IL DESIDERIO DELL’ALTRO – Nel linguaggio di Lacan
“Il linguaggio,
prima si significare qualcosa,
signfica per qualcuno.
J. Lacan
Jaques Lacan
Jacques Lacan, figura centrale del pensiero francese del Novecento, è stato psichiatra, psicoanalista e, forse più di tutto, un pensatore che ha interrogato il linguaggio fino alle sue conseguenze più radicali.
Per Lacan la psicoterapia non è un sapere che possa dire tutto su tutto.
È, prima di ogni cosa, un’esperienza di parola.
Non si tratta più di “andare a cercare l’inconscio” come fosse un contenuto nascosto, ma di ascoltare ciò che si produce nel discorso, dentro una relazione delimitata, regolata, in cui qualcosa prende forma proprio mentre viene detto.
La sua affermazione più nota — “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” — segna uno spostamento decisivo: l’essere umano non è padrone del proprio dire, ma è, in larga misura, parlato dal linguaggio stesso.
Non è semplicemente un individuo con un inconscio, ma è attraversato da qualcosa che lo eccede, che non gli appartiene del tutto.
Per questo Lacan introduce il termine Altro: non un’altra persona, ma un luogo.
Il luogo in cui la parola si organizza, prende senso, si rivolge.
Un luogo esterno al soggetto, ma senza il quale il soggetto non potrebbe nemmeno esistere come tale.
Essere riconosciuti come soggetti significa, allora, entrare in questo ordine simbolico, sottomettersi — in una certa misura — alle leggi del linguaggio, ai legami di parentela, alle strutture che ci precedono.
È qui che si gioca il passaggio dall’organismo biologico all’essere umano.
La follia, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo.
È qualcosa che riguarda il rapporto con il linguaggio stesso.
È ciò che accade quando il legame con il simbolico si incrina, quando qualcosa non viene simbolizzato.
E, in questo senso, non è un’eccezione assoluta: è una possibilità sempre presente, una soglia che riguarda ogni soggetto.
Nulla garantisce, infatti, un’armonia stabile tra l’individuo e l’Altro.
Ciò che tiene insieme è un lavoro continuo, mai definitivamente compiuto.
Dentro la psicoterapia, questo lavoro prende la forma di una riscrittura della propria storia.
Non nel senso di una narrazione consolatoria, ma di un riordino delle contingenze, che solo dopo possono apparire come necessarie.
Il tempo della soggettività non è lineare: è quello del “sarà stato”, un futuro che retroagisce sul passato e gli dà senso.
Il soggetto non si costituisce mai da solo.
Esiste nella misura in cui è riconosciuto dall’Altro, e al tempo stesso dipende da questo riconoscimento.
È in questa tensione che si muove: tra il bisogno di essere visto e il rischio di perdersi nello sguardo dell’altro.
Lo si vede già all’inizio della vita.
Il bambino, nel suo grido, non formula una domanda chiara: esprime un disagio indistinto.
È l’Altro che risponde, che interpreta, che dà forma a quel segnale.
E così, poco a poco, il bisogno si trasforma in domanda, e la domanda in qualcosa di più complesso: il desiderio.
Ma in questo passaggio qualcosa si perde.
Il bisogno originario non torna più nella sua forma pura.
Il soggetto entra in una catena di domande che chiedono, prima di tutto, di essere riconosciute.
Il rischio più grande non è non ricevere risposta, ma riceverne una che riduca tutto a una richiesta concreta.
Perché ciò che è in gioco, al di là delle domande, non è l’oggetto, ma il riconoscimento.
Il soggetto, per Lacan, non è una sostanza che si sviluppa secondo un programma già scritto.
Non è un seme che contiene in sé il proprio destino.
È qualcosa che si costituisce nell’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio dell’Altro.
Diventa, in un certo senso, ciò che è stato per quel desiderio.
Sul piano simbolico — dove si intrecciano memoria, linguaggio e ripetizione — si gioca continuamente una tensione tra bisogno e desiderio.
Il desiderio si organizza attorno a una mancanza, e proprio questa mancanza lo mette in movimento.
Si manifesta nel sintomo, nel compromesso, ma anche nell’immaginario, nei sogni, nei fantasmi che cercano, ogni volta, di dare forma a ciò che non può essere colmato.
Ma l’essere umano non è mosso solo dal desiderio di sapere.
È attraversato anche da un desiderio opposto: quello di non sapere.
Perché la verità, per Lacan, non è qualcosa che si possiede.
Si affaccia, si interrompe, si nasconde.
Sta nei vuoti della parola, nei silenzi, nelle pause.
E proprio per questo non può essere detta tutta.
Si dà sempre in modo parziale, in forma di compromesso, in un “dire a metà”.
Il compito del terapeuta non è allora quello di completare il discorso del paziente, né di riempire i vuoti.
Al contrario, è quello di non saturare la domanda.
Di restituirla, ogni volta, al soggetto.
Perché è solo in questo spazio — non chiuso, non riempito — che può emergere qualcosa della sua verità.
ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA
Psicologo Milano – Psicoterapeuta – Via San Vito, 6 (angolo Via Torino) – MILANO – Cell. 3477966388![]()
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Tratto da:
S.V. Finzi, Storia della psicoanalisi – Mondadori
Enciclopedia Treccani
Prof. Massimo Recalcati







Donato saulle - www.donatosaulle.it



