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News

KAIROS – LE RADICI DELL’ANSIA

18 Novembre 2017/in News/da Admin

KAIROS – LE RADICI DELL’ANSIA

καιρός significava nell’antica Grecia  “momento giusto o opportuno”.
Gli antichi greci avevano due parole per il tempo, χρονος (Kronos) e καιρος (Kairòs).

La prima si riferisce al tempo logico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade.

Mentre Kronos è quantitativo, Kairòs ha una natura qualitativa.

Come divinità Kairòs era semi-sconosciuto, la sola testimonianza di un culto di Kairos si riferisce ad un altare in Olimpia. In un epigramma dell’Antologia Palatina si dice che Menandro chiamò nume Kairos mentre Kronos era considerato la divinità del tempo per eccellenza.

E così, nella nostra società, abbiamo aderito solo al primo e abbiamo completamente dimenticato il secondo.

L’ansia che è tipica del nostro tempo altro non è, in definitiva, che una ribellione.

La formula più comune e più diffusa del corpo per esprimere una difficoltà di adattamento a ritmi, riti e conformismi imposti dall’esterno.

E’ una mancanza di integrazione del tempo esterno con il proprio, personale e unico tempo interno.

Mancanza che non lascia spazio al pensiero che viene considerato, al contrario, una  perdita di tempo.

Così, banalmente concentrati sulla quantità del fare e omologati nell’appiattimento dell’avere, abbiamo perso la personale specialità e quindi la qualità dell’essere.

E’ forse dunque nella scelta tra Kronos e Kairòs che possono risalire le radici dell’ansia del mondo moderno.

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                                                                           Dott. Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle

blu psicologo milanoPsicologo Milano – Psicoterapeuta -Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. blu psicologo milano

Fonti:
Enciclopedia Treccaniblu psicologo milano

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/11/kairos-le-radici.jpg 495 1030 Admin https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Admin2017-11-18 11:49:282020-09-14 14:45:26KAIROS – LE RADICI DELL’ANSIA

L’ANIMA DI JUNG

18 Ottobre 2017/in in evidenza, News/da Donato Saulle

L’anima di Jung

LA PSICOLOGIA COME ESPERIENZA

Prima della teoria

La psicologia, prima ancora di essere una costruzione teorica, è testimonianza.

Testimonianza di un processo che, in ogni individuo, ha i tratti dell’unicità e dell’irripetibilità.

Non si lascia ridurre completamente a categorie.
Non si esaurisce in una spiegazione.


La posizione di Jung

Scrive Jung:

“la psicologia ha lo scopo di rendere la persona più consapevole del proprio processo psichico ma in senso più profondo non è una spiegazione di tale processo perchè ogni spiegazione del fatto psichico non può essere altro che lo stesso processo vitale della psiche”.

La psicologia non è “nè biologia nè fisiologia nè alcun’altra scienza [ma] soltanto conoscenza della psiche o scienza dell’anima“.

In questa prospettiva, la psicologia non è un sapere che osserva da fuori.
È qualcosa che accade mentre si prova a comprenderla.


Uscire dallo scrittoio

E Jung va ancora oltre:

“chi vuole conoscere la psiche umana imparerà poco o nulla dalla psicologia sperimentale. Sarebbe per lui consigliabile riporre nel cassetto la scienza esatta, spogliarsi della toga del dotto, dire addio allo scrittoio e, armato di tutta la sua umanità, vagabondare per il mondo, attraverso gli orrori delle prigioni, dei manicomi e degli ospedali;

attraverso le tetre bettole di periferia, i bordelli e gli inferni del giuoco; attraverso i salotti della società elegante, la borsa, i raduni di partito, le chiese, i revivals e i riti estatici delle sette:

sperimenterebbe così sulla propria pelle l’amore e l’odio, la passione in tutte le sue forme;

tornerebbe arricchito di un sapere che i suoi fitti trattati non gli avrebbero mai dato, e sarà di miglior aiuto per i suoi pazienti, un vero conoscitore dell’anima umana.

Infatti, tra ciò che la scienza chiama “psicologia” e ciò che le persone, nella vita pratica, di ogni giorno, si attendono dalla “psicologia” si è scavato irrimediabilmente un abisso profondo”.

Non è un invito a rinunciare al sapere.
È un richiamo a non confonderlo con l’esperienza.


Il limite di ogni teoria

Se la psiche non è mai completamente separabile da chi la osserva, allora ogni descrizione resta parziale.

Jung ne è consapevole:
non esiste uno sguardo neutro.

Ogni tentativo di dire qualcosa sulla psiche non restituisce una realtà oggettiva, ma una prospettiva.
Un modo di vedere.


Sapere come ipotesi

Per questo le acquisizioni della psicologia non possono essere considerate verità definitive.

Sono strumenti.
Ipotesi.
Modelli.

Servono per orientarsi, non per chiudere il discorso.

E valgono sempre in relazione a chi li utilizza.


Lo sguardo di chi osserva

Ogni osservatore porta con sé qualcosa.

Una propria struttura psicologica.
Una propria storia.
Un proprio modo di sentire e di pensare.

E, allo stesso tempo, è immerso in un contesto più ampio:
una cultura, un’epoca, un momento storico.

Ciò che vede — e il modo in cui lo vede — passa sempre da lì.


Tra scienza e vita

Resta allora una distanza.

Tra la psicologia come sapere e la psicologia come esperienza vissuta.

Una distanza che non si colma del tutto.
E forse non deve essere colmata.

