscio, Jung

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TUTTO SULL’ANSIA

6 Novembre 2019/in News/da Donato Saulle

TUTTO SULL’ANSIA

Cosa è “ansia”? 

Ansia:

lat. anxia femminile di anxius che significa affannoso, inquieto, e a sua volta derivato da ango, passato di anxi che significa stringere, soffocare, e a cui derivano anche angustia e angoscia.

La differenza tra ansia e angoscia è presente solo nelle lingue latine, mentre per la lingua tedesca (Angst) ed inglese (anxiety) sono indistinte. Inoltre solitamente è nell’ambito della psicoanalisi che si usa angoscia, mentre nella psicologia di ispirazione fisiologica e comportamentale è usato il termine ansia.

L’ansia si caratterizza come una condizione di tensione che si manifesta con timore, apprensione, attesa inquieta e, spesso con una serie di correlati fisiologici come tremori, sudorazione, palpitazioni, senso di affaticamento, difficoltà a respirare normalmente.

L’ansia è caratterizzata da:

una attivazione eccitatoria di tipo “tensivo” e “apprensivo” con correlati fisiologici evocanti il senso di sopraffazione, come l’accelerazione dei battiti cardiaci e palpitazioni, aumento di pressione, respirazione veloce, talvolta sino al senso di soffocamento, tensione muscolare e rigidità, o all’opposto astenia, iperproduzione gastrica, iperidrosi (sudorazione eccessiva);
vissuti di paura, timore, inquietudine, insicurezza;
produzione di pensieri invasivi, con l’esperienza del non-controllo e disintegrazione. 

La psicologia “comportamentale”

utilizza per l’ansia un punto di vista descrittivo e la definisce in termini operativi e nei correlati fisiologici, tentando di operare misurazioni o di indagare le aree cerebrali interessate e gli schemi di attivazione.

La psicoanalisi

analizza l’ansia in una prospettiva comprensiva ed esplicativa, e è usualmente definita con il termine “angoscia”. Leonardo Ancona ci ha offerto una prosposta di differenziazione tra angoscia e ansia: l’angoscia si appropria a un processo psichico sostanzialmente diverso da quello dell’ansia.

Infatti l’angoscia corrisponde alla situazione di trauma, cioè ad un afflusso di eccitazioni non controllabili perché troppo grandi nell’unità di tempo; l’ansia corrisponde ad un processo di adattamento di fronte alla minaccia di un pericolo realistico; questo processo è una funzione dell’Io che se ne serve come di un segnale, dopo averla prodotta, per evitare di venire sommerso dall’afflusso traumatico delle eccitazioni. In questo caso l’Io è soggetto attivo in quanto produce l’affetto e se ne serve per trovare adeguati dispositivi di difesa, la carica pulsionale viene strutturalizzata e riprodotta senza base economica, cioè senza attuazione di scarica”.

Nella visione freudiana l’angoscia:

Visione economica: corrisponderebbe ad una eccitazione eccessiva in assenza di un rappresentante che ne permetterebbe un destino trasformativo;

Visione strutturale: sarebbe un affetto dell’Io, ossia un segnale con caratteristiche di “vissuto”.

La funzione dell’Io freudiano starebbe nel proteggere la coscienza dagli impulsi dell’Es, minacciosi per la coscienza (magari in contrasto con altre esigenze psichiche), attraverso la rimozione.

La rimozione

sarebbe, in sostanza, un processo di scomposizione tra il rappresentante (ideativo del desiderio o impulso inconscio) e il suo affetto, originariamente legata all’esperienza di una situazione traumatica di perdita: il rappresentante viene rimosso, mente l’affetto viene spostato e trasformato in angoscia segnale: in questi termini l’angoscia sarebbe il segnale di un pericolo “interno”. Esisterebbe una rimozione originaria per cui alla rappresentanza psichica ideativa di una pulsione viene interdetto l’accesso alla coscienza. Questa rimozione originaria fungerebbe da attivatore della funzione rimovente e da attrazione per gli elementi rimossi: questo stadio successivo della rimozione è “la rimozione propriamente detta, che colpisce i derivati della rappresentanza rimossa, oppure quei processi di pensiero che pur avendo una qualsiasi altra origine sono incorsi in una relazione associativa con la rappresentanza rimossa.

