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News

ERICH FROMM – FUGA DALLA LIBERTA’

1 Settembre 2021/in News/da Donato Saulle

ERICH FROMM – FUGA DALLA LIBERTA’

“Una delle opere più importanti di Fromm è sicuramente “Fuga della libertà”.

E’ un’opera dove vengono riassunti alcuni dei temi magistrali che Fromm analizzerà nel corso della sua vita, ma che diventa anche una sorta di feritoia per poter osservare in dettaglio come la psicologia sociale analitica di Fromm evolve e muove i sui passi.

Il punto iniziale del pensiero di Fromm è legato allo sviluppo dell’ Io, la centralità dell’ Io nasce dalla considerazione che ogni essere umano, per poter crescere e accedere alla vita adulta nel suo ciclo di vita, deve affrancarsi dai legami primari.

Legami che, sicuramente danno sicurezza, danno un senso di appartenenza, ma allo stesso tempo limitano, la libertà dell’essere umano e, a detta di Fromm, oggi nella società contemporanea le difficoltà che ha l’essere umano di disfarsi, di affrancarsi, da questi legami primari, per poi allacciare e sviluppare, in modo autonomo, nuovi legami è un compito particolarmente gravoso e spesso questo processo dialettico può essere pieno di ostacoli.

Gli ostacoli esterni

Secondo Fromm questi ostacoli esterni sono proprio legati a come l’assetto di una società si configura.

Una volta che Fromm pone al centro l’individuo poi opera una disamina molto approfondita di come l’essere umano nel corso della storia ha interagito con la libertà.

Egli giunge alla conclusione che sicuramente l’essere umano nel corso degli ultimi secoli si è affrancato da alcuni vincoli primari ed è quindi un essere umano che oggi sta arrivando ad un piano di maturità e di maggiore libertà.

Il problema che si pone è, se anche la società, e quindi le condizioni socio-economiche in qualche modo sono in grado di accogliere questa libertà e sono in grado di far crescere e sviluppare questa libertà o se presentano delle caratteristiche, degli elementi, ostacolanti che la inibiscono.

La società

Secondo Fromm oggi la società una città che punta a far sì che l’essere umano sia sostanzialmente un consumatore, è una società che tende a rendere degli “atomi” gli esseri umani e che pretende che il singolo viva in una sorta di città anonime.

E’ quindi una società che lavora sempre più per avere un assetto socio economico dove l’essere umano è tagliato dei legami con gli altri, quindi potremmo dire una sorta, per usare una metafora tipica della sociologia del novecento di “folla di solitari”.

L’essere umano

Dunque un essere umano che ha guadagnato nel corso dei secoli tanta libertà si trova però oggi a dover vivere in un assetto di società dove questi legami sono fortemente recisi e dove anzi diventa fondamentale il primato dell’individualità.

L’individualità di colui che sa badare a sè stesso.

Abbiamo a che fare, ad esempio, con una società fortemente orientata al narcisismo, dove il narcisismo e una sorta di clava, che gli esseri umani brandiscono gli uni contro gli altri, per farsi strada in una moltitudine di anonimi

Viviamo nel culto dell’indifferenza, dove diventa centrale essere disattenti rispetto alla sensibilità e all’ascolto degli altri”.

Prof. Adriano Zamperini

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Donato Saulle

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Erich From
psicoanalista tedesco, studiò a Heidelberg e a Monaco conseguendo nel 1922 il dottorato in filosofia, quindi esercitò la professione di analista presso gli Istituti psicoanalitici di Berlino e Francoforte, ove collaborò anche all’Istituto per la ricerca sociale.

Nei primi anni Trenta emigrò negli Stati Uniti.

Al centro dei suoi interessi sta la definizione di una nuova «scienza dell’uomo», capace di orientare la formazione di una personalità equilibrata nel caos culturale, nella violenza, nella solitudine che costituiscono le perversioni del totalitarismo della società contemporanea.

Opere principali:

Fuga dalla libertà (1941), Il linguaggio dimenticato (1951), Psicoanalisi della società contemporanea (1955), L’arte di amare (1956), Buddhismo zen e psicoanalisi della società contemporanea (1955), Marx e Freud (1962), Avere o essere? (1976), Grandezza e limiti del pensiero di Freud (1979).