Perché è proprio in quello spazio — tra ciò che sappiamo e ciò che accade —
che qualcosa, ancora, può essere ascoltato.

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Donato Saulle

Psicologo Milano Donato Saulle
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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388blu psicologo milano

 

 Fonti:
– R. Bernardini. “Jung a Eranos – Il progetto della psicologia complessa”.  Franco Angeli Editore
– C.G. Jung. “Der Geist der Psychologie” (1947/1954), tr. it.: “Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”, in : Op. Vol. 8, p. 240
– C.G. Jung. “Uber die Archetipen kollektiven unbevuBten (1935/1954),  tr. it.: “Gli archetipi dell’inconscio collettivo” in Op. Vol. 9i pag. 29
– C.G.Jung. “Neue bahnen der Psychologie” (1912), tr. it.: “Vie nuove della Psicologia” in Op. Vol. 7 pag. 240

Immagine: Edward Hopper – Stanza sul mare

blu psicologo milano Ringrazio Alessandra Govoni per avermi segnalato l’interessante argomento.blu psicologo milano

C.G. Jung
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/10/LANIMA-PER-SITO.png 454 1031 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-10-18 07:50:132026-05-03 09:28:13L’ANIMA DI JUNG

INGRATITUDINE – LE PERLE AI PORCI

18 Settembre 2017/in immagine, News/da Donato Saulle

INGRATITUDINE – LE PERLE AI PORCI

L’ingratitudine è la caratteristica di chi è ingrato.

Quindi la persona non grata ha come disposizione naturale il dimenticare e il non ricambiare, neppure con il sentimento, il beneficio ricevuto.

Di conseguenza l’ingratitudine per alcuni individui è presente anche nelle relazioni sentimentali e negli affetti o come comportamento in determinate occasioni.

MARGARITAS ANTE PORCOS

Dunque la frase latina

“Nolite dare sanctum canibus, neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis, et conversi dirumpant vos”

significa:

“Non date ciò che è prezioso ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino”.

L’invito è quello di non sprecare le cose di valore, materiali o no, dandole a chi non è in grado di apprezzarle.

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Dott. Donato Saulle

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Tratto da:
www.treccani.it
Immagine: Pieter Bruegel il Vecchio – part. blu psicologo milano

Tags: Ingratitudine, Antropologia, Filosofia, Inconscio, letteratura, Paranoia, Percezione, poesia, Psicoanalisi, Psicologia,
 Psicologia clinica, Psicoterapia, Psicologo Milano, Psicoterapeuta Milano, Varie
https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/09/Perle-ai-porci-Pieter-Bruegel-il-Vecchio-1COP.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-09-18 22:13:362021-02-08 10:24:32INGRATITUDINE – LE PERLE AI PORCI
Ci sono più orizzonti di quelli che vediDonato saulle - www.donatosaulle.it

CI SONO PIU’ ORIZZONTI DI QUELLI CHE VEDI

18 Agosto 2017/in immagine, News/da Donato Saulle

Ci sono più orizzonti di quelli che vedi

“C’è cambiamento solo dentro una relazione”

A volte, nel corso della vita, possono esserci periodi in cui sembra non sia più possibile pensare a orizzonti nuovi, contesti ambientali, relazionali o famigliari diversi da quelli che si stanno vivendo in quel momento.
Ma la vita è continuo cambiamento e spesso in queste situazioni è necessario rivolgersi a un professionista, a uno psicoterapeuta, che sappia far recuperare quel senso, quel respiro più ampio in un orizzonte sconosciuto e fino a quel momento nemmeno immaginato.

Dott. Donato Saulle

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Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito,6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388

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Immagine: foto di Donato Saulle

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2015/12/ORIZZONTI-1.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-08-18 08:01:272019-11-08 14:34:06CI SONO PIU’ ORIZZONTI DI QUELLI CHE VEDI

TERAPIA DELLA GESTALT – La somma delle parti

18 Luglio 2017/in News/da Donato Saulle

TERAPIA DELLA GESTALT

“Il tutto è più della somma delle parti”

La parola d’origine tedesca Gestalt  tradotta in passato in modo inadeguato con il termine “forma”, corrisponde invece al significato di “struttura unitaria”, “configurazione complessiva”, termini questi più adeguati in quanto implicano anche un aspetto di organizzazione della forma percepita.

La terapia della Gestalt si inserisce tra le terapie umanistiche e nasce a New York nel 1950 circa dalle intuizioni di Friedrich Perls, psicoanalista tedesco, emigrato negli anni quaranta per motivi razziali in Sudafrica e poi negli Stati Uniti.

La vita di Perls è stata una sintesi continuamente rinnovata e rivitalizzata da un insieme vastissimo di esperienze umane sempre nuove e sempre diverse.

La stessa cosa possiamo dire della sua terapia in quanto sarebbe molto difficile precisare quanto questo suo approccio terapeutico deve a questa o a quella filosofia a questa o a quella scuola.

Inoltre le tecniche che sono nel tempo diventate celebri e utilizzate da altre teorie, oltre che in terapia della Gestalt, come la tecnica della sedia vuota, hanno portato la terapia della Gestalt ad essere identificata a volte con approssimazione con le sue tecniche e deprivata del suo imprescindibile sistema filosofico di riferimento.

L’apparente purezza della sua pratica clinica basata sul quì e ora e sulla immediatezza, in alcuni casi sorprendente degli esiti, sembrano permettere di eluderne gli assunti teorici che si possono invece ritrovare come base per la terapia della Gestalt, nella Filosofia Esistenziale, nella Fenomenologia e nella Semantica.