In forza di tale relazione queste rappresentazioni incorrono nello stesso destino di ciò che è stato originariamente rimosso. La rimozione propriamente detta è perciò una post-rimozi0ne. E’ inoltre erroneo dar rilievo soltanto alla ripulsa che viene esercitata dalla coscienza su quanto ha da esser rimosso. Entra pur sempre in gioco anche l’attrazione che il rimosso originario esercita su tutto ciò con cui può collegarsi. E probabilmente la coscienza rimuovente non raggiungerebbe il suo scopo se queste due forze non agissero congiuntamente, cioè se non vi fosse un rimosso anteriore, pronto ad accogliere quanto la coscienza allontana da sé” (Freud, “la rimozione”, 1915).

Il versante neurobiologico e cognitivo-comportamentale

definisce l’ansia come processo che in termini quantitativi può essere normale o patologico. Riconoscendo una funzione all’ansia, rispetto alle prestazioni, secondo il meccanismo attacco-fuga: l’ansia normale: sarebbe quindi uno stato preparatorio che, attraverso l’attivazione tensiva posta da uno stato di allarme, andrebbe a potenziare le capacità operativa e quindi avvantaggiando alla riuscita; l’ansia patologica: sarebbe una attivazione sproporzionata rispetto alla situazione che va affrontata, e che invece di avvantaggiare alla riuscita, la invalida e comportando accumuli di distress.

In questa ottica l’ansia, se patologica, va contrastata diminuendo l’attivazione tensiva.  “A livello superficiale, una delle cause principali del disturbo è l’interpretazione errata dei sintomi dell’ansia. I sintomi vengono cioè avvertiti come pericolosi, come perdita di controllo e sopraffazione. In poche parole si arriva ad avere “paura della paura” e così l’ansia genera ulteriore ansia, dando il via a una spirale che, in modo estremamente veloce, porta il soggetto a stare male, all’incapacità, all’attacco di panico. Una sensazione inconsueta, ad esempio un formicolio, un leggero giramento di testa (tutti, ogni giorno, hanno questo tipo di sensazioni corporee, assolutamente normali) può generare il timore di avere un malore”.

Una terza lettura 

possibile dell’ansia esce dal criterio individualista dei precedenti, e prende in considerazione visioni psicosociali, anzi precisamente dei legami sociali. Esisterebbe in tal senso un matrice relazionale e sociogenica dell’ansia. La nostra società è confrontata con cambiamenti: a cui corrispondono profondi elementi di perdita e di un ordine non definito. Diversi sociologi hanno mostrato come la perdita del contratto intersoggettivo ed intergenerazionale, cioè quell’accordo che ci permetteva di poterci costruire saldamente attraverso un investimento collettivo e gruppale, abbia portato in crisi la base narcisistica del nostro essere. E’ essenzialmente, quindi, una crisi di legami: legami affettivi, culturali, sociali, economici…

Esiste inoltre l’esperienza sostanziale dell’inconsistenza della volontà sui processi sociali: gli eventi sociali sono anonimi, accadono senza un responsabile, come ondate di energia prive di un contenitore chiaramente riconoscibile. Esiste sempre più netta la distanza tra la community, un ipercontenitore che domina e neutralizza la soggettività (la aliena), e l’individuo che reagisce, egoista, vorace, amorale, un contenitore grandioso in cui si sperimenta un profondo senso di vuoto e solitudine. L’uomo contemporaneo è slegato dunque, vacante, alla deriva, in un mondo di processi anonimi, ininfluenzabili. Kaes sostiene che esista un angoscia connaturata nel nostro tempo, che investe la soggettività, o meglio l’intersoggettività.

Con intersoggettività si fa riferimento alla capacità di mentalità plurale del soggetto: identificare la propria soggettività attraverso la possibilità di operare con la mente una oscillazione, o una compresenza, tra l’identificazione dell’altro e l’identificazione di se stesso.

L’intersoggettività è quindi caratteristica dell’identità.