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Donato Saulle

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https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2021/09/FROMM-1.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2021-09-01 13:59:272025-12-05 12:21:45ERICH FROMM – FUGA DALLA LIBERTA’

LA GESTIONE DELLA RABBIA

30 Agosto 2021/in News/da Donato Saulle

LA GESTIONE DELLA RABBIA

“L’uomo che coltiva per tutta la vita la propria vendetta mantiene le sue ferite sempre aperte”. 
F. Bacone

Con il termine rabbia si indica uno stato psichico alterato, in genere suscitato da elementi di provocazione capaci di rimuovere i freni inibitori che normalmente stemperano le scelte del soggetto coinvolto.
Con la rabbia si prova una profonda avversione verso qualcosa o qualcuno, ma in alcuni casi anche verso se stessi.
La psicologia e le varie discipline neuroscientifiche hanno dimostrato che la rabbia nasce come reazione alla frustrazione.
Lo stesso Wilhelm Reich diceva che la rabbia è un’emozione secondaria rispetto alla frustrazione e la frustrazione, noi sappiamo, nasce dal dolore, nasce dal mancato soddisfacimento di un nostro desiderio, ovvero, nasce da una impossibilità di raggiungere il piacere. La rabbia, quindi, nasce dalla frustrazione ma maschera il dolore.

Gli stati d’animo di rabbia e vendetta, oltre che da ferite e delusioni, possono essere fatti precipitare da un conflitto narcisistico, cioè da un conflitto avente a che fare con il senso di colpa o da una esperienza di fallimento o di grave sbaglio con conseguenti sentimenti di perdita, in cui l’aggressività diretta contro il Sè viene secondariamente rivolta verso soggetti esterni.
Mentre il sentimento della rabbia può contenere potenziali positivi e correttivi, la vendicatività è totalmente e inutilmente distruttiva.

I pazienti non si liberano dalla rabbia e dalla sete di vendetta unicamente elaborando l’ostilità che è dentro di loro. Le radici della rabbia e della vendicatività saranno distrutte quando la terapia sarà riuscita a elaborare il dolore e l’angoscia da separazione situati nelle sfere più profonde, solo in quel momento il paziente potrà accostare i suoi simili in modo più flessibile e armonico.”

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Dott. Donato Saulle

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Tratto da:

Bollati Boringhieri – Rabbia e vendicatività
Harold F. Searles – La psicodinamica della vendicatività
Bollati Boringhieri Charles W. Socarides – La vendicatività: il desiderio di pareggiare i conti Rabbia e vendicatività – Bollati Boringhierihttp://www.crescita-personale.it/gestire-emozioni/1775/rabbia-psicologia/1560/a775/rabbia-psicologia/1560/a

https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2021/08/GESTIONE-RABBIA-2.jpg 495 1030 Donato Saulle https://www.donatosaulle.it/wp-content/uploads/2022/01/psicologo-milano-Donato-Saulle.png Donato Saulle2021-08-30 20:03:212021-12-30 10:38:31LA GESTIONE DELLA RABBIA

LA RAPPRESENTAZIONE DEL MONDO – I COLORI

26 Agosto 2021/in News/da Donato Saulle

LA RAPPRESENTAZIONE DEL MONDO – I COLORI

Anche la filosofia e in particolare Schopenhauer, che è riconosciuto da Freud come ispiratore della psicoanalisi, si è occupata dei colori come fonte di rappresentazione del mondo.

Tra le esperienze che segnano la maturazione del sistema filosofico di Schopenhauer c’è senza dubbio anche l’incontro con Goethe che all’inizio dell’ottocento era all’apice della sua fama.

I due si conoscono a Weimar e stringono un forte sodalizio intellettuale, Goethe non era solo un grande letterato ma anche un appassionato di scienze naturali e nel 1810 aveva scritto un breve saggio sulla teoria dei colori

Il suo intento era contestare la teoria di Newton secondo cui i colori, in quanto onde, sono tutti i contenuti nella luce bianca.