Nei suoi scritti sulla terapia della Gestalt tuttavia Perls  che privilegiava uno stile e personale e creativo e che aveva una visione fondamentalmente eclettica e pluralista della terapia, pur citando le persone che hanno avuto influenza sul suo pensiero, non si è mai preoccupato di precisare che cosa esattamente aveva preso dall’uno o dall’altro.

E’ più facile quindi inquadrare la terapia della Gestalt a posteriori, inquadrandola storicamente e cominciando con il considerarla una parte importante della Psicologia Umanistica che si rifà alle concezioni di Maslow, Carl Rogers, Rollo May, ma che in realtà è diventata il polo di aggregazione di idee e di correnti che hanno, rispetto alla Psicoanalisi classica, una presa di distanza che comunque non è mai contrapposizione frontale ma piuttosto esigenza di integrazione, superamento in una concezione più vasta.

Storicamente negli anni ’50 – ’60 l’orientamento è di tipo psicodinamico: il disturbo psichico è considerato in termini biomedici anche per le innovazioni farmacologiche del momento. Contemporaneamente è riconosciuta l’inadeguatezza dei manicomi.

In questo periodo nascono nuovi modelli di riferimento; sociogenetici, comportamentali, umanistici, esistenziali e nuove psicoterapie: brevi, familiari, di gruppo, con tecniche differenti legate ai differenti disturbi.

In generale vi è una maggiore attenzione alla storia familiare, evolutiva e agli schemi adattivi messi in atto e che sono considerati fondamentali anche nella terapia della Gestalt.
Sullivan nel 1954 propone una teoria basata sulla nozione di campo relazionale secondo la quale la personalità individuale è un prodotto dell’interazione di campi di forza interpersonali, di contesti relazionali non solo reali ma anche immaginari, che agiscono come personificazioni interiori anche in situazioni di isolamento. In quest’ottica la terapia è demedicalizata, il rapporto medico-paziente non è più concepito secondo lo schema sano-malato ma come un tentativo di reciproca comprensione nel quale il terapeuta sviluppa un maggiore atteggiamento empatico e riconosce l’importanza delle determinanti ambientali e sociali.

L’elemento innovativo introdotto da Perls nella terapia della Gestalt fu di estrapolare i principi delle leggi di percezione applicandoli ad una dimensione esistenziale ed evolutiva dell’individuo e quindi alla possibilità di utilizzarli in psicoterapia.
Alcuni ricercatori della psicologia della percezione infatti come Koler e Wertheimer sostennero che c’è prima di tutto una formazione complessiva – che essi chiamano Gestalt (formazione della figura) – e che tutti gli altri pezzi isolati sono formazioni secondarie e formulano la teoria della Gestalt in questo modo:
“ci sono degli insiemi il cui comportamento non è determinato da quello dei loro singoli elementi ma dove i processi delle parti sono determinati dalla intrinseca natura del loro insieme. Questo è il significato della celebre frase il tutto è più della somma delle parti. Lo scopo della teoria della Gestalt è di determinare la natura di questi insiemi.”
La psicologia della Gestalt (vedi: “La psicologia della percezione“) identificava un processo percettivo unitario grazie al quale i singoli stimoli sarebbero integrati nel soggetto in una forma dotata di continuità.

Ciò che prima era stato considerato un processo passivo, il percepire, veniva ad essere pensato come qualcosa di gran lunga più attivo e cioè come un’attività subordinata a certi principi organizzativi generali.Scrive E. Pessa: “i gestaltisti concepiscono il processo di soluzione di un problema alla stregua di un processo percettivo governato, per l’appunto, da leggi gestaltiche, leggi che fanno sì che si tenda a percepire una buona forma. Anche la situazione problematica, individuata da elementi e rapporti tra questi elementi, è una forma, che però è percepita come cattiva, mancante, incompleta: è proprio questo che fa sì che la situazione costituisca un problema in quanto tale. Le leggi della buona forma impongono, però, una ristrutturazione, nel senso del ristabilimento di una struttura completa, chiusa, ottimale, che costituisce di per sé la soluzione stessa del problema. L’atto di ristrutturazione costituisce il celebre insight, già introdotto da Kohler. Si tratta di una concezione dell’apprendimento molto qualitativa e difficile da verificare sperimentalmente. Tuttavia ha l’indubbio vantaggio di mettere in luce il ruolo dei fattori di tipo globale nei processi di apprendimento. In altri termini, essa asserisce che, accanto alle singole associazioni tra stimoli e risposte e sovraordinato rispetto a queste, esiste un campo, esattamente analogo ai campi di forze di cui parla la fisica, che determina globalmente la dinamica del processo di apprendimento e le storie delle varie connessioni stimolo-risposta. L’evoluzione di questo campo è governata da leggi che tendono al mantenimento di un opportuno equilibrio globale e, nel caso in cui esso sia turbato, fanno insorgere delle forze che provvedono al suo ristabilimento”
L’indagine psicologica è quindi essenzialmente diretta a rintracciare le leggi di questa strutturazione e che sono poi le leggi che regolano il nostro contatto con il mondo. Un altro aspetto fondamentale della psicologia della Gestalt, poi ripreso dalla terapia della Gestalt, è quello dell’organizzazione del campo percettivo in figura e sfondo, che fu introdotta da Edgar Rubin  e che mise in risalto come la figura emergente è generalmente contraddistinta da contorni definiti che rappresentano il focus dell’attenzione ed è caricata di una maggiore energia di relazione con l’osservatore. Lo sfondo, al contrario, rappresenta il resto del campo visivo ed è caratterizzato da attributi inversi a quelli menzionati per la figura emergente. E’ interessante notare come allo stesso Rubin non sfugga l’importanza dell’esperienza passata dell’osservatore nell’investire di connotati affettivi gli elementi del campo osservato. Di qui la tendenza,non casuale, a privilegiare l’uno o l’altro elemento come focus dell’attenzione.
K. Lewin attuò inoltre un importante esperimento di memoria che sarà poi ripreso come fondamento per l’impianto teorico della terapia della Gestalt e che darà origine ad alcune tecniche per risolvere quelli che sono definiti “unfinished business” e cioè i “compiti non conclusi”.
Scrive Perls: “in un esperimento Lewin diede ad un certo numero di persone dei problemi da risolvere. Non era stato loro detto che era un test di memoria, ma avevano l’impressione che fosse eseguito un test di intelligenza. Il giorno dopo fu loro chiesto di scrivere i problemi che ricordavano ed erano proprio i problemi non risolti ad essere ricordati di più di quelli che erano stati risolti”.