La mancata acquisizione dell’intersoggettività o la sua destrutturazione porterebbe ad uno smarrimento dei confini e verso una fusionalità smembrante del soggetto inghiottito dal tutto, un non sapere chi si è, che di per sé richiama attivamente il prototipo di tutte le angosce: l’angoscia di disintegrazione. Sarebbe l’esperienza di essere ininfluente, inconsistente, trasparente, di riflettere solo luci altrui, essere come di fronte ad una madre sconfinata e ultrapotente nella impossibilità di essere qualcosa d’altro, di autentico, dalle alienanti attribuzioni di lei: una relazione che non consente di scambiare costruttivamente emozioni, pensieri, stati mentali, perché manca l’esperienza di riconoscimento dei confini.

Per Kaes (come puntualmente esposto in un Seminario SPI del 2013), alcuni fattori starebbero alla base di questo malessere contemporaneo: Anomia, disordine e afinalizzazione. In contrapposizione reattiva, la cultura del controllo, del potere dell’ordine. In ogni caso, controllo coercitivo e caos non permettono i necessari movimenti di simbolizzazione che permettono l’esperienza dell’intersoggettività. L’esperienza dell’illimitato: corrispondente al tentativo di grandiosità dell’individuo per staccarsi, corrispondente al rifiuto della castrazione e del trionfo del godimento. Senza il limite, tuttavia, non c’è possibilità di contatto, quindi di una esperienza autentica di sé e dell’altro; Il tempo s’è ridotto, e l’immediato prevale sul progettuale, e ciò significa che non si tollera il rimando, perché non ha un luogo, perché il rimando è il non avere.

Quindi l’avere è qui, è ora, è intenso, “è consumabile in modo illimitato finché c’è”.

Il legame è con oggetti che ci sono, che si prestano ora: non è con ciò che non è presente, con la storia, con il futuro, con ciò che è lontano, con ciò che è importante, anche se assente. Questo comporta la cultura dell’emergenza, dell’assenza di una mentalizzazione articolata (legami!) delle esperienze, dove tutto avviene di improvviso, nel bene e nel male; cultura della malinconia: l’intensità, l’illimitato, il trattenimento e il controllo, l’esperienza fissata sul qui e ora, tutto questo espone a sperimentare la continua perdita, un lutto costante, la sensazione di non arrivare mai a niente. A questo si anellano ulteriori reazioni persecutorie e maniacali, e così via, in una spirale sempre più intensa;

La perdita dei riferimenti e i legami che non tengono (assenza dei garanti metasociali e metapsichici): “i sogni non riparano più i microtraumi della vita quotidiana e le fictions non fanno che addormentarli. […] E’ l’incertezza sul presente, la diffidenza nei confronti delle trasmissioni che non generano avvenire o al contrario l’esaltazione ottusa dei fondamentalismi, l’estrema e fragile dipendenza dagli oggetti tecnici, dalle urgenze, dai legami effimeri, etc. ciascuno può compilarne la lista”. I contratti si stracciano, così come i legami, la tradizione e la cultura scompaiono, così come si fa trasparente l’identità. L’esperienza sociale è fuori dall’inquadramento di setting, e quindi difficile regolarla, essere agente.  L’individuo trasparente e passivo è alternato da un superman grandioso, perduto e confuso all’interno del suo personaggio individuale.

 “…penso che sia possibile caratterizzare il malessere contemporaneo con la difficoltà di costruire questo luogo dove mettere ciò che troviamo” (Kaes, sempre dal seminario SPI 2013).

Come si tratta allora l’ansia? 

Queste impostazioni hanno un presupposto di divergenza, appunto “evitare” o “conoscere”: La prima presuppone un’ansia-patologica, sulla quale bisogna intervenire per poterla controllare, abbassandone l’intensità: la terapia ha una finalità espulsiva e di eliminazione del problema. Tendenzialmente abbiamo tutti esperienza di misure difensive dall’angoscia e strategie di evitamento di situazioni pericolose. Si tratterebbe quindi di fare “come-se”. Una delle parole chiavi in quest’ottica è “gestione–dell’ansia”, e possono fare al caso: i farmaci (benzodiazepine), le strategie cognitive (cognitivo-comportamentale, ecc), un insieme di “misure difensive di sicurezza”, le tecniche “corporee”, meditazione e rilassamento, ecc.