Le due tesi

La sua tesi era invece che la genesi dei colori è nella polarità di luce e oscurità
Schopenhauer, stimolato da Goethe, prosegue questa riflessione sui fenomeni cromatici e nel 1815 scrive uno studio in cui prende pubblicamente posizione a favore del maestro, proponendosi però di completare il suo lavoro.

Goethe infatti, sostiene giovane filosofo, fa l’errore di partire dall’oggetto anziché dal soggetto, invece, secondo la tesi di Schopenhauer, la percezione dei colori dipende dalla struttura dell’occhio che vede.

Quando legge il manoscritto, poco propenso a farsi correggere dall’allievo, interrompe la loro collaborazione e Schopenhauer, deluso, pubblica autonomamente il saggio “Sulla vista e i colori”.

“Il mondo come volontà e rappresentazione”

Tuttavia l’amicizia tra i due lascerà il segno nel capolavoro filosofico di Schopenhauer “Il mondo come volontà e rappresentazione” che avrebbe visto la luce e da lì a pochi anni.

Il filosofo aveva certamente parlato con Goethe della direzione in cui si stava muovendo la sua riflessione e la sua metafisica riprende alcuni dei grandi temi che li univano, come la ricerca dell’elemento originario comune a tutti gli esseri viventi.

Non è un caso d’altronde che l’opera si apre proprio con una citazione di Goethe: “la natura umana non cerca forse in fondo sempre di conoscere se stessa?”.

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https://www.youtube.com/watch?v=7XD4fitRRBg

La psicologia del colore

parte dal presupposto che sebbene il colore abbia sempre circondato la specie umana e l’abbia influenzata fin da tempo immemorabile, è solo di recente che si è diventati abili a produrre e ad usare il colore come si fa oggi.

Prima del XX secolo, erano conosciuti solo pochi tipi di coloranti e di pigmenti, ed erano perlopiù di origine organica. Erano anche molto costosi, cosicchè i tessuti colorati, come i tendaggi, erano il privilegio delle classi ricche. Centinaia di migliaia di molluschi diedero la loro vita perchè un imperatore romano potesse indossare la sua tunica di porpora di Tiro, mentre i suoi sudditi dovevano accontentarsi di cotone o lino maltessuto, pelli o lane monocromatiche.

Solamente negli ultimi cento anni, o poco più, tale quadro è cambiato radicalmente, in primo luogo per la sintesi dei coloranti di anilina, poi per i derivati del catrame di carbon fossile, infine per gli ossidi dei metalli; oggi soltanto poche delle cose che si fabbricano sono lasciate nel loro colore originale, senza essere tinte o colorate in toto o in parte.

Quando guardiamo un quadro o una foto a colori, il significato psicologico del colore è ciò che ci colpisce meno perchè contemporaneamente molti altri fattori vi sono coinvolti – contenuto, equilibrio di foggia o forma, equilibrio dei colori, l’educazione o la competenza e l’apprezzamento estetico di chi guarda. E’ possibile, qualche volta, dedurre le caratteristiche di personalità di un pittore quando pone grande enfasi su uno o due colori, per esempio l’ossessione di Gauguin per il giallo nei suoi ultimi quadri; ma, in generale, quando si usano molti colori per creare un tutto, è il giudizio estetico che valuta il tutto e che determina se un’opera ci piace o no, piuttosto che la nostra reazione psicologica a particolari colori.

I singoli colori

In caso di singoli colori, è possibile essere molto precisi, specialmente quando i colori sono stati accuratamente selezionati in base alla loro diretta associazione con bisogni psico-fisiologici come sostiene Lüscher che ha creato un test cromatico particolare. In questo caso, per Lüscher, le preferenze per un colore o il rifiuto di un altro significa qualcosa di definito, e riflette la situazione in atto dello stato psichico o dell’equilibrio personale, o di tutti e due.

E’ comunemente noto come il colori abbiano una influenza sul’organismo; sono stati ad esempio condotti esperimenti nei quali si richiedeva ad alcune persone di fissare il colore rosso vivo per intervalli di tempo variabili; essi hanno messo in evidenza che questo colore ha un effetto decisamente stimolante sul sistema nervoso; aumenta la tensione arteriosa e la frequenza respiratoria e cardiaca.