E’ come se i compiti non conclusi e i problemi non risolti creino una sorta di interferenza e di frustrazione e fino a quando il compito o il blocco non è stato superato, concluso o risolto la mente non si libera del pensiero e i comportamenti si ripetono nel tentativo di superare il blocco o di risolverlo, a volte la persona non si rende conto in modo cosciente di questo blocco ed è per questo che a volte è utile l’incontro con un terapeuta.

La parola “soluzione”, nel linguaggio della terapia della Gestalt, indica la scomparsa e la dissolvenza di una situazione confusa.

Quindi una situazione non conclusa polarizza una carica di energia destinata a completarla rendendo la stessa energia non più disponibile per altri tipi di esperienza. Il mancato completamento della situazione precedente comporta un ripresentarsi ripetitivo della situazione stessa anche in luoghi e tempi successivi interferendo quindi con la possibilità dell’individuo di entrare efficacemente in contatto con i contesti cognitivi, emotivi e sociali in cui di volta in volta verrà a trovarsi.
Nella terapia della Gestalt di Perls questo concetto si dilata per definire una relazione dinamica tra un soggetto e un oggetto o un’altra persona, una cosa, un sentimento. La relazione è determinata da un bisogno del soggetto e mira alla soddisfazione di questo bisogno. Una volta soddisfatto il bisogno la relazione cessa e si dice che la Gestalt è terminata. Anche nel campo dei sentimenti e delle emozioni personali si può riscontrare questa stessa modalità. Il bisogno in primo piano, sia esso quello della sopravvivenza o semplicemente un qualsiasi bisogno fisiologico o psicologico è comunque quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento.
Perls, appropriandosi in termini operativi dei concetti esposti sopra insiste soprattutto sul fenomeno della Gestalt non terminata come spiegazione del disagio psichico e sul concetto di integrazione come vera e radicale modalità terapeutica.

Scrive P. Baumgardner: “la terapia della Gestalt è un modo di occuparsi di un altro essere umano per dagli la possibilità di essere sè stesso, saldamente ancorato nel potere che lo costituisce, la terapia della Gestalt è una terapia esistenziale e si occupa quindi dei problemi creati dalla nostra paura di assumerci le responsabilità di ciò che siamo e di ciò che facciamo. E’ stato infatti sviluppato un procedimento terapeutico che, nella teoria della terapia della Gestalt e nella sua pratica, evita l’uso dei concetti. Egli distingue il procedimento terapeutico da quello del parlare intorno a qualcosa e delle problematiche morali lasciandoci lavorare con i dati, con i comportamenti osservabili che costituiscono il fenomeno invece che con ipotesi razionali. Queste differenziazioni sono di primaria importanza nella terapia della Gestalt, che si occupa quindi e si serve di ciò di cui abbiamo esperienza piuttosto che di ciò che è frutto del nostro pensiero. Il terapeuta della Gestalt deve perciò creare una situazione particolare: deve diventare il catalizzatore che facilita la presa di coscienza da parte del paziente riguardo a ciò che c’è nel presente, frustrandone i vari tentativi di fuga. Questa necessaria frustrazione, se non sapientemente dosata, può risultare, per alcuni tipi psicologici, particolarmente fastidiosa e può esitare in drop-out terapeutici.

Pears introduce, come abbiamo visto, come base del suo lavoro teorico la parola Gestalt e ne considera due tipi: la Gestalt completa o intera e la Gestalt in formazione. Parlando così della Gestalt come dell’unità finale di esperienza, esperienza riguardante prevalentemente la consapevolezza. A questo proposito le nozioni basilari che utilizzeremo sono quelle di bisogno e di situazione incompiuta e delle interrelazioni tra le due. Se le esigenze dell’organismo sono soddisfatte, attraverso il dare e ricevere dall’ambiente, la Gestalt è completa e la situazione compiuta. La consapevolezza del bisogno diminuisce, scompare ed emergono altri bisogni. L’organismo è pronto ad affrontare un’altra situazione incompiuta con le energie connesse alle nuove esigenze emergenti.