Nella seconda l’ansia funge perlopiù da sintomo-segnale di un conflitto inconscio. L’ansia allora non sarebbe un problema in sé, ma l’allarme per qualcosa che vorrebbe accadere, ma che attualmente non ci si consente che accada. I conflitti dominanti sono legati a vissuti invasivi, che rimandano a temi di indipendenza-separazione, con elevate componenti di frustrazione e rabbia inesprimibile. Sarebbe dunque il bisogno di controllo a far emergere questi conflitti con una pressione emergente della verità psichica. Il lavoro consisterebbe quindi nel cogliere il senso di qualcosa che vuole divenire e che preme dolorosamente, impedito dal controllo, creando scenari di pericolo , di presenza di elementi alieni e di una temuta perdita di tenuta.

L’obiettivo in questo lavoro non sarebbe allora di eliminare l’ansia, ma di riuscire a coglierne il messaggio affettivo sottostante. Sarebbe proprio nella possibilità di tollerare l’ansia senza doverla eliminare il segno di un processo di sviluppo dell’Io. Non sarebbe quindi la presenza o meno di ansia, l’indicatore del progresso, ma la capacità del soggetto di utilizzare l’ansia, in termini adattivi per affrontare e gestire i problemi .

Con Bion, si tratterebbe di trasformare e rendere “pensabili” le angosce, affrontando un percorso di contatto della verità. L’angoscia, in un’ottica psicodinamica, avrebbe una tipicità espressiva in relazione ai livelli evolutivi del conflitto da cui origina:

angoscia di disintegrazione: legata a fantasie perdita di integrità e fusionalità disperdente con l’oggetto. Rappresentano gli scenari dell’istinto di morte che opera all’interno della personalità; angoscia persecutoria: frutto dell’animazione oggettuali di proiezioni di parti cattive e aggressive, vendicative e attentatrici; angoscia da separazione: paura di perdere l’oggetto d’amore, con scenari abbandonici, di vuoto e solitudine; angoscia da mancanza d’amore: paura non che l’oggetto scompaia, ma che non sia più nutriente e disponibile; angoscia di castrazione: legata a scenari edipici e a fantasie di lesioni corporali e di mutilazioni; angoscia superegoica: fondate sul senso di colpa e di inadeguatezza rispetto a standard o aspettative, quindi angosce di fallimento e di “incapacità di riuscita”.

L’organizzazione gerarchica delle varianti dell’ansia può portare all’errata conclusione che i livelli di ansia più primitivi vengano superati con il procedere dello sviluppo. Di fatto tali livelli persistono, e possono essere riattivati con facilità in situazioni traumatiche o di stress o in gruppi numerosi” (Gabbard, 2007). Nella terza ipotesi sarebbe l’esperienza della intersoggettività a restituire una possibile terza via e quindi di ricomposizione dei legami di scambio, tra: il bisogno di prendere e nutrirsi in modo illimitato, identificandosi col tutto, per avvicinare una esperienza di completezza, a quel luogo sociale così distante, superiore e indecifrabile, in cui è difficile essere soggetto; e la difesa paranoide, controllante, espulsiva dell’incertezza e intenta a proiettare la propria angoscia data dalla frammentazione dell’esperienza di sé.

L’ansia in questo terza prospettiva non dovrebbe ricercarsi nel “solo” conflitto intrapsichico, né trattata come patologia in sé (levare l’ansia…), ma potrebbe leggersi come un segnale di sofferenza dell’identità: sarebbe allora possibile riavviare un processo di definizione di sè solamente attraverso l’esperienza di legami, legami fondati sulla ricerca del riconoscimento plurale delle diverse verità che sottendono le soggettività, le differenze e le realizzazioni che ne derivano.

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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Dott. Donato Saulle

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO 

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Fonte: Dott. Simone Montagnoli
Immagine: “Guernica”, Picasso (part.)

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