Il rosso è, dunque, come è noto, un eccitante del sistema nervoso, mentre esperimenti analoghi con il colore blu hanno evidenziato un effetto contrario, il colore blu è quindi considerato calmante nei suoi effetti.

Nel test completo di Lüscher, ci sono sette differenti tavole di colori, contenenti in tutto 73 tipici colori consistenti in 25 sfumature o gradazioni, e che richiedono di operare 43 differenti selezioni. Il protocollo che ne risulta offre, secondo Lüscher, una ricchezza di informazioni concernenti la struttura psicologica, conscia e inconscia, di un individuo.

La vita dell’uomo è sempre stata regolata dal ritmo del giorno e della notte, dal buio e dalla luce. In effetti, la luce ci riscalda, mentre il buio tende a rallentare il nostro tono e il flusso circolatorio.

I colori caldi sono quelli della luce: rosso, giallo, arancione; i colori freddi vanno dal viola al verde, al blu. La luce agisce sulla respirazione, è una spinta al piacere, all’attività; il buio e la penombra inducono uno stato di difesa, di calma o di allarme.

Ma per tornare ora alla storia dell’arte possiamo dire che W. Kandinsky definisce il rosso: “vivo, acceso, inquieto”; il suo significato simbolico si connette fondamentalmente con il tema dell’energia vitale. Al polo opposto troviamo il blu che J.W. Goethe definisce “un nulla eccitante”, una contraddizione composta di eccitazione e di pace. Il giallo, sempre per Goethe, è “il colore più prossimo alla luce. L’occhio ne viene allietato, l’animo si rasserena: un immediato calore ci prende”.

Il verde scrive Kandinsky

“non si muove in alcuna direzione e non ha alcuna nota di gioia, di tristezza, di passione, non desidera nulla, non aspira a nulla.

E’ un elemento immobile, soddisfatto di sè, limitato in tutte le direzioni”.

Risultando dalla composizione di blu e giallo, il verde è descritto da Goethe come un colore statico ed equilibrato, dove “occhio e animo riposano su questo composto come se si trattasse di qualcosa di semplice. Non si vuole e non si può procedere oltre”.

Come sintesi di rosso e blu, il viola allude alla integrazione degli opposti e delle ambivalenze, il marrone si connette alla terra e al carattere ancestrale femminile e materno, il grigio, che Kandinsky definisce “immobilità desolata”, risulta dalla mescolanza del bianco e del nero senza essere nè l’uno nè l’atro.

Lüscher scrive che “si distingue per le negazioni. Non è ne colorato nè chiaro, nè scuro. Il grigio è il nulla di tutto, la sua particolarità è la neutralità più completa”.

Tuttavia è il colore anche considerato più elegante.

Il nero è dato dalla assenza totale di luce, è perciò connesso all’oscurità, al mondo delle ombre. Sempre Kandinsky lo definisce “qualcosa di spento come un rogo combusto fino in fondo, qualcosa di inerte che è insensibile a tutto ciò che gli accade intorno e che lascia che tutto vada per il suo verso”.

Il bianco è la fusione di tutti i colori dello spettro, in quanto non contiene alcuna dominanza che lo faccia propendere verso qualche colorazione, il bianco è il simbolo della purezza, quindi dell’innocenza. Kandinsky lo definisce come “un silenzio che non è statico, bensì ricco di possibilità, è un nulla giovane o, più esattamente, un nulla anteriore al principio, alla nascita.

Così risuonava forse la terra nei bianchi periodi dell’era glaciale”.

Nell’esperienza percettivo-emotiva i colori vengono spesso associati ai suoni per cui, ad esempio, i suoni alti richiamano generalmente colori chiari e i suoni bassi colori scuri;

in alcuni soggetti si verificano fenomeni di sinestesia (la sinestesia, detta anche sensazione secondaria, è un interessamento di altri sistemi sensoriali oltre a quello specifico) talchè simultaneamente all’ascolto, essi percepiscono determinati colori.