Lo scopo della terapia della Gestalt è quello di recuperare le parti perdute della personalità. Le nostre esperienze e le nostre funzioni rifiutate possono essere recuperate. Questo procedimento di riprendere, reintegrare e sperimentare di nuovo è il campo della psicoterapia. Il terapeuta viene coinvolto, insieme al paziente, nel processo di riappropriazione di tali sensazioni e comportamenti abbandonati  fino a che il paziente comincia, continuando poi per proprio conto, ad affermare sè stesso e ad agire nei termini della persona che vuole essere realmente.

Dott. Donato Saulle

dipendenze Psicologo Milano

blu psicologo milanoFonti:
Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “Terapia della Gestalt. L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
Immagine: Rob Gonsalves- Sun Sets Sailblu psicologo milano

TERAPIA DELLA GESTALT

Fritz Perlsblu psicologo milanoTag: terapia della Gestalt

BIBLIOGRAFIA
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Bateson Gregory, “Verso un’ecologia della mente”, Milano, Adelphi, 1976
Berne Eric, ”Ciao! … E poi? La Psicologia del destino umano”, Milano, Bompiani, 2004
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Dal Pra Ponticelli M. “Lineamenti di servizio sociale”, Roma, Astrolabio, 1987
Del Favero Renato, “La psicoterapia della Gestalt”, Firenze
Del Favero Roberto, Palomba Maurizio “Identità diverse”, Roma, Edizioni Kappa, 1996
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Giusti Edoardo, “Ri-Trovarsi – Prima di cercare l’altro”, Roma, Armando editore, 1987
Ginger Serge, “La Gestalt”, Edizioni Mediterranee, 1990
Ginger Serge, Ginger Anne, “Gestalt, Terapia del Con-tatto emotivo”, Edizioni Mediterranee, 2004
Greenberg & Wanda Malcom, “Resolving Unfinished Business: Relating Process to Outcome”, Journal Of Consulting And Clinical Psychology, Vol. 70,No. 2, 406-416, 2002
Grinberg L., Sor D., Taback De Bianchedi E., “Introduzione al pensiero di Bion”, Raffaello Cortina Editore, 1993
Gruen Arno, “Il tradimento del Sé – La paura dell’autonomia nell’uomo e nella donna”, Milano, Feltrinelli, 1992
Harman Robert, Giusti Edoardo (a cura di), “La psicoterapia della Gestalt – Intervistando i Maestri”, Roma, Sovera, 1996
Holmes Jeremy, “La teoria dell’attaccamento – Jhon Bowlby e la sua scuola”, Raffaello Cortina editore, 1994
LeDoux Joseph, “Il cervello emotivo – Alle origini delle emozioni”, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2004
Legrenzi Paolo, “Manuale di psicologia generale”, Bologna, Il Mulino, 1997
Kopp B. Sheldon, “Se incontri un Buddha per la strada uccidilo”, Roma, Astrolabio, 1975
May Rollo, “L’arte del counseling”, Roma, Astrolabio, 1991
Naranjo Claudio, “Teoria della tecnica Gestalt”, Roma, Melusina Edizioni, 1973
Naranjo Claudio, “Carattere e nevrosi – L’enneagramma dei tipi psicologici”, Roma, Astrolabio, 1996
Ouspensky D. Peter, “L’evoluzione interiore dell’uomo”, Roma, Edizioni Mediterranee, 2004
Ouspensky D. Peter, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, Roma, Astrolabio, 1976
Perls Fritz, Baumgardner Patricia, “L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan”, Roma, Astrolabio, 1983
Perls Fritz, “L’Io, la fame, l’aggressività”, Milano, Franco Angeli, 2003
Perls Fritz, Hefferline R.F., Goodman Paul, “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, Roma, Astrolabio, 1971
Pessa Eliano, ”Reti neurali e processi cognitivi”, Roma, Di Renzo Editore, 1993
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Spagnolo Lobb Margherita, “Dizionario di Scienze dell’educazione”, Torino, SEI Edizioni, 1977
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Verruca Gianfranco, “Invito allo Psicodramma classico”, Milano, Maieusis, 2001
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Zerbetto Riccardo, “La Gestalt. Terapia della consapevolezza”, Milano, Xenia, 1998
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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/07/gestalt-bordo.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-07-18 08:08:272020-09-30 13:41:55TERAPIA DELLA GESTALT – La somma delle parti
psicoanalisi e omosessualità

PSICOANALISI E OMOSESSUALITA’

18 Giugno 2017/in News/da Donato Saulle

PSICOANALISI E OMOSESSUALITA’

L’omosessualità in psicoanalisi ha sempre rappresentato un tema scottante, gli psicoanalisti si sono divisi, fin dai tempi di Freud, tra quanti lo vedevano come uno stato patologico e quanti lo consideravano, semplicemente e giustamente, come una della tante possibilità di espressione della sessualità umana.

“Essere omosessuali” è il primo libro che descrive da una prospettiva non patologica lo sviluppo psichico omosessuale.

Privilegiando l’indagine sull’omosessualità maschile, e rileggendo in chiave critica non tanto l’opera di Sigmund Freud quanto alcune delle sue derivazioni nell’ambito della psicoanalisi americana, Richard Isay affianca le proprie riflessioni teoriche al racconto di casi clinici ricavati da un’esperienza più che ventennale di psicoterapie con uomini omosessuali.

Isay giunge alla conclusione che la persona omosessuale ha un’identità psichica integrata, matura e suscettibile alla patologia né più né meno di quella eteresessuale, e che ogni tentativo di modificare l’orientamento sessuale ha conseguenze dolorose e dannose per l’individuo e per la società.

Infine in modo semplice ma incisivo, Isay affronta varie tematiche:
i fattori costituzionali dell’omosessualità;
gli aspetti comuni e quelli specifici dello sviluppo psichico omosessuale ed eterosessuale;
i passaggi attraverso cui si struttura l’identità omosessuale;
il ruolo della figura paterna;
le relazioni d’amore omosessuali;
il lavoro psicoterapeutico con pazienti omosessuali.

Il respiro degli argomenti trattati e l’immediatezza della lettura fanno di “Essere omosessuali” un libro rivolto a un pubblico ben più vasto di quello degli “addetti ai lavori”.

Richard A. Isay

psicoterapeuta, psicoanalista e psichiatra vive e lavora a New York.
È professore di clinica e psichiatria al Cornell Medical College ed è autore di numerosi saggi scientificiblu psicologo milano

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Fonti:
Essere omosessuali. Omosessualità maschile e sviluppo psichico – Richard A. Isay
Immagine: I colori del futurismo (modificato)

   

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Il presente post ha il solo scopo di divugare il libro senza scopo di lucro.

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2019/08/essere-omosessuali-1.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-06-18 13:16:592020-09-03 16:11:43PSICOANALISI E OMOSESSUALITA’

VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI

18 Maggio 2017/in News/da Donato Saulle

VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI

“Tutto, in natura, ha una essenza lirica, un destino tragico, una esistenza comica”

G. Santayana

Vite di uomini non illustri è un libro di Giuseppe Pontiggia.

GIUSEPPE PONTIGGIA

detto Peppo (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) è stato uno scrittore, aforista, critico letterario e docente italiano.

VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI

Vite immaginarie di personaggi immaginari, nell’Italia compresa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Duemila:

donne e uomini dal destino oscuro, di cui vengono rievocate, con precisione “storica“, le esperienze che hanno reso memorabile ai loro occhi l’esistenza:

emozioni, incontri, amori, manie, schiavitù, liberazioni, sogni, disavventure, felicità, angosce.

Gli eventi veramente significativi e decisivi non corrispondono quasi mai ai dati esterni, ma appartengono a una trama segreta, a una mitologia familiare e personale, a una rete sotterranea di sentimenti, di ricordi e di desideri, a una vita parallela che spesso è clandestina e ignorata.

Questo libro racconta queste storie con la scansione cronologica delle biografie illustri, ma applicata a personaggi anonimi e a una cronaca spesso interiore; e riprende, in forme discrete e allusive, il linguaggio con cui le hanno vissute i protagonisti e i linguaggi d’epoca con le loro diverse inflessioni (da quella dannunziana a quella burocratica, da quella giornalistica a quella militare).

Ottiene così un contrappunto di stili che avvicina l’umanità delle figure da diverse angolazioni: e queste variaziani all’interno ne costituiscono uno degli aspetti più inventivi e nuovi nel quadro della narrativa contemporanea.

Raccontando l’esistenza di personaggi che appartengono alla cosidetta gente comune, l’autore ne scopre ogni volta l’eccezionalità.

Non c’è vita d’uomo che non sia ricca di phatos e di violenza, di svolte drammatiche e di situazioni comiche, di momenti sordidi e grandi, di private perversioni, di cadute e di nobili e imprevisti riscatti.

Leggere alcuni racconti di questo libro è come ritrovare, dentro una vita, la vita di tutti e dentro la vita di tutti la vita di ognuno. 

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de Capitani Filippo

“Nasce de Capitani il 3 ottobre 1932 nella clinica dell’Assunta di Bologna.

Scoprirà in prima elementare, nella scuola salesiana di Via Carracci che cosa significa essere nato con la de minuscola.

Significa – gli spiega sua madre con pacatezza indulgente, come se spiegasse la differenza tra l’acqua del mare e quella del lago – non essere nato come gli altri.

Sì, ma gli altri come nascono?

Sua madre si ritrae: “Tu pensa solo a quello che sei tu, hai capito?”

Tutta la vita cercherà di colmare una differenza che non sa quale sia“.

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Fonte: Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore, 1999, pp. 280, capp. 18, ISBN 978-88-04-50987-5.

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/05/UOMINI-NON-ILLUSTRI.png 466 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-05-18 07:40:252020-10-09 08:40:30VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI
COMUNICAZIONE INCONSCIA

LA COMUNICAZIONE INCONSCIA NELLA VITA QUOTIDIANA

18 Aprile 2017/in News/da Donato Saulle

LA COMUNICAZIONE INCONSCIA NELLA VITA QUOTIDIANA

Questa opera di Robert Langs è fonte di nuove intuizioni sulla natura della comuncazione umana, in particolare su quella forma di comunicazione che opera al di fuori della consapevolezza di coloro che inviano e ricevono il messaggio.

Concepito per chiarire sia al professionista che al lettore comune il modo di operare della comunicazione inconscia, questo libro ci fornisce una chiave per individuare e quindi decodificare il messaggio inconscio.

Seguendo le concezioni esposte inizialmente da Freud, Langs ha messo a punto una procedura per decifrare i messaggi in codice ricorrendo allo stimolo che li ha provocati.

Decodificazione in base allo stimolo

Tale approccio è detto decodificazione in base allo stimolo, perchè il messaggio viene interpretato alla luce dell’esperienza che ne è all’origine.