In psicologia C.G. Jung ha avanzato l’ipotesi che la preferenze individuale per determinati colori abbia corrispondenza con la funzione che ne caratterizza il tipo psicologico, perchè, a suo parere, l’azzurro corrisponde al pensiero, il rosso al sentimento, il giallo all’intuizione e il verde alla sensazione.

E infine bisogna ricordare la poesia di Rimbaud

“Inventai il colore delle vocali!
A nera,
E bianca,
I rossa,
O blu,
U verde.
Disciplinai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai d’inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi.
Fu all’inizio uno studio.
Scrivevo silenzi,
notti,
sognavo l’inesprimibile.
Fissavo vertigini”.

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VERSO UN'ECOLOGIA DELLA MENTE

VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE

25 Agosto 2021/in News/da Donato Saulle

VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE

“Verso un’ecologia della mente” è un libro di Gregory Bateson.

Gregory Bateson è stato un antropologo, sociologo e psicologo britannico, il cui lavoro ha toccato anche molti altri campi (semiotica, linguistica, cibernetica).

Due delle sue opere più influenti sono Verso un’ecologia della Mente (Steps to an Ecology of Mind, 1972), e Mente e Natura (Mind and Nature, 1980).

In vita, Bateson era famoso soprattutto per aver sviluppato la teoria del doppio legame per spiegare la schizofrenia.

“L’ecologia della mente” scrive Bateson in apertura di questo volume, che contiene i suoi più importanti scritti teorici, “è una scienza che ancora non esiste come corpus organico di teoria o conoscenza”.

Ma questa scienza in formazione è nondimeno essenziale.

Essa sola permette di capire, ricorrendo alle stesse categorie, questioni come:

“la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione strutturata delle foglie in una pianta, l’amplificazione successiva della corsa agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica di una frase, il mistero della evoluzione biologica e la crisi in cui oggi si trovano i rapporti tra l’uomo e l’ambiente”.

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I PROCESSI DEL PENSIERO

I PROCESSI DEL PENSIERO

18 Agosto 2021/in News/da Donato Saulle

I PROCESSI DEL PENSIERO

Dal tatto delle mani piene di calore
Sento come un magnete la tua forza
Ed entro nella tua realtà
Non hai più segreti
E tutto ciò che sei nell’intimo
Mi arriva e mi si imprime
E ti conosco come tu non sai
Che cosa c’è tra noi?
Seguirò i percorsi delle nostre identità
Ed avrò il consenso della natura e degli Dei
E so già che il tempo non cambierà niente
Attraverso il respiro sotto il mio controllo
Sento il mio sangue, la mia forza
Ed entro nella mia realtà
Quante relazioni si nascondono
Nel gioco delle forze che non vedi
All’insaputa della razionalità
Che cosa c’è tra noi?
Dove nasce il tempo?
Che cosa io ritrovo in te?
Su di me ti sento vicino e inaccessibile
E mi piacerebbe non cambiare idea
E mi limito ad osservare, camminando
I processi del pensiero.

Wir folgen den Fährten
Unserer identität
Mit uns die zustimmung
Der Götter und der Natur
Und ich weiss schon, dass die
Zeit nichts ändern wird

(trad. Seguiamo le tracce
La nostra identità
Con noi l’approvazione
Gli dei e la natura
E lo so già
Il tempo non cambierà nulla).

Compositori: Franco Battiato, Roberto Camisasca

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FREUD, DOSTOEVSKIJ E IL PARRICIDIO

1 Agosto 2021/in News/da Donato Saulle

FREUD, DOSTOEVSKIJ E IL PARRICIDIO

“Dostoevskij e il parricidio” è un saggio del 1928 dello psicanalista austriaco Sigmund Freud.

Nel saggio Freud sostiene che alcune delle più grandi opere della letteratura mondiale, tra cui l’Edipo Re, Amleto e I fratelli Karamazov, riguardano il tema del parricidio.

Freud ripercorre la biografia e la poetica di Dostoevskij, riscontrando in lui quattro diverse caratteristiche: lo scrittore, il nevrotico, il peccatore e il moralista.

Sullo scrittore non ha nulla da aggiungere, mentre sulle altre figure sviluppa un’indagine.

Secondo Freud, il delinquente è dominato da un egoismo illimitato e da una tendenza distruttiva, che se incontrano una mancanza d’amore possono esplodere in un comportamento criminale.

La seconda caratteristica è quella legata alla nevrosi.

Dosoevskij vive in una condizione di nevrosi poiché non riesce a conciliare in sé affettività, carattere pulsionale e talento artistico.

Questa nevrosi si scarica attraverso attacchi epilettici, che colpiscono lo scrittore dopo la morte del padre, con il quale ha un rapporto ambivalente.

Terza figura è quella del peccatore, individuata nel gioco d’azzardo di cui lo scrittore è dipendente.

Secondo lo psicanalista, il gioco d’azzardo era il modo che l’autore russo usava per punirsi. Come ricorda la moglie, dopo aver perso al gioco, il suo senso di colpa era appagato ed era nuovamente libero di scrivere.

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FREUD, DOSTOEVSKIJ E IL PARRICIDIO

Nel 1927 Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, dedica un saggio alla complessa figura del grande autore russo dal titolo ”Dostoevskij e il parricidio”.

Sul valore del grande autore russo Freud non ha dubbi, il suo posto viene subito dopo quello di Shakespeare

I fratelli Karamazov è il romanzo più grandioso che mai sia stato scritto
Ma un quadro assai più complesso emerge dall’analisi della personalità dell’autore.

In particolare secondo Freud, Dostoevskij sarebbe stato affetto da una forte nevrosi che avrebbe assunto la forma di epilessia in seguito alla traumatica notizia dell’assassinio del padre
L’autore provava verso il padre un odio viscerale tanto da desiderarne la morte.

Quando però questo desiderio latente si è avverato ha iniziato a manifestarsi in lui un profondo senso di colpa.

L’attacco epilettico per Freud sarebbe quindi la manifestazione di questo senso di colpa una forma di autopunizione per aver invocato la morte del proprio genitore
Il parricidio, spiega lo psicanalista viennese, è il delitto principale e primordiale sia dell’umanita che dell’individuo.

Non è un caso quindi che questo tema costituisca il fulcro di tre capolavori universali della letteratura come “Edipo Re”, “Amleto” e “I fratelli Karamazov”.

Ne “I fratelli Karamazov” è apparso evidente a molti il rapporto tra l’uccisione di Fëdor Pavlovič, padre dissoluto e egoista e la vicenda vissuta realmente dall’autore.

Secondo Freud, l’elemento determinante del romanzo, dal punto di vista psicologico, non è infatti sapere quale dei figli abbia materialmente ucciso il padre, quanto il riconoscere il desiderio comune della sua morte che rende i fratelli egualmente colpevoli.

Dostoevskij dimostra, secondo Freud, una straordinaria comprensione per i criminali, con i quali tende a identificarsi, riconoscendo in sé gli stessi impulsi omicidi.

Significativo è che abbia attribuito a Smerdjakov, il fratello esecutore dell’assasinio, la sua stessa malattia.

Come a voler confessare; “l’epilettico, il nevrotico che è in me è un parricida”.

 

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μηδὲν ἄγαν – NIENTE DI TROPPO

28 Luglio 2021/in News/da Donato Saulle

μηδὲν ἄγαν

NIENTE DI TROPPO

Il motto greco

μηδὲν ἄγαν «niente di troppo»,

scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a varî sapienti dell’antichità ripete l’invito a evitare le esagerazioni e raccomanda la moderazione necessaria in ogni cosa.

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NEMESI – LA DEA DELLA VENDETTA

23 Luglio 2021/in News/da Donato Saulle

NEMESI – LA DEA DELLA VENDETTA

Nemesi è contemporaneamente una divinità e un’astrazione.

Come divinità le si attribuisce un mito:

amata da Zeus, Nemesi, che è una delle figlie di Nyx (la Notte), cerca di evitare l’abbraccio di Zeus e per questo assume mille forme diverse.

Nemesi personifica la “vendetta divina” – talvolta è la divinità che, come le Erinni, punisce il crimine, ma, più spesso, è la potenza incaricata di abbattere ogni “dismisura”, per esempio è Nemesi che decise di punire il crudele Narciso preso da un amore per la propria persona eccessivamente intenso ed esclusivo.