Basata sul principio che la comunicazione umana è sia motivata soggettivamente sia determinata dai rapporti con gli altri, tale decodificazione elimina il carattere arbitrario che contraddistingue gli altri mezzi a nostra disposizione per individuare la presenza di un messaggio nascosto.

Ne risulta un metodo di decodificazione relativamente semplice, immediatamente dinamico e ricco di significato: un metodo prezioso che ci dà accesso a quei messaggi tanto disturbanti a livello emotivo da essere accuratamente nascosti.

L’autore inizia con uno studio di messaggi di superficie ed esamina l’uso conscio e deliberato della comunicazione indiretta e in codice.

Ci dimostra come mettiamo in codice i nostri messaggi crudi inconsci, e come sia possibile decodificarli accertandone gli stimoli.

L’applicazione della decodificazione in base allo stimolo a un’ampia gamma di messaggi fornisce un metodo per identificare una varietà di stili di comunicazione fondamentali e, se necessario, per modificarli costruttivamente.

Questo libro arricchisce la nostra comprensione della folla di messaggi in codice nascosti nella comunicazione quotidiana e ci dimostra come sia possibile comprenderci e reagire di conseguenza in modo migliore.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

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Fonte: La comunicazione inconscia nella vita quotidiana di Robert Langs 

Immagine: Bauhaus (part.)

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Nuova sede in VIA SAN VITO, 6 – MILANO –

18 Marzo 2017/in News/da Donato Saulle

VIA SAN VITO, 6 – MILANO

Lo studio di Psicologia e Psicoterapia si è traferito in Via San Vito, 6 a Milano.
La Via San Vito è facilmente raggiungibile con le fermate MM di Duomo e di Missori e si trova in zona Carrobbio – Colonne di San Lorenzo verso la fine di Via Torino.
Nelle vicinanze si trova un parcheggio custodito.

Chiedere, anche con un solo colloquio, il parere di uno psicoterapeuta, significa avere la totale riservatezza garantita dal segreto professionale e l’opinione di un professionista per tutti quei problemi che non si riescono a risolvere da soli.

Chiedi informazioni in qualsiasi momento e senza impegno chiamando il numero 3477966388 o inviando una mail a info@donatosaulle.it

“Utilizzo una modalità di intervento orientata a sviluppare le potenzialità umane e la riduzione del disagio nel rispetto delle inclinazioni e delle caratteristiche personali”

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PSICOLOGIA DEL COLORE – L’influenza del colore nella psicologia e nell’arte

18 Febbraio 2017/in News/da Donato Saulle

PSICOLOGIA DEL COLORE.

“Tempo fa in una  fabbrica gli operai si lamentavano con il proprietario per il freddo che sentivano nel locale mensa, un locale che aveva le pareti imbiancate con un tono di blu, e chiedevano di aumentare il riscaldamento.

Il proprietario, non essendo di questa idea, fece invece dipingere le pareti con un tono di arancio: il risultato fu che non solo gli operai non avvertivano più il freddo, ma addirittura venne abbassato il riscaldamento”.

La psicologia del colore

parte dal presupposto che sebbene il colore abbia sempre circondato la specie umana e l’abbia influenzata fin da tempo immemorabile, è solo di recente che si è diventati abili a produrre e ad usare il colore come si fa oggi.

Prima del XX secolo, erano conosciuti solo pochi tipi di coloranti e di pigmenti, ed erano perlopiù di origine organica. Erano anche molto costosi, cosicchè i tessuti colorati, come i tendaggi, erano il privilegio delle classi ricche. Centinaia di migliaia di molluschi diedero la loro vita perchè un imperatore romano potesse indossare la sua tunica di porpora di Tiro, mentre i suoi sudditi dovevano accontentarsi di cotone o lino maltessuto, pelli o lane monocromatiche.

Solamente negli ultimi cento anni, o poco più, tale quadro è cambiato radicalmente, in primo luogo per la sintesi dei coloranti di anilina, poi per i derivati del catrame di carbon fossile, infine per gli ossidi dei metalli; oggi soltanto poche delle cose che si fabbricano sono lasciate nel loro colore originale, senza essere tinte o colorate in toto o in parte.

Quando guardiamo un quadro o una foto a colori, il significato psicologico del colore è ciò che ci colpisce meno perchè contemporaneamente molti altri fattori vi sono coinvolti – contenuto, equilibrio di foggia o forma, equilibrio dei colori, l’educazione o la competenza e l’apprezzamento estetico di chi guarda. E’ possibile, qualche volta, dedurre le caratteristiche di personalità di un pittore quando pone grande enfasi su uno o due colori, per esempio l’ossessione di Gauguin per il giallo nei suoi ultimi quadri; ma, in generale, quando si usano molti colori per creare un tutto, è il giudizio estetico che valuta il tutto e che determina se un’opera ci piace o no, piuttosto che la nostra reazione psicologica a particolari colori.

I singoli colori

In caso di singoli colori, è possibile essere molto precisi, specialmente quando i colori sono stati accuratamente selezionati in base alla loro diretta associazione con bisogni psico-fisiologici come sostiene Lüscher che ha creato un test cromatico particolare. In questo caso, per Lüscher, le preferenze per un colore o il rifiuto di un altro significa qualcosa di definito, e riflette la situazione in atto dello stato psichico o dell’equilibrio personale, o di tutti e due.

E’ comunemente noto come il colori abbiano una influenza sul’organismo; sono stati ad esempio condotti esperimenti nei quali si richiedeva ad alcune persone di fissare il colore rosso vivo per intervalli di tempo variabili; essi hanno messo in evidenza che questo colore ha un effetto decisamente stimolante sul sistema nervoso; aumenta la tensione arteriosa e la frequenza respiratoria e cardiaca.

Il rosso è, dunque, come è noto, un eccitante del sistema nervoso, mentre esperimenti analoghi con il colore blu hanno evidenziato un effetto contrario, il colore blu è quindi considerato calmante nei suoi effetti.

Nel test completo di Lüscher, ci sono sette differenti tavole di colori, contenenti in tutto 73 tipici colori consistenti in 25 sfumature o gradazioni, e che richiedono di operare 43 differenti selezioni. Il protocollo che ne risulta offre, secondo Lüscher, una ricchezza di informazioni concernenti la struttura psicologica, conscia e inconscia, di un individuo.

La vita dell’uomo è sempre stata regolata dal ritmo del giorno e della notte, dal buio e dalla luce. In effetti, la luce ci riscalda, mentre il buio tende a rallentare il nostro tono e il flusso circolatorio.

I colori caldi sono quelli della luce: rosso, giallo, arancione; i colori freddi vanno dal viola al verde, al blu. La luce agisce sulla respirazione, è una spinta al piacere, all’attività; il buio e la penombra inducono uno stato di difesa, di calma o di allarme.

Ma per tornare ora alla storia dell’arte possiamo dire che W. Kandinsky definisce il rosso: “vivo, acceso, inquieto”; il suo significato simbolico si connette fondamentalmente con il tema dell’energia vitale. Al polo opposto troviamo il blu che J.W.Goethe definisce “un nulla eccitante”, una contraddizione composta di eccitazione e di pace. Il giallo, sempre per Goethe, è “il colore più prossimo alla luce. L’occhio ne viene allietato, l’animo si rasserena: un immediato calore ci prende”.

Il verde scrive Kandinsky

“non si muove in alcuna direzione e non ha alcuna nota di gioia, di tristezza, di passione, non desidera nulla, non aspira a nulla.

E’ un elemento immobile, soddisfatto di sè, limitato in tutte le direzioni”.

Risultando dalla composizione di blu e giallo, il verde è descritto da Goethe come un colore statico ed equilibrato, dove “occhio e animo riposano su questo composto come se si trattasse di qualcosa di semplice. Non si vuole e non si può procedere oltre”.

Come sintesi di rosso e blu, il viola allude alla integrazione degli opposti e delle ambivalenze, il marrone si connette alla terra e al carattere ancestrale femminile e materno, il grigio, che Kandinsky definisce “immobilità desolata”, risulta dalla mescolanza del bianco e del nero senza essere nè l’uno nè l’atro.

Lüscher scrive che “si distingue per le negazioni. Non è ne colorato nè chiaro, nè scuro. Il grigio è il nulla di tutto, la sua particolarità è la neutralità più completa”.

Tuttavia è il colore anche considerato più elegante.

Il nero è dato dalla assenza totale di luce, è perciò connesso all’oscurità, al mondo delle ombre. Sempre Kandinsky lo definisce “qualcosa di spento come un rogo combusto fino in fondo, qualcosa di inerte che è insensibile a tutto ciò che gli accade intorno e che lascia che tutto vada per il suo verso”.

Il bianco è la fusione di tutti i colori dello spettro, in quanto non contiene alcuna dominanza che lo faccia propendere verso qualche colorazione, il bianco è il simbolo della purezza, quindi dell’innocenza. Kandinsky lo definisce come “un silenzio che non è statico, bensì ricco di possibilità, è un nulla giovane o, più esattamente, un nulla anteriore al principio, alla nascita.

Così risuonava forse la terra nei bianchi periodi dell’era glaciale”.

Nell’esperienza percettivo-emotiva i colori vengono spesso associati ai suoni per cui, ad esempio, i suoni alti richiamano generalmente colori chiari e i suoni bassi colori scuri;

in alcuni soggetti si verificano fenomeni di sinestesia (la sinestesia, detta anche sensazione secondaria, è un interessamento di altri sistemi sensoriali oltre a quello specifico) talchè simultaneamente all’ascolto, essi percepiscono determinati colori.

In psicologia C.G. Jung ha avanzato l’ipotesi che la preferenze individuale per determinati colori abbia corrispondenza con la funzione che ne caratterizza il tipo psicologico, perchè, a suo parere, l’azzurro corrisponde al pensiero, il rosso al sentimento, il giallo all’intuizione e il verde alla sensazione.

E infine bisogna ricordare la poesia di Rimbaud

“Inventai il colore delle vocali!
A nera,
E bianca,
I rossa,
O blu,
U verde.
Disciplinai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusungai d’inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi.
Fu all’inizio uno studio.
Scrivevo silenzi,
notti,
sognavo l’inesprimibile.
Fissavo vertigini”.

ARGOMENTI ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

VIDEO SULLA PSICOLOGIA DEL COLORE

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Fonti:
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– Bateson Gregory – Una sacra unità. Altri passi verso un’ecologia della mente – Adelphi  Editore
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– Modelli di psicologia – Il Mulino
– http://www.homolaicus.com/linguaggi/teoria-colori.htm
https://youtu.be/QYHRvaNI-8Q?sub_confirmation=1

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2017/02/colori-2.jpg 1080 1920 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2017-02-18 08:08:132025-11-02 12:40:44PSICOLOGIA DEL COLORE – L’influenza del colore nella psicologia e nell’arte
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