Questa è una concezione fondamentale dello spirito ellenico: tutto ciò che si innalza al disopra della sua condizione, in bene come in male, si espone a rappresaglie degli dei.

Il motto greco μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a varî sapienti dell’antichità ripete l’invito a evitare le esagerazioni e raccomanda la moderazione necessaria in ogni cosa.

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https://youtu.be/CmYIeb9Yulg

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IL MITO DI NARCISO

14 Luglio 2021/in News/da Donato Saulle

IL MITO DI NARCISO

L’antico mito di Narciso narra di un giovane preso da un amore per la propria persona tanto intenso ed esclusivo da portarlo alla morte ed è stato una fonte di perpetua ispirazione per la cultura occidentale, dall’arte, alla letteratura, alla psicoanalisi.

Secondo il racconto del poeta romano Ovidio il ragazzo era di eccezionale bellezza la madre la ninfa Lirìope, preoccupata per il suo futuro chiese una profezia all’indovino Tiresia che rispose enigmatico che Narciso raggiungerà la vecchiaia a patto di “non conoscere mai sè stesso”.

Crescendo, la bellezza del giovane aumentava. Ogni uomo e ogni donna che lo incontrava si innamorava delle sue fattezze della sua grazia ma lui respingeva ogni profferta d’amore.

Un giorno la ninfa Eco seguì furtiva il giovane nei boschi osservando da lontano la figura amata.

Quando Narciso si accorse di lei, la ninfa corse ad abbracciarlo ma fu respinta è allontanata malamente.

Eco, con il cuore infranto trascorse il resto della sua vita vagando per valli solitarie gemendo per il suo amore non corrisposto finché di lei rimase soltanto la voce.

Udendo i suoi lamenti Nemesi, la dea della vendetta, decise di punire il crudele Narciso.

Accade così che il ragazzo, mentre attraversava un bosco, vide un profondo specchio d’acqua e vi si avvicinò per bere per la prima volta in quell’acqua Narciso scorse così la sua immagine riflessa e, non comprendendo che si trattava di sè stesso, si innamorò perdutamente del bel viso che stava fissando.

Quando si accorse che quella che stava guardando era la propria immagine, capendo che non avrebbe mai potuto vedere ricambiato il proprio amore, si lasciò morire imprigionato nell’ossessione per la propria perfezione.

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LA VISIONE DI JUNG – Diventa ciò che sei

9 Luglio 2021/in News/da Donato Saulle

LA VISIONE DI JUNG – Diventa ciò che sei

“Forse la cosa più bella della psicologia analitica di Jung è il concetto di individuazione.

Scopo della psicanalisi e il processo di individuazione che può essere tradotto con una frase emblematica di Nietzsche “diventa ciò che sei”.

Nel senso che nella nostra vita noi continuiamo a seguire modelli che sono necessari perché si cresce per processi imitativi.

I bambini crescono perché vedono e imitano, ma poi bisogna staccarsi da questa imitazione e diventare quello che propriamente si è. E’ una ricognizione di se.

Qui c’è tutta la cultura greca alle spalle di questo concetto.

L’oracolo di Delfi diceva “conosci te stesso”, e la prima condizione per diventare sé stessi quella di conoscersi, conoscere le proprie potenzialità, la propria aretè (ἀρετή) dicevano i greci.

La propria virtù, la propria capacità, ciò per cui sei nato.

E se riesci a far fiorire ciò per cui sei nato, se davvero diventi te stesso al di là dei modelli che vuoi imitare, al di là delle belle cose che ti vengono fatte vedere, se riesci a diventare te stesso, raggiungi la felicità.

Lo scopo dell’analisi è diventare sè stessi e per questo però bisogna uscire dai comportamenti collettivi dice Jung.

Non bisogna essere come gli altri,

non bisogna essere neppure eccessivamente eccentrici,

perché non bisogna confondere l’individuazione con l’eccentricità

Ma quella di diventare sè stessi e la condizione, non solo della salute, ma addirittura della felicità”.

Umberto Galimberti

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